lunedì 17 febbraio 2014

Troublegum Therapy? (A & M Records 1994)












Anno 1994..escono in pochi giorni due album destinati a far parlare di se ma ad intraprendere due strade diverse. Sto parlando di Dookie dei Green Day, che venderà milioni di copie e questo Troublegum degli irlandesi Therapy? (rigorosamente col punto di domanda!), incensato dalla critica ma destinato ad essere un piccolo capolavoro destinato a pochi.
Se i californiani propongono una serie di canzoni irresisitibili e catchy destinate ad essere canticchiate dalla MTV Generation, il trio di Belfast sceglie di picchiare duro, seppur costruendo canzoni che entrano nella testa a spallate dopo pochi ascolti.
I Therapy? sono in giro già da qualche anno ed hanno realizzato un paio di album in bilico tra metal,hardcore ed industrial, riuscendo a crearsi il loro giro di affezionati tra fans e critica. La svolta avviene con la firma per la label A & M che rilascia quello che dovrebbe essere il loro salto di qualità, ovvero Troublegum.
Ed il primo singolo Nowhere è davvero portentoso, una scarica di adrenalina punk rock con un chorus impossibile da dimenticare, un anticipazione del prossimo biennio dove lo skate punk californiano regnerà incontrastato.
Ma Nowhere non è il classico specchietto per le allodole, l'intero album contiene pezzi da heavy rotation come Screamager o Die Laughing, da cui verranno estratti altrettanti video.
Ma quindi come mai Troublegum non ha avuto il successo meritato? Molto probabilmente perchè in questo album si respira davvero il disagio ed il malessere di questi tre irlandesi, cosi lontani dalle noie adolescenziali di Green Day ed Offspring, ma capaci di mettere in musica con veemente e nero sarcasmo tutte le loro frustrazioni e problematiche personali.
L'iniziale Knives è una scheggia punk/hardcore fatta da riff di chitarra taglienti come bisturi e da urla lancinanti che si chiude con il mantra allucinato di "I Wanna Crawl Up Inside You and Die" che si ripete in maniera ossessiva.
Di Screamager ne abbiam parlato per il suo appeal commerciale, anche se il suo testo è un inno all'alienazione più pura.
Le influenze dei Therapy? vanno ricercate nel punk/hardcore più puro, quello di Husker Du o Melvins per esempio,cosi come il post punk e la new wave, complice anche la versione di Isolation dei Joy Division resa cromata da un muro di chitarre impenetrabile.
L'oscurità è sempre ben presente nel mondo dei Therapy?, anche se stemperata da alcune melodie che però vanno a completare il quadro allucinato che la band vuole realizzare. Muri di chitarre ( tra cui anche la comparsata di Page Hamilton degli Helmet, altra cult band Anni Novanta) ed una batteria secca e marziale fanno da ossatura alle songs proposte in questo Troublegum, dove vengono citati il serial killer Jeffrey Dahmer
Here comes a girl with perfect teeth
I bet she won't be smiling at me
I know how Jeffry Dahmer feels
(Lonely, lonely)


e Gesù Cristo
Reveal yourself to me like cheap pornography
Picking at my guilt with promises of hell

(Christ) sin (revealed), it's all that you know
(Christ) sin (revealed), it's all that you know
(Christ) sin (revealed), it's all that you know
(Christ) sin (revealed), it's all that you know

Glad my mirror's broken, my image is a burden
I want to lose myself in the coming of the Lord


In Femtex si esalta la masturbazione compulsiva come valvola di sfogo per non impazzire completamente, disegnando cosi un quadro cupo e disperato.
Dopo la pubblicazione di questo album, i Therapy? ebbero il loro momento di gloria, che si esaurì nel giro di un paio di album, ma nonostante ciò la band irlandese continua a pubblicare dischi e macinare tour, proponendo sempre live set infuocati e canzoni intelligenti, sempre rimananendo fedele alla loro etica underground.
Da (ri)scoprire!
Therapy? Official Site
Therapy? – Troublegum

lunedì 27 gennaio 2014

Lightning Bolt Pearl Jam (Monkeywrench Records 2013)













