Visualizzazione post con etichetta Alternative. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alternative. Mostra tutti i post

domenica 21 febbraio 2016

Uncle Anesthesia Screaming Trees (Epic Records 1991)













Non è la prima volta che gli Screaming  Trees compaiono in questo Blog  , un piccolo e devoto omaggio ad una delle band tanto influenti quanto sottovalutate del panorama alternative degli Anni Novanta.
All'epoca la band di Washington era una delle tante promesse che agitavano il sottosuolo americano, una lunga gavetta che ha attraversato gli Eighties sotto la guida di Greg Ginn ( ex Black Flag) e della sua label indipendente SST, ma il salto di qualità, se cosi si può chiamare,  coincide con la firma di un contratto discografico con la Epic Records, attenta ai forti cambiamenti musicali di quei anni ed alla collaborazione con Chris Cornell, che prenderà la band sotto la sua ala protettrice e plasmerà il sound degli anni a venire, rendendolo più oscuro e crepuscolare, in linea con l'impennata grunge del momento, ma soprattutto, valorizzerà la voce calda ed intensa di Mark Lanegan più a suo agio con queste nuove sonorità cupe e malinconiche.
Uncle Anesthesia è il primo tassello della trilogia "grunge" degli Screaming Trees, anche se è davvero riduttivo affibiare loro questa etichetta per descrivere la loro musica. C'e ancora tanto garage, c'è psichedelia e un pizzico di hard rock: un suono ancora acerbo, sintomo di un evoluzione che ancora si deve compiere, ma che appare irreversibile.
Beyond The Horizon, Bed of Roses, la stessa titletrack ed Ocean of Confusion sono un fulgido esempio di chitarre graffianti,ma sempre melodiche, malinconiche e sognanti, con la calda ugola di Lanegan, allenata con anni di stravizi ed eccessi, che finalmente ha trovato il giusto suono in cui esaltarsi ed essere apprezzata in pieno.
La linearità è un altra caratteristica di questo album: non ci sono canzoni che si ergono sopra le altre, singoli  che ammazzano le classifiche ( ecco perchè divennero seconde linee al cospetto di Pearl Jam o Alice In Chains), ma è tutto il contesto che fila via bene ed ascolto dopo ascolto ognuno troverà il momento preferito su cui esaltarsi, che sia una strofa, un ritornello o semplicemente la linea melodica delle chitarre. Nello specifico ci sarebbe da citare comunque la cupezza di Alice Said, personaggio che compare anche nella visionaria copertina ed omaggiato dal Cappellaio Matto Lanegan in un caleidoscopio di ombre e scure tinteggiature che trovano il giusto sfogo in Disappearing, danza macabra con un tocco mariachi, dato dalle trombe in sottofondo.
In Time for Light invece gli Screaming Trees si ricordano che fino a poco tempo prima erano pur sempre una band del rooster di Greg Ginn e non lesinano a picchiare duro nel pezzo più incazzoso di tutto il disco.
La giusta consacrazione dovrà comunque ancora venire, tempo al tempo, ma Uncle Anesthesia rimane un ottimo disco di transizione dal garage indie della prima parte della carriera al grunge più adulto di Sweet Oblivion fino ad arrivare al crepuscolo polveroso di Dust, ottimi vestiti confezionati su misura per la voce meravigliosa di Mark Lanegan.

On a day so long ago, now no one can remember

There's a change this too will pass and vanish in the haze

This is moving too far under the skin of your sightOcean of confusion took me back to the end of the night


www.screamingtrees.net
Spotify-Uncle Anesthesia



venerdì 8 gennaio 2016

Sol Invictus Faith No More ( Reclamation Recording/Ipecac records 2015)













Sono passati ben 18 anni dall'ultima uscita discografica dei Faith No More! Avete idea di cosa sono 18 anni? Cosa ne è passata di acqua sotto i ponti in questo lasso di tempo? Provate a fare uno sforzo e ripensare cosa stavate facendo 18 anni fa, dove eravate, che musica ascoltavate? Se per noi comuni mortali è impegnativa la cosa, per il music business è paragonabile ad un era geologica, ma i Faith No More, paladini dell'alternative e della follia durante gli Anni Novanta se ne fregano e, dopo aver testato il terreno qualche anno fa con una celebrata reunion, hanno deciso di suggellare il loro idillio musicale con un ritorno alle scene discografiche.
Giusto per non smentirsi scelgono di fare tutto in casa, utilizzando l'etichetta del frontman Mike Patton e la supervisione in fase di produzione del fido bassista Billy Gould. D'altronde chi conosce i FNM sa che se ne son sempre strafregati delle logiche di mercato e hanno sempre fatto di testa loro, spiazzando fan e critici nel proporre musica a 360 gradi senza porsi limiti di alcun tipo.
Ma quindi come è questo Sol Invictus? Spiazzante, sperimentale ed assolutamente anticommerciale, in poche parole bentornati Faith No More!!!
Nel calderone di atmosfere cupe ed oscure, un pò come la cover del disco, troviamo l'hard rock ignorante di Superhero, primo singolo prescelto(ma lontano anni luce dal concetto di "singolo"),la claustrofobia ansiogena di Separation Anxiety, le aperture di Motherfucker ( e qui Patton non si smentirà mai!!) a fare da contraltare allle melodie alla "I'm Easy" di Sunny Side Up e Black Friday e quel piccolo gioiello in bilico tra rock duro, progressive e pruriti indies di Matador.
I FNM suonano per se stessi, per superare ancora una volta quelle barriere che più volte hanno infranto senza fossilizzarsi sui fasti del passato. Ognuno ci mette del suo, soprattutto Mike Patton, istrionico, imprevedibile che usa la voce come un vero e proprio strumento, districandosi tra urla, tonalità basse e cupe e melodie ben assortite da vero "leader of men" parafrasando il ritornello di Superhero.
Non è un album da easy listening, ma richiede attenzione e concentrazione, bisogna lasciarsi prendere per mano e farsi guidare in questa nuova avventura musicale della band e mai un ritorno fu più gradito:sicuramente non lo si annovererà trai capolavori della band, ma sono pronto a scommettere che, come il precedente Album of the Year, verrà capito con gli anni a venire ed usato come pietra di paragone per molte nuove bands che avranno voglia di osare.
Ecco i Faith No More versione 2015, ma adesso non fatemi più aspettare altri 18 anni altrimenti rischio di diventare una comparsa per il video di Sunny Side Up!
Faith No More Official Site
https://www.facebook.com/faithnomore/
Sol Invictus-Spotify








