Nessuna pretesa o velleità giornalistica, solo uno spazio dove poter parlare liberamente di musica, canzoni ed emozioni. Un invito a riscoprire dischi vecchi e nuovi,grandi classici o perle nascoste perchè rocker si nasce...non si diventa!!!
Domanda: si può essere incazzati e punk a cinquanta e passa anni suonati? Ascoltando il ritorno discografico di Bob Mould la risposta è si, eccome!!!!
Silver Age è l'ultima fatica di una delle icone punk rock per eccellenza, leader dei seminali Husker Du (non li conoscete? andate ad ascoltarvi Zen Arcade!) e poi di quel gioiellino pop-rock dei Sugar, band che ebbe un discreto successo nei circuiti alternativi negli anni Novanta.
Ed ora rieccolo in pista, a contemplare la sua "Silver Age", ovvero quella mezza età che lo vede ancora irrequieto ma riflessivo allo stesso tempo, ma soprattutto capace di scrivere tre quarti d'ora di ottima musica e di proporre una miscela di power pop che lascia stupefatti!
Il terzetto iniziale Star Machine/Silver Age/The Descent è un biglietto da visita al fulmicotone, dolci caramelle pop rivestite da una ruvida corazza di chitarre, basso e batteria.
Bob Mould riprende la lezione di storia dei suoi Husker Du e la tramanda alle nuove generazioni addolcendola con i suoni della generazione rock attuale: Foo Fighters, Green Day e Bad Religion in primis, con la benedizione proprio di Dave Grohl che ha sempre speso grandi elogi per questo cinquantenne punk rocker!.
La ballata elettrica Steam of Hercules è un punto di rottura e serve per prendere fiato per poi ributtarsi a capofitto nella seconda metà del disco dove la doppietta finale Keep Believing (altro omaggio ai Foo Fighters) e First Time Joy ci danno il commiato lasciandoci la soddisfazione addosso e la voglia di pigiare un altra volta il tasto play per ricominciare da capo.
Non è un album che salverà le sorti del rock and roll, ma fa stare bene: è fresco, è veloce ed è dannatamente ruffiano ma senza mai cadere nel banale, ovvero una ricetta che solo i grandi rocker possono saper miscelare.
Se Silver Age sta per mezza età e capelli brizzolati, io aggiungerei anche "ArgentoVivo" dato che il buon Bob Mould sembra davvero avercelo addosso e la frase "Never Too Old to Contain My Rage", contenuta proprio nella titletrack, sembra davvero esserne il manifesto più lampante. www.bobmould.com www.facebook.com/bobmouldmusic
"SOMEWHERE IN MY SOUL, THERE ALWAYS ROCK AND ROLL"
Quando nei primi anni del nuovo secolo, uno ad uno se ne andarono 3/4 della formazione dei Ramones, lo sconforto tra i fans (me in primis) fu profondo, ma fu anche accolto come un "beh prima o poi doveva succedere" viste le precarie condizioni di salute dei "Brodders". Ma all'annuncio dell'improvvisa morte di Joe Strummer, il 22 dicembre 2002, la comunità di fans rimase scioccata, dato che l'ex frontman dei Clash era in piena attività, sia compositiva sia dal punto di vista live, con la sua rodata backing band, i Mescaleros.
Il disco che sto per recensire lo si può definire postumo a tutti gli effetti, visto che uscì un anno dopo la sua morte, per volere della sua band che finì di suonare e registrare i demo in fase embrionale delle canzoni qui presenti.
In molti storcerono il naso, ma analizzando più a fondo i contenuti di questo album affiorano le idee e la forte personalità di un instancabile musicista, sempre pronto a mettere in gioco la sua arte e la sua infinita passione.
Strummer ha sempre avuto una visione a 360 gradi riguardo la musica, non ponendosi mai limiti o barriere di genere, ma lasciandosi trasportare dalle emozioni che gli davano musicisti ed artisti dai luoghi più disparati del globo: il messaggio di Streetcore è chiaro, riportare la musica alla sua forma più pura e sincera, partendo proprio dalla strada, dal viaggio, dai ricordi e dalle conoscenze che si possono fare quando si passa la vita on the road, salendo e scendendo da un palco all altro, che sia quello del Madison Square Garden oppure quello di un anonimo pub della periferia inglese.