Un disco nuovo dei  Pearl Jam è, nel bene o nel male, sempre un evento vista la notevole importanza della band di Seattle nel panorama rock mondiale.
Se con il precedente Backspacer avevano dato l'impressione di esser tornati in carreggiata mostrando un lato diretto e senza fronzoli, le aspettative nei confronti del nuovo album erano davvero alte.
 E quindi la domanda sorge spontanea, com'è questo Lighning Bolt?
Ecco, dal mio punto di vista è un disco che nulla toglie e nulla aggiunge alla discografia (ed alla carriera) della band di Vedder e soci. Ormai si può dire con assoluta certezza che i Pearl jam siano entrati nella terza fase della loro carriera, dopo essersi lasciati alle spalle i dischi "dorati" del filotto Ten-Versus-Vitalogy e la stabilità di grandi album come No Code e Yeld e dopo aver smaltito la seconda fase di veemenza sociale, impegno politico e un tentato suicidio commerciale con Binaural e Riot Act, sono entrati nella tranquillità della vita da rockstar di mezza età, con la voglia di solcare mari tranquilli ed approdare a porti sicuri dove poter continuare ad intrattenere il proprio pubblico senza particolari sussulti.
Certo i tempi cambiano e quel malessere da ventenni eroi del grunge si è dissipato in favore di vite stabili e famiglie solide, dove le riflessioni di Vedder si concentrano sulla paura di perdere tutta questa serenità che si è creato. Lo testimoniava Just Breath nel disco precedente e in Lightning Bolt viene rimarcato dalla ballad Sirens, forse il vero highlight dell'album, dove lo stesso Vedder si lascia andare ad una interpretazione magistrale  resa perfetta da ottimi arrangiamenti dal vago sapore pop.
Ad ogni modo la band gira bene e in tutto l'album svolge il suo compito alla perfezione anche se a volte il tutto sembra scontato ed a volte forzato( il punk di Mind Your Manner lascia un pò il tempo che trova), ma signori stiamo sempre parlando dei Pearl Jam, non dell'ultima band di collegiali pompata da qualche talent show.
Ecco quindi il garage rock di Getaway, le rarefatte atmosfere di Pendulum, il blues di Let the Record Play, il folk condito di ukulele, l'ultimo vezzo di Vedder, di Sleeping by Myself e i pezzi migliori del lotto, guarda caso poste in chiusura, ovvero le ballad Yellow Moon e Future Days, cosi diverse tra loro ma allo stesso modo così intense nella loro maniera più viscerale.
Sapete qual'è il paradosso di tutto questo? Che i Pearl Jam con i loro album più recenti sono diventati l'ultima vera rock band del pianeta, quella che ancora non vuole vivere di ricordi del passato, ma che raccoglie ancora grandi masse ed offre spettacoli tutt'altro che scontati.
Non è una stroncatura questa, ma è solo l'ennesimo tassello della vita di una band che tra alti e bassi è ancora viva ed è sempre un faro (Lightning Bolt!) per migliaia di fans in tutto il mondo.
www.pearljam.com
pearljamonline-Il sito ufficiale del fan club italiano
Pearl Jam – Lightning Bolt

venerdì 10 gennaio 2014

Revelations Loud Nine (autoprodotto 2013)