               



































































sabato 3 gennaio 2015

Stavolta Come Mi Ammazzerai? Edda (Niegazowana Records 2014)













"Vaffanculo, è bellissima!"  E' l'esclamazione tra il commosso ed il divertito di Stefano Rampoldi, in arte Edda, alla fine dell'intensa esecuzione di Stellina e rispecchia fedelmente la spontaneità e la voglia di fare che permeano questo terzo album della carriera solista dell'ex cantante dei Ritmo Tribale.
Stavolta Come Mi Ammazzerai. citazione colta da una battuta di un film noir Anni Settanta, è l'apice della nuovo cammino musicale di Edda, un titolo crudo e spietato che fa da contraltare alla candida immagine famigliare del cantante milanese messa in copertina ed è il continuum di quella ricerca interiore che lo ha portato a mettere i propri sentimenti e le proprie angosce a nudo  iniziata nel 2009 con il suo ritorno sulle scene.
In questo lavoro non si pone limiti e va diretto al punto, toccando tasti emotivi profondi come gli affetti famigliari, pilastri fondamentali che possono diventare opprimenti. Ecco quindi la rabbiosa Pater rivolta ad un padre assente e Mater rivolta ad una madre troppo attaccata che non ha mai saputo capire il figlio. Un fratello distante ed una sorella morta prematuramente dipingono il quadro di Coniglio Rosa, anche se alla fine Stefano, nonostante la sua "famiglia di dannati" dichiara che "i Rampoldi li ha sempre amati".
Diciassette canzoni, un disco lungo, estremamente eterogeneo che riporta Edda dove aveva chiuso anni fa: la musica rock, intesa nel suo modo più semplice e basilare, ovvero basso-batteria-chitarra e poi la  voce, la sua, tornata potente e grintosa, come in Stellina o Mademoiselle, una strizzata d'occhio al resto dei Tribali in giro, come per dire "Io sono pronto".
Ma ci sono anche momenti dove scava nel suo intimo e cerca risposte ad un amore che logora (Dormi e Vieni con il suo angosciante "non mi lasciare sola") e ad uno che finisce (Tu e le Rose), mentre Saibene ha la forza di strappare lacrime tale è l'intensità di questa piano ballad.
La sua è una terapia messa in musica, dove sembra che voglia insozzarsi di brutture e negatività(HIV, Ragazza Porno, Puttana da 1 Euro) per cercare una redenzione. Un viaggio duro e faticoso scritto con quel suo modo particolare di creare testi, a volte insolente, a volte viscerale ma che non lascia mezze misure, o lo si ama o lo si odia.
Confesso che non è stato facile scrivere questa recensione, visto che ad ogni ascolto avevo miriadi di sensazioni che mi giravano in testa a riguardo. Ed è proprio questo il bello di Stavolta Come Mi Ammazzerai, un disco che chiede di essere ascoltato e capito regalando così sfumature nuove ogni volta che si deciderà di mettere il disco sul piatto.
Ah dimenticavo...è anche il miglior disco di questo 2014 appena conclusosi..ma questo me lo confermerete voi!
www.edda.net
Facebook
Elisa Russo (Fan Page)
Niegazowana Records
Spotify

sabato 22 novembre 2014

Siamese Dream The Smashing Pumpkins (Hut Records/Virgin Records 1993)













E' proprio vero che spesso, dietro ad alcuni capolavori artistici, ci sono storie di disagi e sofferenza, probabilmente i fattori che fanno scaturire la creatività come valvola di sfogo e liberano tutto il genio e la fantasia che un talento può avere dentro di se.
Siamese Dream, pilastro della musica alternative degli Anni Novanta, ha avuto una gestazione travagliata,dovuta ai problemi personali dei singoli membri della band che gli ha dato la luce, gli Smashing Pumpkins destinati da qui in poi a diventare un vero e punto di riferimento negli anni a venire.
Ma partiamo con ordine, anche se usare questa parola è un pò paradossale con i Pumpkins, visto che il batterista Jimmy Chamberlin è nel pieno della sua dipendenza da eroina, la bassista D'Arcy e il chitarrista James Iha pongono fine alla loro relazione sentimentale, risultando così "separati in casa" all'interno della band, mentre il leader Billy Corgan è in una fase di depressione acuta con manie suicide e le sue bizze si trasformeranno in vere e proprie  paranoie portando il lavoro in studio a momenti di pura rabbia per voler il controllo totale dei suoni e delle composizioni.
In tutto questo caos Siamese Dreams esce nell'estate del 1993, con la produzione affidata al guru della consolle Butch Vig e sarà destinato a divenire un best seller ed a creare un suono unico ed inconfondibile.
Il sound degli Smashing Pumpkins attinge a piene mani dall'hard rock zeppeliniano, dalle sfuriate punk e dalla vena indie pop cosi cara ai Pixies; troviamo l'edonismo metal insieme alle dilatazioni psichedeliche dei Sixties, il tutto a creare un suono unico ed inconfondibile come la voce di Corgan, una timbrica che non pone mezzi termini: dolce e stridula allo stesso tempo o la si ama o la si odia.
Siamese Dreams si rivela cosi una fucina di singoli che scaleranno le playlist di quegli anni, come Today, con l'inconfondibile intro di chitarra ed il deflagrare di un suono pieno ma allo stesso tempo melodico.Verrà paragonata alla Lithium dei Nirvana, anche per via del testo in cui Corgan sfoga la sua depressione e le sue manie suicide.
Today is the greatest 
Day I've ever known 
Can't wait for tomorrow 
I might not have that long 
I'll tear my heart out 
Before I get out 
Pink ribbon scars 
That never forget 
I tried so hard 
To cleanse these regrets 
My angel wings 
Were bruised and restrained 
My belly stings 