Nei quaranta minuti di questo testamento sonoro c'è davvero tanta carne al fuoco, dall'attacco inziale di Coma Girl, con il suo rock and roll garage minimale fino alle divagazioni rocksteady di Get Down Moses, dove lo spirito combat e barricadero che ha sempre contraddistinto Strummer esce prepotentemente. Lying in a dream, cross battle field,
Crashing on a downtown strip,
Looking in the eyes of the diamonds and the spies and the hip
Who's sponsoring the crack ghetto?
Who's lecturing? Who's in the know and in the don't know? You better take the walls of Jericho
Put your lips together and blow
Goin' to the very top
Where the truth crystallizes like jewels, in the rock, in the rock Get Down Moses - from the eagle's aerie
We gotta to make new friends out of old enemies
Get Down Moses - back in Tennessee
Get Down Moses - down with the dreads
They got a lotta reasoning in a dreadhead
Get Down Moses - down in the street
Get Down Moses Sulle note di Long Shadowsaleggia l'ombra di Johnny Cash ed infatti la leggenda vuole che questo pezzo sia stato composto per essere cantato insieme a lui, ma purtroppo il destino, ancora una volta beffardo non ha mai fatto incontrare i due per questa session.
Una bellissima ballad in stile American Roots, dall' aria polverosa e vagabonda fatta per percorrere le strade d'America e dare voce a tutti gli arrabbiati I hear punks talk of anarchy – I hear hobos on the railroads
I hear mutterings on the chain gangs
It’s those men who build the roads
Anche la successiva Arms Aloft è destinata a lasciare il segno, grazie alle sonorità più rock oriented, tanto da essere coverizzata negli anni a seguire dai Pearl Jam e chissa, forse nei progetti di Joe Strummer, ci sarebbe stata anche una collaborazione con loro. Ancora una volta il destino con cui fare i conti....
L'etereo dub di Ramshackle Day Parade, con le sue aperture corali ci porta alla prima delle due cover inserite in questo album, quella Redemption Song che fu la celebrazione massima di Bob Marley, qui è omaggiata dalla voce calda e dall'accento cockney di Strummer in una versione che lascia gli occhi gonfi di lacrime tanta è l'intensità di questo pezzo.
La seconda cover è posta in chiusura, Silver and Gold, ma conosciuta come Before I Grow Too Old di Bobby Charles ed è l'ennesimo sberleffo del destino, poichè vengono citati sogni e buoni propositi da fare prima di invecchiare...ma Joe non ne ha avuto modo e non ne avrebbe avuto nemmeno tempo vista la sua frenetica e costante attività di musicista, scrittore, dj, oratore e organizzatore di eventi come Strummerville, una Woodstock in miniatura dedicata all'impegno sociale e al promuovere band emergenti.
Un album quindi che ha molto da dare, forse la migliore uscita da quando Strummer pose fine ai Clash trovando il giusto equilibrio con la sua nuova creatura, i Mescaleros. ed ancora una volta è il caso di dirlo...maledetto destino! Strummerville RadioClash. Portale Italiano sui Clash e Joe Strummer
"DOVUNQUE TU SIA, OVUNQUE IO VADA, SAREMO SEMPRE UNICI"
Nei ricordi di chi, come me , ormai si avvicina agli 'Anta, c'è di continuo un concerto: Il Monsters of Rock, festival che si tenne nel 1991 a Modena e che annoverava nomi del calibro dei Metallica (freschi di Black Album), AC/DC (headliner della serata, reduci da Donington), Queensryche, Black Crowes ed in apertura una band italiana, i Negazione, che con il mondo hard rock/heavy metal c'entrava davvero poco, ma quel pomeriggio ottenne il riconoscimento da parte della massa, degli sforzi fatti nella loro, fin li, decennale carriera, che guarda caso finì proprio dopo quel bagno di folla.
I Negazione, da Torino, ricoprono un ruolo fondamentale nella mia crescita musicale e personale ed è con sommo piacere che accolgo questa uscita postuma, edita dalla Shake, che vede celebrare la band con il cd contenente il loro capolavoro Lo Spirito Continua, il primo EP Condannati a Morte nel Vostro Quieto Vivere, più la traccia Il Giorno del Sole, che da poi il titolo all'uscita in questione. Il tutto corredato da un libretto contenente pensieri, riflessioni, parole dei tre componenti storici, Marco, Zazzo e Tax che rivolgono le emozioni impresse di quei fantastici anni, compresi tra il 1984 ed il 1988, ad Elia, il figlio di Fabrizio Fiegl, il batterista (ne cambiarono tanti..ma lui rimase Il Batterista dei Negazione) scomparso l'anno scorso.