E' di pochi giorni fa la polemica che vede coinvolto il regista livornese Paolo Virzì per alcune sue frasi che descrivono la Brianza come una terra popolata da avidi squali divisi tra lavoro, denaro e ville bunker avvolte nella nebbia. Molto probabilmente il buon Virzì non sa che negli ultimi anni la Brianza ha regalato un attiva e proficua scena musicale indipendente che vede coinvolti molti nomi, locali e uscite discografiche originali e di ottimo livello.
E' il caso dei Loud Nine, giunti al secondo album, rigorosamente autoprodotto che fa da seguito al debutto Golem(2009), un ottimo disco di stoner/ rock and roll che faceva ben presagire sul futuro della band.
Con questo Revelations i Nostri, oltre ad ampliare la line up a due chitarre, confezionano un lavoro molto elaborato e professionale, a partire dalla cover e dal booklet interno, fino alla parte musicale con brani molto elaborati e ben strutturati ed un occhio particolare verso gli arrangiamenti.
Le linee guida della proposta musicale riprendono le nuove tendenze in ambito alternative/metal d'oltreoceano e mi vengono in mente gli ultimi Mastodon ,i Queens of the Stone Age o i Foo Fighters di Dave Grohl, ma questi paragoni non devono fuorviare sulla qualità di questo album, formato da brani che stanno in piedi da soli,caratterizzati da una forte personalità e da un suono che rende i Loud Nine perfettamente riconoscibili ed originali.
Lo strumentale Locomotive è il preludio per una pioggia di riff heavy e pastosi come in Carson e Platinum, soprattutto quest'ultima con un finale esaltante con le chitarre che si intrecciano in linee melodiche assolutamente coinvolgenti. La voce è aggressiva e conferisce toni molto vicini al  groove del metal, tanto che in molti passaggi mi sembra di sentire quelle sonorità che fecero successo in Scandinavia un decennio fa (Sentenced su tutti).
Zeta è un lungo brano molto articolato che racchiude tutte le caratteristiche della band: tecnica, potenza e melodia, quest'ultima componente la fa da padrone in Burn, ottima presentazione nel primo video della band.
Anche la titletrack è una elaborata e complessa song che merita ascolti approfonditi per poter carpire appieno tutte le sfumature, mentre la chiusura è riservata ad Hurricane, un'esperimento acustico che riporta in mente le Desert Session al Rancho de la Luna di Josh Homme.
Insomma le potenzialità per crescere ed esplodere i Loud Nine le hanno, speriamo che trovino una line up stabile ed un contratto discografico che garantisca loro più visibilità  e possibilità di suonare in giro.
Nel frattempo procuratevi questo Revelations e ascoltatelo a tutto volume! Non ve ne pentirete!
Official Site
https://www.facebook.com/LoudNine
Loud Nine – Revelations (spotify)



sabato 28 dicembre 2013

Good Things Miami & The Groovers (autoprodotto 2012)












Ma non vi siete stufati di andare nei locali e sentire le solite cover band che vi propinano musica trita e ritrita suonata da improvvisate rockstar?
No perchè ultimamente il trend della musica live è questo, ma fortunatamente capita di imbattersi di tanto in tanto in singole realtà che riportano il rock and roll nella giusta dimensione con concerti infuocati fatti di sudore e passione e musica originale.
E' il caso dei riminesi Miami & The Groovers, una band che vanta un ottimo seguito nell'underground nostrano, forti di centinaia di concerti ed una manciata di album che fanno davvero ben sperare per quel che riguarda la scena rock di questo disastrato paese.
Good Things è un disco davvero bello ed intenso, costruito per omaggiare  i propri idoli di gioventù, ma allo stesso tempo vuole battere una strada nuova e personale che vede tra le sue "milestones" riferimenti a Springsteen, i Clash, Morrissey e gli Smiths, The Who, il blues polveroso e sudato delle highways e il folk più rusante e genuino.
Proprio la titletrack che apre il disco è trascinante e solare come una domenica mattina d'estate, fatta per essere suonata dal vivo e cantare con tutto il proprio pubblico sotto palco.
SUNDAY MORNING COMING DOWN
WITH A HIGH AND LONESOME SOUND
YOU?VE BEEN FIGHTING IN THE HEAT
SHE WAS DANCING LIKE A QUEEN

I HEARD YOU HAD A CRAZY RIDE
WITH THE BOYS FROM THE LOWER SIDE
THEY SAID DON'T THINK TWICE TONIGHT
HEY DANNY DO I LOOK ALL RIGHT?

YOU GOTTA TAKE MY HAND
THERE'S A LOT OF GOOD THINGS 
THEY'RE COMING OUR WAY

On a Night Train e Burning Ground sono gli episodi più duri e diretti, figlie di un rock di matrice anglosassone(vedi Kinks, The Who o i primi Clash), un ideale ponte tra la Swinging London e la Swinging Rimini.
Ma dal lungomare romagnolo partono anche tanti ponti verso gli States, in particolare la Jersey Shore, grazie a pezzi come Before Your Eyes o Walkin All Alone, rock di classe impreziosito da ottime lyrics che prendono come fonte d'ispirazione personaggi come Springsteen e Tom Petty.
Se poi si passa ad ascoltare Audrey Hepburn's Smile si tirano in ballo anche i figliocci del Boss, quei Gaslight Anthem che riscuotono cosi tanto successo da qualche anno a questa parte.
La malinconica ballad Postcards è il preludio per l'esplosione folk di We're still Alive, una veloce giga dal sapore irish figlia dei Pogues e, ancora lui, Springsteen periodo Seeger Band: una working class song carica di speranza e di sudore per chi, nonostante tutto è ancora in piedi!
CAN YOU LISTENIN' TO THE BEAT OF YOUR HEART
WHEN THE TIME IS RIGHT AND YOU'RE FEELIN' ALRIGHT
DO YOU REMEMBER WHEN WE USED TO FIGHT 
FOR A PIECE OF BREAD AND A HOLE IN YER FEET