L'iniziale Cherub Rock con il suo drumming martellante è un altro highlight di melodica disperazione, mentre Rocket è l'ennesimo grido liberatorio di Corgan, che nei suoi testi trova sempre di più sfogo dai suoi demoni interiori.
L'apice del suo dramma è in Disarm, ballata barocca cosi bella quanto toccante per via dell'argomento toccato, gli abusi subiti dal cantante da bambino e sin li sempre taciuti.
I used to be a little boy 
So old in my shoes 
And what I choose is my choice 
What's a boy supposed to do? 
The killer in me is the killer in you 
My love 
I send this smile over to you 
Disarm you with a smile 
And leave you like they left me here 
To wither in denial 
The bitterness of one who's left alone 
Ooh, the years burn 
Ooh, the years burn, burn, burn 

Quiet e Geek Usa sono il lato più violento e rumorista esposto dalla band, i riff quasi hardcore che vengono gettati con veemenza in pasto al pubblico, ma il capolavoro di questo disco è una canzone destinata a rimanere in secondo piano ed a non essere pubblicata come singolo. Si tratta di Mayonaise, malinconica poesia che sembra sempre sul punto di esplodere come un pianto liberatorio. In questo pezzo Billy Corgan mette in campo la sua raffinatezza ed i suoi sentimenti creando un vero e proprio gioiello che va a scavare a ritroso tra i suoi ricordi ed il suo passato.
Mother weep the years I'm missing 
All our time can't be given 
Back 
Shut my mouth and strike the demons 
That cursed you and your reasons 
Out of hand and out of season 
Out of love and out of feeling 
So bad 
When I can, I will 
Words defy the plans 
When I can, I will 

A chiudere due crepuscolari canzoni come Luna e Sweet Sweet, che con toni soffusi ci accomiatano da questo Siamese Dreams, disco epocale che, a torto, fu inserito nel calderone grunge di quegli anni, ma che fu un punto di partenza per una scena alternative e per il mastodontico capolavoro che fece conoscere gli Smashing Pumpkins al grande pubblico, il doppio Mellon Collie and The infinite Sadness.
Ma questa è un'altra storia.
Smashing Pumpkins Official Site
Facebook
Spotify

domenica 14 settembre 2014

Hai Paura del Buio Afterhours (Mescal Records/Universal 1997)












Con un disco come questo si potrebbe scrivere la parola CAPOLAVORO e chiudere ogni tipo di commenti, lasciando all'ascoltatore la voglia di togliersi la curiosità e scoprire il perchè di tale denominazione.
Ma sarebbe davvero riduttivo ed allora facciamo un salto temporale negli Anni Novanta, ultima decade davvero innovativa per la musica rock, soprattutto oltreoceano dove l'uragano grunge spazza via qualsiasi cosa e lascia segni indelebili anche nel nostro paese.
Le band cosiddette "alternative" iniziano a prendere piena consapevolezza di sè ed escono dalle cantine per affacciarsi nel mainstream, nascono case discografiche più o meno professionali e si organizzano tour sempre più estesi. Anche la stampa e i mass media iniziano ad aver un certo interesse verso questo nuovo mondo che si sta affacciando anche in Italia.
Nel 1997 esce Hai Paura del Buio ed è la summa dell'estro artistico creativo di Manuel Agnelli, cantante, chitarrista e leader della band milanese che più di ogni altra riuscirà nell'intento di imporsi al pubblico di ogni estrazione.
Nelle 19 tracce che compongono questo album troviamo un compendio di rock distorto ma allo stesso tempo melodico dove i nomi sacri di Pixies, Nirvana, Sonic Youth  vengono citati per descrivere il vortice sonoro che caratterizza l'intero lavoro: mai prima d'ora una band italiana era stata cosi vicina per sonorità, mentalità ed attitudine ai mostri sacri d'oltreoceano, complice anche un songwriting basato sulla tecnica del "cut up",ovvero il tagliuzzare frasi di senso compiuto e rimescolare le parole per poterne dare molteplici significati.
All'interno di HPDB ci sono sfumature e contrasti, a partire dalla copertina dove un innocente sorriso è sovrastato dall'inquietante domanda che da il titolo al disco, mentre l'apertura minimale di 1.9.9.6. è squarciata da una bestemmia, incipit di rabbia che prosegue nell' inno generazionale Male di Miele, la "Smells like Teen Spirits" della band, ottimo compendio di rock abrasivo e melodia, caratterizzato dalla voce urlata di Agnelli che non si risparmia nemmeno nella successiva Rapace, altra hit di rara bellezza ed intensa rabbia.
verrò come un rapace
a mutilare la pace
dentro nel tuo cuore, eppoi
se vuoi la mia reazione
e sia

I momenti più tranquilli arrivano con l' oscura e morbosa Pelle,ballad intensa che richiama nel titolo l'highlight del disco: Vorrei una Pelle Splendida, canzone che avvolge l'ascoltatore nelle sue spire e lo ammalia con le sue melodie e la seducente poesia venata di sarcasmo nel denunciare i cosiddetti "per bene", schiavi del benessere e della superficialità delle cose.
Stringimi madre ho molto peccato
ma la vita è un suicidio l'amore è un rogo
e voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida
Senza un finale che faccia male
con cuori sporchi e le mani lavate
A salvarmi, vieni a salvarmi, salvami, bacia il colpevole
se dice la verità

Le scariche adrenaliniche figlie del punk le troviamo in Dea ( Territorial Pissings "de noantri"!!) e in Lasciami Leccare l'Adrenalina, provocatoria scheggia che bilancia in maniera perfetta le chitarre piene e la melodia, con un testo dotato di sarcastica cattiveria.
Forse non è proprio legale sai
ma sei bella vestita di lividi
mi incoraggi a annullare i miei limiti
le tue lacrime in fondo ai miei brividi

Una menzione merita anche Sui Giovani D'oggi ci Scatarro Su, rabbiosa polemica sulle generazioni odierne, figlie del consumismo e completamente prive di ideali. E' curioso che a distanza di vent'anni certe parole siano ancora cosi attuali.
Calzino bianco va commuovi d'onestà
Tronato tecnologico votato martire
Cambia la permanente in dreadlocks che ti cambia il cuore
Giocati l'anfibietto in tinta ti fa far l'amore
Ridai i soldi al tuo papà
Ridai i soldi al tuo papà
Sui giovani d'oggi ci scatarro su
Sui giovani d'oggi ci scatarro
Come pararsi il culo e la coscienza è un vero sballo
Sabato in barca a vela lunedì al leonkavallo
L'alternativo è il tuo papà
L'alternativa è il tuo papà
Sui giovani d'oggi ci scatarro su
Sui giovani d'oggi ci scatarro