Giuro che mi sono emozionato nel leggere queste pagine fatte di racconti, aneddoti, ricordi, "una collezione di attimiper le sensazioni più belle", tanto per citare i diretti interessati , che vanno a ripercorrere anni lontani, in cui si attraversava l'Italia e l' Europa in furgone oppure in Interrail. Pochi soldi, gettoni del telefono, volantini fotocopiati e cassette registrate. Sembra preistoria a cospetto del "tutto e subito" della generazione attuale, ma i Negazione sono stati pionieri in questo: i primi ad affrontare un vero e proprio tour europeo, i primi ad andare a registrare all'estero, in Olanda, un paese avanti come mezzi e mentalità rispetto all'Italietta degli Anni Ottanta, i primi a vivere in maniera professionale la propria passione, dando un bello scossone al movimento hardcore tricolore e non.
E poi, last but not least, la musica, le parole, emozioni forti, fortissime che hanno lasciato un impronta indelebile in tanti. I testi di Zazzo erano in bilico tra la sovversiva disobbedienza civile e la poesia malinconica di chi, getta uno sguardo alla giungla metropolitana, ma non smette mai di guardarsi dentro. Lo Spirito Continua èil loro manifesto: una dichiarazione di intenti, un invito ad andare avanti senza mai vendere se stessi ai compromessi della vita Lo spirito continua....
...continua...lo spirito...
dietro lamenti melodiosi
risuona la voce di un vecchio
a raccontare il senso di una vita
collezione di attimi
per le sensazioni piu` belle
ma lo spirito continua!
Leggo di me negli occhi di gente sconosciuta
leggo di me in loro
e non sono ostili
Ma il ricordo puo` uccidere il bisogno...
...non ho paura di quel rumore
c'e` un lampo nei tuoi occhi
che non potro` mai spiegarti
mentre ti alzi e te ne vai
guardo verso una parola lontana...
...Il gioco di immagini e` riuscito
esplode una risata sensuale...
Io sorrido sopra il mio odio
scoprendomi dentro un amore spesso negato
scopro te nel mio corpo
non voglio ucciderti
Devi solo imparare a conoscermi
io faro` lo stesso
e forse allora anche la ferita
fara` meno male
lo spirito continua
potremo davvero essere vecchi e forti.
Citando di nuovo una loro canzone, loro bruciavano di vita e quella fiamma che hanno tenuta accesa per anni lascia ancora un bagliore intenso nei ricordi di vecchi fans, amici, di chi li ha conosciuti e di chi ha fatto proprie le loro canzoni, schegge di hardcore veloce e compatto, ma con una ben marcata impronta melodica che si faceva largo tra le urla di Zazzo e i riff serrati di Tax.
Un ottima uscita per coloro che sono cresciuti con i loro album e si ritroveranno ancora una volta a pensare e commuoversi magari leggendo tra le pagine del libro allegato, ma anche un modo per avvicinare le generazioni più giovani ad una band che è stata l'apice della scena hardcore italiana degli Anni Ottanta che ha saputo muoversi in un Paese che era ancora troppo indietro rispetto all'Europa: lucidi guerrieri pronti a vendicare la vita, ribelli al nostro destino, piccola minaccia in un tempo sbagliato
Un luogo comune legato alla Brianza è che i suoi abitanti pensino solamente a lavorare e fare soldi, tanto da renderla una delle zone più floride dal punto di vista economico, ma devo dire che da qualche anno a questa parte la "Briansa" sta regalando anche una buona scena musicale underground, fatta da band che collaborano tra di loro e molti concerti davvero interessanti. Si passa dal punkrock dei Lechees fino al surf dei Wavers attraverso una miriade di bands valide come appunto questi Backseat Boogie.
La band di Seregno ci propone, in questo primo album totalmente autoprodotto, una mezzora di ottimo rock and roll di annata con brani veloci, dinamici e ben strutturati.
L'attitudine ed il suono sono Vintage al 100% e brani come la titletrack o You Gotta Make Her Laugh sono coinvolgenti soprattutto dal vivo, realtà in cui la band riesce a dare il meglio di se.
Le influenze sono sicuramente legate al rockabilly degli anni Cinquanta, ma complice anche l'utilizzo del banjo, la band affonda le sue radici anche nell'area roots e bluegrass, creando un ibrido davvero spettacolare.