ARE YOU WATCHING THIS WORLD'S FALLIN' DOWN
FOLLOW THE LIGHT YOU'RE A STRANGER IN TOWN
MY COAT IS WET BUT YOU DON'T HAVE REGRETS
I AM A GANGSTER AND I WON'T FORGET

PUT YOUR PRETTY ARMS AROUND MY NECK
TURN OFF THE TV THERE'S NO WAY BACK
IT?S ANOTHER DAY FOR YOU AND I
WISH ME GOOD LUCK WE'RE STILL ALIVE

Insomma date un ascolto a questo lavoro, davvero ben confezionato, ben prodotto, ma soprattutto con tante idee da diffondere e soprattutto cercate la data dei M&TG più vicina a voi, un esperienza live che vi cambierà tante cose, sempre se non vi accontentiate della solita cover band dei Deep Purple!
Miami & The Groovers Official Site
Miami & The Groovers Fan Club Ufficiale
Miami & the Groovers – Good Things



lunedì 25 novembre 2013

Generation Terrorists Manic Street Preachers (Columbia Records 1992)












Rock n roll is our epiphany
Culture, alienation, boredom and despair

molto probabilmente queste righe possono riassumere appieno il pensiero ed il fascino di questo album, il debutto per i Manic Street Preachers, destinati a diventare una delle più longeve band di culto del rock and roll.
Ma partiamo dall'inizio, ovvero i primi Anni Novanta, quelli sconvolti dalle trasgressioni e dalle vendite milionarie dei Guns'n'Roses, ovvero la più famosa rock band del pianeta.
Ed è proprio nella vecchia Europa che si cerca la risposta ad Axl e soci ed ecco che l'Inghilterra pesca fuori questa band proveniente dalle zone più depresse del Galles, terra di minatori e rivolte sociali.
I MSP si presentano al debutto in pompa magna, grazie alle lusinghiere recensioni della stampa britannica pronta a trovare la "next big thing" da sbattere in faccia ai cugini d'oltreoceano ed il loro Generation Terrorists fa davvero ben sperare carico di energia, irruenza punk ed un immaginario di meravigliosi perdenti che costella tutto il lavoro, a partire dalla cover, semplice ma efficace (il crocifisso ed il tatuaggio con la rosa sono una provocazione ai Guns bella e buona!) fino ai titoli delle canzoni come la finale Condemned to Rock and Roll, pretenziosa ma quantomai veritiera dichiarazione d'intenti.
Ma aldilà di questa facile retorica, il debutto dei Preachers è davvero un capolavoro o perlomeno è molto vicino ad essere tale, vista la notevole caratura dei pezzi e i testi carichi di un forte messaggio sociale, scritti dal cantante James Dean Bradfield, intellettuale ed attivista con il mito del rock and roll ben radicato nel cuore.
Il raggio d'azione dei MSP parte dal punk impegnato dei Clash fino ad arrivare all'hard rock classico fatto di assoli e riff quadrati, senza dimenticare il pop intelligente e mai fine a se stesso.
L'opener Slash 'n' Burn è dinamite, una via di mezzo tra Welcome to the Jungle e White Riot, cosi come lo è l'altro singolo You Love Us, forse i pezzi più diretti dell'album, cazzotti nello stomaco che ti lasciano senza fiato.
Nonostante la grande tecnica profusa, l'elemento punk è sempre ben presente, soprattutto nel chitarrista Richey James, un novello Stiv Bators pronto a lacerarsi un braccio davanti a giornalisti che lo accusavano di essere un poseur, per poi sparire nel nulla qualche anno dopo senza lasciar traccia ( è stato dichiarato morto nel 2003 senza che nessuno abbia mai trovato il suo cadavere...).
Se i Guns hanno in Sweet Child O' Mine il loro pezzo da Novanta, i Nostri rispondono con Motorcycle Emptiness, spettacolare gioiello pop-rock intriso di atmosfere malinconiche e decadenti con un testo impregnato di alienazione e distaccamento.
Life lies a slow suicide
Orthodox dreams and symbolic myths
From feudal serf to spender
This wonderful world of purchase power
Just like lungs sucking on air
Survivals natural as sorrow, sorrow, sorrow
Under neon loneliness motorcycle emptiness