La voglia di sperimentazione la troviamo in pezzi come Elymania,Senza Finestra e Punto G, che iniziano dove In Utero è stato forzatamente interrotto ( e si ancora loro...), ma anche nelle ballate pianistiche di Come Vorrei o Mi Trovo Nuovo affiora l'ennesima anima degli Afterhours, che mai come ora raggiunge un suono maturo ed adulto che va aldilà del pedissequo emulare i miti americani.
Come scrissi in un mio vecchio post sugli Afterhours, cosa sarebbe potuta divenire questa band se invece di nascere a Milano fosse stata di Seattle o Chicago. Purtroppo la loro italianità è stata un fattore limitante, ma c'è da dire che è una soddisfazione enorme avere nel nostro panorama e nella nostra piccola storia musicale una realtà come loro, spesso citati e lodati da bands come Afghan Whigs o personaggi carismatici come Mark Lanegan.
Un disco da riscoprire e sviscerare in ogni sua singola nota, l'opera grandiosa di un band che avrebbe meritato molto di più, ma che sicuramente si è tolta le sue soddisfazioni, grazie anche alla recente rimasterizzazione di Hai Paura del Buio con la comparsata di ospiti vari( Bennato, Greg Dulli,Mark Lanegan stesso,Giuliano Sangiorgi, Subsonica, Finardi e altri solo per citarne alcuni) su ogni traccia per rendere omaggio a questo pezzo di storia.
www.afterhours.it
Afterhours Facebook
Afterhours – Hai Paura Del Buio?

martedì 27 maggio 2014

It Doesn't Work Yerbadiablo (Atomic Stuff Records 2013)












Yerbadiablo...ammetto che, in principio, un nome così mi ha fatto pensare subito a torride sonorità desertiche, volumi saturi e progressioni devastanti tipiche dello stoner di fine Anni Novanta. Invece con mia grande sorpresa, mi ritrovo una band dedita ad eclettiche sonorità, che spaziano a 360 gradi e sono figlie di una mentalità e di una cultura che affonda le proprie radici nei Seventies.
Gli Yerbadiablo, provenienti da Bologna, sono al loro secondo album e per rendere meglio l'idea che si possa avere riguardo la proposta musicale,vi invito ad immaginare un'improbabile incontro tra Pink Floyd e Beatles, King Crimson e Stooges e Fleet Foxes e Queen of the Stone Age come riferimento per la musica attuale: in poche parole la band bolognese crea un sodalizio progressive-alternative che lascia davvero ben sperare.
Sin dall'opener Hemp Generation si tracciano linee space rock, con innesti di sax che tracciano percorsi quasi noir, ma andando avanti con l'ascolto delle altre canzoni risaltano anche tracce pop e folk come in Black Bird, dove i Beatles più psichedelici convivono con un anima pop rock. Inoltre la scelta di cantare sia in inglese che in spagnolo, da un tocco di originalità in più alla proposta degli Yerbadiablo, che non dimentichiamolo, danno molta importanza anche ai testi , sempre improntati all'attualità e all'impegno sociale, altra tipica caratteristica di molte band degli Anni Settanta (vedi gli Area per esempio).
Se in Habemus Punk esce l'anima più grezza e stradaiola della band è in Rattlesnake Tail in the Belly of the Whale, che convive la sperimentazione più folle, come se Frank Zappa avesse potuto jammare con i Primus di Les Claypool.
Il finale Pink Clous Purple Eyes invece ci porta in territori più rilassanti ed onirici, quasi a disegnare i paesaggi desertici che avevo citato in apertura, uno strumentale che rievoca le Desert Sessions di Josh Homme e che ci culla dopo un viaggio intenso che richiede parecchia dedizione.
Un buon lavoro che porterà parecchie soddisfazioni a questa nuova realtà underground italiana, una band che dimostra di aver le carte giuste per crescere ed espandere i propri territori musicali e,magari in futuro rendere più personale la propria proposta, per adesso ancora figlia di derivazioni musicali ancora evidenti.
Facebook Yerbadiablo page
Atomic Stuff Records


lunedì 17 febbraio 2014

Troublegum Therapy? (A & M Records 1994)












Anno 1994..escono in pochi giorni due album destinati a far parlare di se ma ad intraprendere due strade diverse. Sto parlando di Dookie dei Green Day, che venderà milioni di copie e questo Troublegum degli irlandesi Therapy? (rigorosamente col punto di domanda!), incensato dalla critica ma destinato ad essere un piccolo capolavoro destinato a pochi.
Se i californiani propongono una serie di canzoni irresisitibili e catchy destinate ad essere canticchiate dalla MTV Generation, il trio di Belfast sceglie di picchiare duro, seppur costruendo canzoni che entrano nella testa a spallate dopo pochi ascolti.
I Therapy? sono in giro già da qualche anno ed hanno realizzato un paio di album in bilico tra metal,hardcore ed industrial, riuscendo a crearsi il loro giro di affezionati tra fans e critica. La svolta avviene con la firma per la label A & M che rilascia quello che dovrebbe essere il loro salto di qualità, ovvero Troublegum.
Ed il primo singolo Nowhere è davvero portentoso, una scarica di adrenalina punk rock con un chorus impossibile da dimenticare, un anticipazione del prossimo biennio dove lo skate punk californiano regnerà incontrastato.
Ma Nowhere non è il classico specchietto per le allodole, l'intero album contiene pezzi da heavy rotation come Screamager o Die Laughing, da cui verranno estratti altrettanti video.
Ma quindi come mai Troublegum non ha avuto il successo meritato? Molto probabilmente perchè in questo album si respira davvero il disagio ed il malessere di questi tre irlandesi, cosi lontani dalle noie adolescenziali di Green Day ed Offspring, ma capaci di mettere in musica con veemente e nero sarcasmo tutte le loro frustrazioni e problematiche personali.
L'iniziale Knives è una scheggia punk/hardcore fatta da riff di chitarra taglienti come bisturi e da urla lancinanti che si chiude con il mantra allucinato di "I Wanna Crawl Up Inside You and Die" che si ripete in maniera ossessiva.
Di Screamager ne abbiam parlato per il suo appeal commerciale, anche se il suo testo è un inno all'alienazione più pura.
Le influenze dei Therapy? vanno ricercate nel punk/hardcore più puro, quello di Husker Du o Melvins per esempio,cosi come il post punk e la new wave, complice anche la versione di Isolation dei Joy Division resa cromata da un muro di chitarre impenetrabile.
L'oscurità è sempre ben presente nel mondo dei Therapy?, anche se stemperata da alcune melodie che però vanno a completare il quadro allucinato che la band vuole realizzare. Muri di chitarre ( tra cui anche la comparsata di Page Hamilton degli Helmet, altra cult band Anni Novanta) ed una batteria secca e marziale fanno da ossatura alle songs proposte in questo Troublegum, dove vengono citati il serial killer Jeffrey Dahmer
Here comes a girl with perfect teeth
I bet she won't be smiling at me
I know how Jeffry Dahmer feels
(Lonely, lonely)