In Zombieville c'è tempo anche per le atmosfere psychobilly con qualche richiamo ai Meteors ma il resto dei brani scorre via veloce con i ritornelli che ti si stampano in testa fin dal primo ascolto.
Ecco quindi un altra bella realtà locale che merita di essere seguita e supportata in pieno e che va a rinfoltire le file della scena rock and roll "made in Brianza"! www.myspace.com/thebackseatboogie
You, you are so special
You have the talent to make me feel like dirt
And you, you use your talent to dig me under
And cover me with dirt
(Dirt)
Non si può definire Dirt come un semplice pezzo della discografia degli Alice in Chains, perchè oltre ad esserne il capolavoro assoluto è anche il manifesto del disagio interiore di una delle icone massime degli Anni Novanta: Layne Staley.
L'ascolto di questo album è un lungo viaggio nella tossicodipendenza, una discesa verso l'oblio più cupo in cui Layne ci accompagna per mano, descrivendo i suoi tormenti alterati dall'inferno dell'eroina con una lucidità ed una disperazione disarmante.
E' il 1992 quando esce nei negozi Dirt che, trainato dal singolo Would (tra l'altro già presente nella soundtrack del film Singles) riesce a scalare le classifiche e portare la band di Seattle sotto le luci della ribalta ed imbarcarsi per tour estesi come headliner.
La miscela tra hard rock, cromature metalliche e psichedelia è esplosiva, Jerry Cantrell viene riconosciuto come uno tra i migliori chitarristi in circolazione e la band stessa verrà apprezzata oltre che dai fans dell'alternative, anche dai metallari più intransigenti, fattore che permetterà di accompagnare le rockstar Metallica in tour.
Ma la voce di Layne Staley e i suoi disperati deliri risulteranno il valore aggiunto che regalerà "poesia maledetta" a questo album!
L'apertura è affidata a Them Bones con un'urlo disperato, quel "Primal Scream" che risveglia l'ascoltatore e lo prende per mano in questa discesa decadente, per poi passare al cantato folle di Dam that River ed alle sonorità liquide e psichedeliche di Rain When I Die.
Con Sickman, introdotta da echi tribali inizia la tetra descrizione del calvario personale di Staley
I can feel the wheel, but I can't steer
When my thoughts become my biggest fear
Ah, what's the difference, I'll die
In this sick world of mine
Sembra impossibile cambiare rotta, in queste poche parole vengono messe a nudo tutte le paure e la consapevolezza di essere in un tunnel senza fine.
Ascoltando e rileggendo le parole di Staley ho sempre pensato che, in cuor suo, lui fosse consapevole che non ci sarebbe mai stata una via d'uscita: In molti passaggi la sua è una resa incondizionata al demone dell'eroina, una spiazzante e lucida riflessione di chi si autocondanna a morte.
La meravigliosa, ma altrettanto struggente ballad Down in a Hole non lascia dubbi riguardo all'animo depresso e tormentato di quest'uomo Down in a hole and I don't know if I can be saved
See my heart I decorate it like a grave
Well you don't understand who they
Thought I was supposed to be
Look at me now I'm a man
Who won't let himself be
Down in a hole, feelin so small
Down in a hole, losin my soul
I'd like to fly,
But my wings have been so denied
Anche le successive JunkHead e Godsmack non lasciano dubbi sulle abitudini tossiche del cantante, anche se in queste due canzoni viene dato più risalto al piacere che da l'estasi onirica delle droghe. ( Godsmack nello slang è il termine che si usa per descrivere la botta iniziale che da l'eroina, letterlamente "il bacio di Dio"). What in God's name have you done?
Stick your arm for some real fun
So your sickness weighs a ton
And God's name is smack for some
L'altra ballad presente. The Rooster, scritta da Jerry Cantrell, si discosta da queste tematiche ed è una dedica al padre, veterano della guerra in Vietnam, il quale, agli occhi del figlio, porta dentro di sè le orribili visioni patite in quegli anni. Walkin' tall machine gun man
They spit on me in my home land
Gloria sent me pictures of my boy
Got my pills 'gainst mosquito death
My buddy's breathin' his dyin' breath
Oh god please won't you help me make it through
Un disco pressocchè perfetto, un manifesto sonoro, ma soprattutto il capolavoro di una band che si è bruciata in fretta, ma ha senza dubbio lasciato un peso fondamentale nella scena rock degli Anni Novanta, creando un suono ed un immagine forte che è entrata di diritto nella storia. www.aliceinchains.com www.myspace.com/aliceinchains
Ho avuto modo di entrare in contatto con il mondo del Circo Zen qualche anno fa, quando mi imbattei nell'ascolto di Villa Inferno, un piccolo gioiellino indie folk made in Italy che lasciava ben presagire per il futuro. Ecco quindi, qualche anno dopo, complice un concerto a pochi chilometri da casa mia, che mi trovo tra le mani l'ultima fatica del trio pisano che ormai risale ad un annetto fa.