In Little Baby Nothing compare il duetto con l' ex pornostar di Hollywood Traci Lord, nella denuncia contro la mercificazione del corpo femminile, un altro capolavoro pop-rock che eccelle in questo disco.
My mind is dead, everybody loves me
Wants a slice of me
Hopelessly passive and compatible
Need to belong, oh the roads are scarey
So hold me in your arms
I wanna be your only possession
Used, used, used by men
Used, used, used by men

Ma allora viste le sperticate lodi come mai questo album non ha lanciato i MSP al top delle classifiche mondiali, regalando loro fama e successo?
Molto probabilmente il grande pubblico preferisce le grandi distrazioni e gli eccessi "sex, drugs and rock and roll" piuttosto che gli intellettualismi, le citazioni colte e le denunce sociali della band gallese: una strofa del tipo
Economic forecast soothe our dereliction
Words of euthanasia, apathy of sick routine
Carried away with useless advertising dreams
Blinding children, life as autonotomes

fa fatica ad entrare in testa ad un pubblico sempre più distratto dalle luci e pailettes del music stardom, anche se le rivelazioni di Bradfield si sono rivelate poi veritiere, ma si sa come è il detto, "nemo propheta in patria"
Inoltre l'eccessiva lunghezza dell'album (oltre settanta minuti) lo rende dispersivo e  decisamente impegnativo nell'arrivare fino in fondo, nonostante l'ottima fattura dei pezzi.
Ad ogni modo i MSP la loro rivincita se la son presa grazie ad una carriera ventennale ed a diversi album sempre su gran livelli, nonostante la progressiva perdita di quella carica ed immediatezza "punk" in favore di sonorità più pompose ed orchestrali.
Ma la bellezza di questo Generation Terrorists fa ancora brillare gli occhi di tutti quegli animi "borderline" che si sono persi  nei testi e nelle musiche di Bradfield-Nicky Wire-Richey James-Sean Moore.
No innocent exit when hope dies
And claustrophobia buys my mind
I ran to breathe contagious lies
No reasons for just living life
Ripcord opens but my soul is cold
With you I never felt more alone
Skin never sweating dignity
Kept my line beneath ecstasy....Condemned to rock and roll!!!


http://www.manicstreetpreachers.com/
spotify:album:5XV63qDoIC1z2Tb0EIMVua



domenica 10 novembre 2013

You'll Never Walk Alone/Eile's Diary Mosche di Velluto Grigio (Autoproduzione 2011)













Tempo fa mi sono imbattuto in un concerto delle Mosche di Velluto Grigio, folk band proveniente dalla rive del Po della Bassa Padana. La loro esibizione mi colpì oltremodo vista l'energia e la carica live profusa durante  il loro set e con mio stupore scoprii che la loro carriera si protrae da oltre dieci anni con diverse pubblicazioni in studio, rigorosamente autoprodotte.
La loro ultima fatica è questo EP di sei tracce intitolato You'll Never Walk Alone/Eile's Diary, prodotto dal polistrumentista scozzese Keith Easdale e ci presenta  una band con sonorità in bilico tra le pulsioni punk di Clash e Stiff Little Fingers e il folk di Pogues, Violent Femmes e gli italiani Modena City Ramblers.
Ci sono malinconiche ballate come Eilè e Vinèsa e altri pezzi più tirati come Fiore di Maggio e Il Marinaio di Limerick, splendide storie venate da malinconia resa ancor più evidente grazie ad innesti di sassofono, una peculiarità che rende le MDV ancor più particolari.
Il punto di forza della band è quello di scrivere, appunto, storie e metterle in musica, ballate che raccontano persone e personaggi, sensazioni che arrivano dirette al cuore lasciando la band in bilico tra il cantautorato e l'irruenza punk. Nelle loro canzoni ci sono personaggi che scappano dal loro destino e dai loro incubi (Eilè) oppure marinai che salpano per non tornare più indietro ( A Sud) ed altri che vorrebbero tornare dalla loro amata (Il Marinaio di Limerick). Ci sono ladri che vorrebbero rubare le guerre per lasciare la pace (Bonnie & Clyde) e magari festeggiare sotto cieli gonfi di pioggia con qualche birra in mano.
Provate quindi a cercare i loro album e inoltratevi in questo mondo di malinconiche canzoni punk e vederete che la musica delle Mosche di Velluto Grigio saprà rapirvi l'anima!
www.moschedivellutogrigio.com
Mosche di Velluto Grigio-Pagina Facebook