e Gesù Cristo
Reveal yourself to me like cheap pornography
Picking at my guilt with promises of hell

(Christ) sin (revealed), it's all that you know
(Christ) sin (revealed), it's all that you know
(Christ) sin (revealed), it's all that you know
(Christ) sin (revealed), it's all that you know

Glad my mirror's broken, my image is a burden
I want to lose myself in the coming of the Lord


In Femtex si esalta la masturbazione compulsiva come valvola di sfogo per non impazzire completamente, disegnando cosi un quadro cupo e disperato.
Dopo la pubblicazione di questo album, i Therapy? ebbero il loro momento di gloria, che si esaurì nel giro di un paio di album, ma nonostante ciò la band irlandese continua a pubblicare dischi e macinare tour, proponendo sempre live set infuocati e canzoni intelligenti, sempre rimananendo fedele alla loro etica underground.
Da (ri)scoprire!
Therapy? Official Site
Therapy? – Troublegum

lunedì 27 gennaio 2014

Lightning Bolt Pearl Jam (Monkeywrench Records 2013)













Un disco nuovo dei  Pearl Jam è, nel bene o nel male, sempre un evento vista la notevole importanza della band di Seattle nel panorama rock mondiale.
Se con il precedente Backspacer avevano dato l'impressione di esser tornati in carreggiata mostrando un lato diretto e senza fronzoli, le aspettative nei confronti del nuovo album erano davvero alte.
 E quindi la domanda sorge spontanea, com'è questo Lighning Bolt?
Ecco, dal mio punto di vista è un disco che nulla toglie e nulla aggiunge alla discografia (ed alla carriera) della band di Vedder e soci. Ormai si può dire con assoluta certezza che i Pearl jam siano entrati nella terza fase della loro carriera, dopo essersi lasciati alle spalle i dischi "dorati" del filotto Ten-Versus-Vitalogy e la stabilità di grandi album come No Code e Yeld e dopo aver smaltito la seconda fase di veemenza sociale, impegno politico e un tentato suicidio commerciale con Binaural e Riot Act, sono entrati nella tranquillità della vita da rockstar di mezza età, con la voglia di solcare mari tranquilli ed approdare a porti sicuri dove poter continuare ad intrattenere il proprio pubblico senza particolari sussulti.
Certo i tempi cambiano e quel malessere da ventenni eroi del grunge si è dissipato in favore di vite stabili e famiglie solide, dove le riflessioni di Vedder si concentrano sulla paura di perdere tutta questa serenità che si è creato. Lo testimoniava Just Breath nel disco precedente e in Lightning Bolt viene rimarcato dalla ballad Sirens, forse il vero highlight dell'album, dove lo stesso Vedder si lascia andare ad una interpretazione magistrale  resa perfetta da ottimi arrangiamenti dal vago sapore pop.
Ad ogni modo la band gira bene e in tutto l'album svolge il suo compito alla perfezione anche se a volte il tutto sembra scontato ed a volte forzato( il punk di Mind Your Manner lascia un pò il tempo che trova), ma signori stiamo sempre parlando dei Pearl Jam, non dell'ultima band di collegiali pompata da qualche talent show.
Ecco quindi il garage rock di Getaway, le rarefatte atmosfere di Pendulum, il blues di Let the Record Play, il folk condito di ukulele, l'ultimo vezzo di Vedder, di Sleeping by Myself e i pezzi migliori del lotto, guarda caso poste in chiusura, ovvero le ballad Yellow Moon e Future Days, cosi diverse tra loro ma allo stesso modo così intense nella loro maniera più viscerale.
Sapete qual'è il paradosso di tutto questo? Che i Pearl Jam con i loro album più recenti sono diventati l'ultima vera rock band del pianeta, quella che ancora non vuole vivere di ricordi del passato, ma che raccoglie ancora grandi masse ed offre spettacoli tutt'altro che scontati.
Non è una stroncatura questa, ma è solo l'ennesimo tassello della vita di una band che tra alti e bassi è ancora viva ed è sempre un faro (Lightning Bolt!) per migliaia di fans in tutto il mondo.
www.pearljam.com
pearljamonline-Il sito ufficiale del fan club italiano
Pearl Jam – Lightning Bolt

venerdì 10 gennaio 2014

Revelations Loud Nine (autoprodotto 2013)