Sin dalle prime note iniziali trovo una band profondamnete cambiata, più matura e con un suono uniforme, perfettamente in bilico tra Pixies e Violent Femmes, con la scelta (giusta!) di cantare in italiano, un particolare che avevo apprezzato parecchio su Villa Inferno e che mi auguravo fosse sfruttato nel futuro di questa band.
Infatti uno dei punti forza di questo album sono i testi, scritti da Ivan Appino, che si lascia andare seguendo il suo "stream of consciousness" e regalandoci una fotografia precisa della Nostra Italietta (ovvero Il Paese che Sembra una Scarpa, il brano che apre l'album) condita dal freddo sarcasmo e dal nero e sagace umorismo toscano.
E via quindi con una carrellata di immagini messe in musica che disegnano i contorni della nostra società fatta da paradossi e contaddizioni, da debiti e vite al limite della sopravvivenza quotidiana, da vuote giornate nei centri commerciali a lustrarsi gli occhi nel nulla che ci ricordano che siamo Nati per Subire le ingiustizie della vita senza via d'uscita alcuna. nato per errore, per una probabilità / nato e cercato con ferma volontà /
nato morto, nato stanco, nato in capo al mondo / o al centro
dell'universo che si dice "è nato tondo" / nato per usare gli altri a
proprio piacimento / nato per restare a fissare il pavimento / nato già
fregato, amato e poi dimenticato / con la camicia blu ed il colletto
inamidato / sei nato per subire, te lo ricordano i bambini / già stronzi
e come te, dei futuri soldatini
Gli Zen Circus fanno politica è indubbio, ma in maniera diversa e lontana dagli slogan da barricata degli Anni Settanta, visto che ormai certe ideologie sono morte e sepolte e brani come I Qualunquisti o La Democrazia Semplicemente non Funziona (special guest Giorgio Canali che si prende la briga di mandare tutti a farci fottere) sono il manifesto ideologico di chi ha superato un certo cantautorato proletario di quasi quarant'anni fa, sempre troppo radicato nella scena musicale italiana. ultimo dei tuoi problemi è la mobilità sociale che non s'è mai capito cosa vuol significare infatti siam tutti in giro che non si riesce a passare che ci sia di sociale ce lo devono spiegare son poveri di spirito i poveri in generale per diventare povero devi esser matto da legare un sorriso al posto giusto, un abbraccio alla mammina e come disse Hitler: "alzati e cammina" non chiamarci comunisti dai che non ce n'è più bisogno piuttosto siamo i qualunquisti gente come te.
(da I Qualunquisti) Ragazzi in cerchio e una chitarra suona la democrazia semplicemente non funziona metto una bomba sotto casa tua il fascino indiscreto della mia pazzia col dito al cielo urli tutta la tua rabbia (la tua rabbia) ma non ti accorgi che hai la testa nella sabbia (nella sabbia (da La democrazia Semplicemente non Funziona)
E probabilmente per Appino e soci non c'è una via d'uscita, nemmeno il rifugio nella fede religiosa può giovare qualcosa, visto che ne L'Amorale, si nega l'esistenza di Dio con un ritornello che è l'highlight assoluto di questo album, una filastrocca per bambini condita da un nero cinismo. dio non esiste, lasciatelo dire è una morale per me, un'amorale non ci pensare e continua a camminare è una morale per me, un'amorale se dio non esiste non esiste il male ed è normale per te che lo sai fare non ti fermare e continua a viaggiare che è necessario per chi è stanco di aspettare.
Ad ogni modo ci sono momenti anche più easy all'interno di Nati per Subire, come la divertente Milanesi al Mare, una punk pop song con un testo nonsense e la ballata folk Ragazzo Eroe che chiama a raccolta tutti i prototipi giovanili della Nostra Penisola.