domenica 3 novembre 2013

Peace Vista Chino (Napalm Records 2013)












Allora vediamo dove eravamo rimasti..ah si con la reunion 2011 sotto il monicker Kyuss Lives che ha portato in giro per il globo i fasti della band stoner per eccellenza, grazie a quei capolavori come Blues for the Red Sun e Welcome to the Sky Valley, pietre miliari degli anni Novanta.
Ovviamente alla reunion in questione non partecipò Josh Homme, il quale diede comunque il suo benestare per l'operazione amarcord, ma quando si susseguirono voci di un nuovo album targato Kyuss, il chitarrista dei Queens of The Stone Age iniziò una battaglia legale per l'uso improprio del nome della band e cosi, a distanza di due anni, ecco i Vista Chino, ovvero John Garcia, Nick Olivieri, Brant Bjork ed il chitarrista belga Bruno Fevery al nuovo debutto discografico per non dire alla nuova reincarnazione dei leggendari Kyuss.
L'attacco iniziale di Dargona Dragona è micidiale(anche il titolo stralunato lo è..come da tradizione), con quelle chitarre sature che anticipano l'attacco basso-batteria che tanto ha fatto sbavare i fans di Sky Valley. La voce di Garcia è graffiante ed acida come non mai e migliore apertura non la si poteva chiedere.
Sembra che il tempo non abbia scalfito l'identità di questa band che con questo Peace ha riacceso gli amplificatori ed ha iniziato a picchiare duro esattamente dal punto in cui si erano interrotti nel 1995: Planets 1 &2 è la degna erede di Green Machine con il suo riff spaccacollo ma il fattore aggiuntivo sono quelle linee melodiche che Bruno Fevery tira fuori dalla sua chitarra fino all'implosione finale di suoni distorti.
Ed ecco il nodo gordiano su cui ruota l'attenzione di tutti: l'assenza di Josh Homme soppiantata da un chitarrista semisconosciuto che raccoglie l'eredità di uno dei musicisti più geniali degli Anni Novanta.
Anche senza Homme , Peace ed i Vista Chino stanno in piedi con le proprie gambe, provate ad ascoltare la lunga suite Acidize..The Gambling Moose, tredici minuti che racchiudono tutto il meglio che possano proporci tra cavalcate dirompenti e momenti sognanti, il tutto guidato dalla voce di Garcia,uno sciamano che interpreta al meglio le composizioni, alternando parti graffianti a passaggi melodici.
Adana è un blues malato, figlio della solitudine magica che solo il deserto può evocare, mentre la latineggiante Mas Vino è il preludio a Dark and Lovely oscura canzone di confine tra terre desolate.
I Kyuss (perchè nonostante il cambio di nome per me rimangono tali) sono tornati, per dominare di nuovo le strade polverose, le dune striscianti ed adorare il sole cocente che ha dato loro fonte d'ispirazione e si mettano il cuore in pace i detrattori che non hanno mai visto di buon occhio questa reunion: i Vista Chino hanno ripreso in mano lo scettro dello stoner e sinceramente va bene cosi, visto che non ho mai sopportato la svolta stilistica di Homme ed i suoi QOTSA, troppo fighetti e puliti per i miei gusti, mentre, al contrario ho sempre adorato le sonorità sporche, grezze ed allucinate di capolavori come Blues for the Red Sun e Sky Valley e non chiedevo di meglio che un ritorno in grande stile come questo.
P.S.
Tra poco i Vista Chino saranno in visita in Italia per un unica data il 16 Novembre al LiveClub a Trezzo d'Adda...
www.vistachinomusic.com
www.facebook.com/vistachinomusic
spotify:album:6E8eGHoP9z0hDJqpzJhngM