E' di pochi giorni fa la polemica che vede coinvolto il regista livornese Paolo Virzì per alcune sue frasi che descrivono la Brianza come una terra popolata da avidi squali divisi tra lavoro, denaro e ville bunker avvolte nella nebbia. Molto probabilmente il buon Virzì non sa che negli ultimi anni la Brianza ha regalato un attiva e proficua scena musicale indipendente che vede coinvolti molti nomi, locali e uscite discografiche originali e di ottimo livello.
E' il caso dei Loud Nine, giunti al secondo album, rigorosamente autoprodotto che fa da seguito al debutto Golem(2009), un ottimo disco di stoner/ rock and roll che faceva ben presagire sul futuro della band.
Con questo Revelations i Nostri, oltre ad ampliare la line up a due chitarre, confezionano un lavoro molto elaborato e professionale, a partire dalla cover e dal booklet interno, fino alla parte musicale con brani molto elaborati e ben strutturati ed un occhio particolare verso gli arrangiamenti.
Le linee guida della proposta musicale riprendono le nuove tendenze in ambito alternative/metal d'oltreoceano e mi vengono in mente gli ultimi Mastodon ,i Queens of the Stone Age o i Foo Fighters di Dave Grohl, ma questi paragoni non devono fuorviare sulla qualità di questo album, formato da brani che stanno in piedi da soli,caratterizzati da una forte personalità e da un suono che rende i Loud Nine perfettamente riconoscibili ed originali.
Lo strumentale Locomotive è il preludio per una pioggia di riff heavy e pastosi come in Carson e Platinum, soprattutto quest'ultima con un finale esaltante con le chitarre che si intrecciano in linee melodiche assolutamente coinvolgenti. La voce è aggressiva e conferisce toni molto vicini al  groove del metal, tanto che in molti passaggi mi sembra di sentire quelle sonorità che fecero successo in Scandinavia un decennio fa (Sentenced su tutti).
Zeta è un lungo brano molto articolato che racchiude tutte le caratteristiche della band: tecnica, potenza e melodia, quest'ultima componente la fa da padrone in Burn, ottima presentazione nel primo video della band.
Anche la titletrack è una elaborata e complessa song che merita ascolti approfonditi per poter carpire appieno tutte le sfumature, mentre la chiusura è riservata ad Hurricane, un'esperimento acustico che riporta in mente le Desert Session al Rancho de la Luna di Josh Homme.
Insomma le potenzialità per crescere ed esplodere i Loud Nine le hanno, speriamo che trovino una line up stabile ed un contratto discografico che garantisca loro più visibilità  e possibilità di suonare in giro.
Nel frattempo procuratevi questo Revelations e ascoltatelo a tutto volume! Non ve ne pentirete!
Official Site
https://www.facebook.com/LoudNine
Loud Nine – Revelations (spotify)



domenica 6 ottobre 2013

In Utero Nirvana (Geffen Records 1993)












23 settembre 1993...5 aprile 1994..è passato meno di un anno dall'uscita dell'ultimo album dei Nirvana e il suicidio del suo leader Kurt Cobain, ma in questi solchi c'è davvero tutta la rabbia ed il disagio che il biondo cantante aveva accumulato aumentata a dismisura nei suoi ultimi anni di vita.
Ma partiamo dall'inizio, ovvero dall'eredità del pluripremiato  Nevermind, con la realtà Nirvana catapultata sotto le luci dei riflettori dei media e Cobain eletto a nuovo profeta dei teenager disperati del globo.
Il seguito però, nelle intenzioni della band, doveva essere anticommerciale, riportare i Nirvana ad una realtà underground meno artificiosa, il tutto a partire dal titolo, quell' "I Hate Myself and I Want to Die" tanto provocatorio quanto profetico che fece rizzare i capelli ai dirigenti della loro label discografica, timorosi della reazione che una frase cosi avrebbe potuto suscitare.
Come produttore viene scelto Steve Albini, guru di culto della scena indie americana, che ha il compito di riportare i Nirvana ad un suono più grezzo ed abrasivo, più punk, visto che Nevermind era riuscito a far breccia anche nelle orecchie delicate del mainstream targato MTV.
Con questo lungo preambolo andiamo ad analizzare quello che, a mio parere è davvero un grande album, che paga il peso di un eredità scomoda data dal suo platinato predecessore.
L'iniziale Serve the Servants ha come biglietto da visita la strofa iniziale
"Teenage Angst has paid off well/Now I'm boring old"
ovvero la risposta sarcastica a tutto il battage mediatico che ha investito Cobain e soci in quegli anni, la risposta rabbiosa di una band che è diventata ricca e famosa sfruttando, suo malgrado, rabbia, frustrazione e demoni interiori facendosi così portavoce di una generazione.
La successiva Scentless Apprentice è una spettacolare punk song, con un incredibile muro di chitarre che dichiara guerra alle facili melodie per il grande pubblico.
Una song come questa, insieme a Very Ape o Milk It, sono un sincero ritorno alle sonorità abrasive di Bleach, quel debutto che provocò un vero e proprio terremoto nel mondo alternative degli Anni Novanta.
Il primo singolo estratto fu HeartShaped Box, controversa canzone d'amore che Cobain scrisse per sua moglie Courtney Love e che la casa discografica volle "addomesticare" per lanciare il disco sul mercato.

She eyes me like a pisces when I am weak I've been locked inside your Heart-Shaped box for a week I was drawn into your magnet tar pit trap I wish I could eat your cancer when you turn back 
In Utero è interamente percorso dalla linea del dolore, ultimo testamento di una personalità che probabilmente aveva già intrapreso la strada del non ritorno. Dove le chitarre elettriche non graffiano ci pensano le parole a fare male, è il caso della introspettiva Dumb

my heart is broke 
But I have some glue 
help me inhale 
And mend it with you 
We'll float around] 
And hang out on clouds 
Then we'll come down 
And I have a hangover...Have a hangover


o di Pennyroyal Tea, caratterizzata da chiaroscuri fino all'esplosione rabbiosa del suo chorus.
Sit and drink pennyroyal Tea
I'm anemic royalty
I'm on warm milk and laxatives
Cherry-flavored antacids
(il pennyroyal tea è un infuso di erbe che, se assunto in grandi dosi può portare alla morte)

La stessa Rape Me è un provocatorio atto d'accusa contro chi ha speculato sul disagio personale di Cobain, sulla sua vita privata, sul suo personaggio messo spalle al muro e dissezionato per lo show business.
Se Tourette's è un assalto al rumore bianco con All Apologies si arriva alla perfetta chiusura, la sigla finale di una carriera breve ma intensa.
Ascoltando questa canzone, a posteriori, sembra davvero una canzone da titoli di coda, quella che ti lascia a pensare cosa ti è rimasto di un film appena visto.
In questa canzone Cobain sembra chiedere scusa a tutti, cerca una sorta di redenzione prima di accomiatarsi e farsi da parte.
La grandezza di un artista del suo calibro era quella di scrivere semplici, ma grandi canzoni, un innata capacità di trovare geniali melodie anche in mezzo a suoni dissonanti e feedback carichi di distorsioni.
I wish I was like you
Easily amused
Find my nest of salt
Everything`s my fault
I'll take all the blame
I'll proceed from shame
Sunburn with freezer burn
Choking on the ashes of her enemy

In the sun
In the sun I feel as one
In the sun
In the sun
Married, Married, Married!
Buried!