Nati per Subire, ovvero uno spettacolare affresco dei Nostri Giorni! www.thezencircus.com www.myspace.com/thezencircus www.facebook.com/thezencircus
E fu cosi che anche le "ex next big things" della scena rock attuale firmarono un contratto con una major, spiccando cosi il volo verso una maggiore esposizione mediatica ed un ampio (e giusto) riconoscimento anche da chi non ha mai bazziccato nel marasma underground.
Ma questo salto di qualità cosa significa? Suoni MTV-friendly, video con lustrini, donnine e pailettes e tour su palchi che sembrano astronavi? A guardare bene direi proprio di no, anzi, i ragazzi del New Jersey sembrano non aver cambiato di una virgola il loro approccio, mai sopra le righe, al music business, ma soprattutto anche la loro proposta musicale è rimasta coerente con quanto hanno fatto finora.
Ma quindi che futuro avrà questo Handwritten? A dire il vero molto nebuloso, visto che nonostante la buona fattura di gran parte dei brani presenti, manca un pò di quella mordace aggressività che aveva contraddistinto i precedenti lavori. Certo la produzione di Brendan O Brian ha smussato parecchi angoli e ha lavorato di fino su tanti arrangiamenti, ma il punto è che in tutto il minutaggio del disco manca quella scarica di energia e sudore che permeava quel capolavoro di 59 Sounds, l'esordio Sink or Swim ed in gran parte di American Slang
Certamente non è una bocciatura, anzi, come vedremo più avanti c'è tanta carne al fuoco, ma l' impressione è che i TGA siano andati un pò col freno tirato, forse con l'intento di creare un album più cerebrale che sanguigno.
L'inizio però lascia ben sperare con la doppietta 45 e la titletrack Handwritten, due belle fast song, ben articolate con il solito buongusto nelle melodie sia vocali che chitarristiche. Il loro flavour si perde in quella nostalgia dei tempi andati tipica delle composizini di Brian Fallon, il tipico bravo ragazzo della porta accanto, che a dispetto del suo corpo coperto di tatuaggi, si commuove ancora per il rumore della puntina su un vecchio vinile, un buon libro e gli occhioni dolci della sua Mary Jane di turno.
Ma in questo album il songwriting si fa più profondo ed introspettivo,non si rincorre più il fantasma giovanile di Springsteen, ma si cerca di grattare sotto la superficie delle cose: evidentemente l'esperienza degli Horrible Crowes ha lasciato il segno. E' il caso di Too Much Blood, una sofferente dichiarazione di tormento interiore. What can I keep for myself if I tell you my hell?
What would be left to take to my grave?
And what's left for you, my lover to save?
What's left for only you to take?
If I put too much blood on the page
If I put too much blood on the page
And if I just tell the truth are there only lies left for you
If I put too much love on the page?
Ad ogni modo i rimandi ai "good old times" ci sono sempre, come nel caso di Mae, un bel salto nel passato che ci riporta agli esordi di Sink or Swim Stay the same, don't ever change
Cause I'd miss your ways
With your Bette Davis eyes
And your mama's party dress
While this city pumps it's aching heart
For one more drop of blood,
We work our fingers down to dust
And we wait for kingdom come
With the radio on
I wanna see you tonight
Would you come for a drive?
You can lean into me
If you ain't been in love for a while
I was born beside a river
That flows to a raging sea
That will one day serve to quell
Or one day be the death of me
La maggior parte delle composizioni stazionano su midtempos e si denota un netto miglioramento nelle parti di chitarra con l'inserimento di numerosi assoli, segno che l'esperienza ed un intensa attività live ha portato i suoi frutti, magari a scapito di quell'immediatezza che aveva contraddistinto le precedenti uscite.
Il finale è affidato all'acustica e springsteeniana (si sempre lui, il padrino della band) National Anthem che chiude in maniera soffusa e raffinata questo album.
In conclusione chi, come me, ha amato questa band fin dagli esordi continuerà a seguire il loro cammino artistico trovando sempre emozioni nei solchi dei loro vinili ( e si...sono retrò e vintage anche io come Brian Fallon), ma dubito che questo Handwritten lascerà il segno come quel piccolo capolavoro di 59 Sounds. Probabilmente un giorno i Gaslight Anthem,dopo aver vagato per le costellazioni delle rockstar, torneranno ancora nel loro piccolo per poter esprimersi senza freni e costrizioni..io per adesso rimetto su per l'ennesima volta 45...." Hey hey, turn the record over...Hey hey, and I'll see you on the flip side.... www.thegaslightanthem.com www.myspace.com/thegaslightanthem www.facebook.com/thegaslightanthem