Col passare degli anni, sociologi, mass media, giornalisti e fans hanno cercato di sezionare ogni singola nota ed ogni singola parola di questo album, per cercare tutti i significati nascosti del malessere che quel 5 aprile 1994 fece partire un colpo di fucile.
L'unica cosa certa è che In Utero è davvero un grande album, il diretto successore di Bleach e va a chiudere il cerchio di quell'enorme scossone che i Nirvana diedero alla scena musicale degli Anni Novanta.
Hate your enemies
Save, save your friends
Find, find your place
Spin, spin the truth


www.nirvana.com
NirvanaItalia
spotify:album:4HACR8HgOYj1HH4vCZ3MVi


lunedì 8 aprile 2013

Above Mad Season (Columbia records 1994)












Se il 1991 aveva visto i Temple of the Dog evocare l'alba di una nuova era musicale e tenere a battesimo quello che fu comunemente chiamato "Grunge", i Mad Season ne pongono il sigillo ed il suo definitivo tramonto, grazie a questo unico, ma meraviglioso album datato 1995.
Ma partiamo dall'inizio, ovvero in quella Seattle, culla di geni musicali e di una scena prolifica con i fari dei mass media puntati addosso, dove un chitarrista, Mike McCready, transfugo dai Pearl jam post Vitalogy, un batterista, John Baker Saunders, turnista  ed un cantante, Layne Staley ,voce degli Alice in Chains si ritrovano in una clinica di disintossicazione dove, tra una rehab e l'altra decidono di jammare un pò , lasciando libero sfogo al loro genio creativo.
In poco tempo reclutano un bassista, Barret Martin, in forza agli Screeming Trees e danno un nome alla loro creatura: Mad Season, il nomignolo con cui si indica la stagione di "sbocciatura" di alcuni funghi allucinogeni.
In pochi mesi la band inizia ad esibirsi in alcuini locali della città, attirando su di sè le attenzioni dei fans e creando il giusto "buzz" affinchè venga proposto loro un contratto discografico, magari di una major, che cavalca cosi l' onda dell'entusiasmo.
Il risultato è Above, che vede aggiungersi all'ultimo momento, un altra celebrità "tossica" della città, Mark Lanegan, voce dei già citati Screeming Trees per la formazione finale del supergruppo grunge.
Uno dei punti di forza di questo album è la spontaneità, il non trovarsi di fronte a qualcosa di costruito a tavolino per vendere meglio il prodotto. I brani sono frutto di sessions tra grandi musicisti che veicolano nella loro arte i demoni interiori e provano così a scrollarsi di dosso il peso del successo delle loro band madri, per tornare a suonare in maniera spontanea come agli esordi della loro carriera.
E' soprattutto McCready che ha più spazio per il suo talento compositivo, spesso soffocato nei Pearl Jam dalle personalità forti e carismatiche di Gossard e Vedder. La sua chitarra ricama e cesella riff , crea grandi melodie, come nella ballata River of Deceit, la " Little Wing" dei Mad Season, triste ed uggiosa come una delle tante giornate di pioggia che si abbattono su Seattle. Anche Layne Staley mette da parte le sue urla disperate per un approccio più soft ed intimo, un cantare vero che però continua a buttare fuori veleno ( My pain is self chosen è forse la frase simbolo di questoalbum).
Ci sono tanti stili che si incrociano in Above,a partire da quel giro di basso iniziale che introduce Wake Up, un sinistro minimalismo che piano piano cresce, accompagnato dalla chitarra di McCready. libera di volare e dalla litania di Staley, traghettatore in questo " fiume di disagio"; si passa a echi più hard rock oriented  in I'm Above, figlia dei Black Sabbath più allucinati fino al blues di Artificial Red, lunga nenia pervasa da quel atmosfera junkie che solo quattro musicisti affetti da dipendenze possono creare.
Il senso di meravigliosa angoscia cresce sempre di più, ascolto dopo ascolto, e se X-Ray Mind e I Dont Know Aything ci riportano su territori già tracciati dagli Alice in Chains ( giusto per non abbandonare le radici) è Long Gone Day il capolavoro di questo disco: una crepuscolare ballata pregna di atmosfere noir( vi sono anche stacchi di sassofono), dove il duetto tra Staley e Lanegan raggiunge il suo apice, un morboso intreccio di disagio e disincantata resa dei conti nei confronti della vita.
See you all from time to time
Isn't it so strange
How far away we all are now
and i'm the only one who remembers that summer
Oh, I remember
Everyday each time the place was saved
The music that we made
The wind has carried all of that away

Lo strumentale November Hotel, ennesimo frutto di jam sessions in sala prove è il preludio alla concluisva All Alone che con il suo lapidario refrain "...We're All Alone...", lascia davvero poche speranze su come andrà a finire questo viaggio.
Eccolo qui, quindi, l'ultimo documento sonoro di quei fantastici anni, il sigillo che chiuderà  un  epoca che ha visto forse l'ultima rivoluzione rock vera e propria, l'ultimo e angoscioso canto di libertà di una scena, quella di Seattle che si disgregherà definitivamente lacerata dai mass media, dalla moda e purtroppo dall'eroina.
John Baker Saunders morirà nel 1999..
Layne Staley nel 2002...
https://www.facebook.com/MadSeason
spotify:album:1B9Yu846vE9uPFzFA6hHBF































mercoledì 2 gennaio 2013

Rage Against the Machine (Sony Records 1992)












Uno dei debutti più folgoranti della storia del rock, un disco che catapultò una band misconosciuta in vetta alle classifiche di mezzo mondo, trasformandola in portabandiera della rivolta politica e culturale che avvenne anni dopo.
Ma andiamo con ordine: siamo agli inizi degli Anni Novanta ed il fenomeno grunge sta per esplodere in tutto il mondo. Di conseguenza anche l'alternative rock viene estratto dai sottoboschi musicali per essere manipolato da MTV e venire dato in pasto alla cosiddetta "X  Generation".
Il mondo politico non vede gravi scossoni, si sta ancora riprendendo dalla definitiva caduta del comunismo pochi anni prima e dalla prima Guerra del Golfo di Bush senior. L'episodio che però scatena le folle e fa il giro del globo è il pestaggio da parte di alcuni poliziotti, a Los Angeles, di un ragazzo di colore, tale Rodney King, che viene massacrato, umiliato ed ucciso senza giustificata causa. Le immagini fanno il giro degli States e ben presto si scatena una rivolta che metterà a ferro e fuoco le maggiori metropoli americane con omicidi, furti, saccheggi ed inevitabili arresti.
Sembra strano ma tutta questa esplosione di rabbia viene rinchiusa nei pochi minuti di una canzone dal titolo Killing in the Name of ed il gruppo che la interpreta è sconosciuto ai più ed ha un nome curioso quanto diretto: Rage Against the Machine.
Il video in questione fa il giro delle emittenti televisive e , nonostante la censura per il linguaggio esplicito ( si conteranno almeno una ventina di "fuck") va in heavy rotation e per questa nuova realtà underground si apre la strada per il successo.
La band  è formata da un cantante di origini ispaniche, Zack de La Rocha, autore di quasi tutti i testi, veri trattati di rivolta e lotta politica, il chitarrista Tom Morello, poliedrico e sperimentatore di sonorità nuove, una sezione ritmica di fuoco con al basso Timmy G. e Brad Wilk dietro le pelli.
Detto questo si può partire ad analizzare questo folgorante debut che vede un "crossover" di stili che va dai Led Zeppelin all'hardcore militante di Minor Threat e Fugazi per passare alla dialettica hip hop di Public Enemy e Run DMC.
L'opener Bombtrack è una killer song ( tra l'altro il giro iniziale di basso, qui come in altre canzoni mi ricorda vagamente le colonne sonore di alcuni "poliziotteschi" italiani degli Anni Settanta), cosi come Bullet in the Head, schierata denuncia riguardante il possesso delle armi in America e, della facilità con cui si continua ad usarle.
I give a shout out to the living dead
Who stood and watched as the feds cold centralized
So serene on the screen
You were mesmerised
Cellular phones soundin' a death tone
Corporations cold
Turn ya to stone before ya realise
They load the clip in omnicolour
Said they pack the 9, they fire it at prime time
Sleeping gas, every home was like Alcatraz
And mutha fuckas lost their minds

L'oscura Settle for Nothing è un'amara riflessione sulle condizione carcerarie amerciane, mentre Take the Power Back è il manifesto del pensiero della band, una presa di coscienza politica e sociale che vuole riportare il potere alle masse e gettare luce sulle minoranze, troppe, che si accalcano nei ghetti delle metropoli.
So called facts are fraud
They want us to allege and pledge
And bow down to their God
Lost the culture, the culture lost
Spun our minds and through time
Ignorance has taken over
Yo, we gotta take the power back!
Bam! Here's the plan
Motherfuck Uncle Sam
Step back, I know who I am
Raise up your ear, I'll drop the style and clear
It's the beats and the lyrics they fear
The rage is relentless
We need a movement with a quickness
You are the witness of change
And to counteract
We gotta take the power back

Yeah, we gotta take the power back
Come on, come on!
We gotta take the power back

 Il tiro che ha ogni singolo pezzo è formidabile: tecnica innovativa, soprattutto da parte di Morello che usa la sua chitarra in maniera straordinaria, riuscendo a tirar fuori incredibili. All'epoca venne paragonato ad Hendrix per la capacità di utilizzare suoni mai sentiti prima ed essere precursore nel suo genere, proprio come lo fu il chitarrista di  Seattle.
Anche la sezione ritmica non è da meno: il basso di Timmy C. non fa solo da cuscino tra batteria e chitarre, ma crea vere e proprie melodie che spesso fungono da intro per dare più enfasi alle canzoni. Brad Wilk invece è batterista dinamico e con un formidabile senso del ritmo, capace di coniugare perfettamente più stili, dall'hard rock classico fino a quelli più sincopati del funky o dell'hip pop.
Ed infine  Zack de la Rocha, Moderno "Che Guevara" che sputa veleno nel suo microfono e si scaglia apertamente contro il sistema a difesa di un ideale barricadero che negli anni a venire gli porterà svariate denunce ed arresti.
Dopo il successo di questo debutto i RATM proseguirono al loro carriera con altri tre dischi, senza ottenere quel responso di massa che ebbero con Killing in the name of, anche se portarono avanti le loro battaglie con tutti i mezzi a disposizione.
Aldilà del pensiero politico( che per chi lo seguì è stato un punto di svolta non indifferente), quello che rimane è un grande album, una colonna portante degli Anni Novanta, l'ennesimo tassello, fondamentale per capire il crossover che poi scaturì nel decennio successivo.
WWW.RATM.COM
www.myspace.com/ratm
https://www.facebook.com/RATM?rf=104073202962718
spotify:album:4Io5vWtmV1rFj4yirKb4y4



giovedì 11 ottobre 2012

Dirt Alice in Chains (Columbia Records 1992)












You, you are so special
You have the talent to make me feel like dirt
And you, you use your talent to dig me under
And cover me with dirt

(Dirt)
 Non si può definire Dirt come un semplice pezzo della discografia degli Alice in Chains, perchè oltre ad esserne il capolavoro assoluto è anche il manifesto del disagio interiore di una delle icone massime degli Anni Novanta: Layne Staley.
L'ascolto di questo album è un lungo viaggio nella tossicodipendenza, una discesa verso l'oblio più cupo in cui Layne ci accompagna per mano, descrivendo i suoi tormenti alterati dall'inferno dell'eroina con una lucidità ed una disperazione disarmante.
E' il 1992 quando esce nei negozi Dirt che, trainato dal singolo Would (tra l'altro già presente nella soundtrack del film Singles) riesce a scalare le classifiche e portare la band di Seattle sotto le luci della ribalta ed imbarcarsi per tour estesi come headliner.
La miscela tra hard rock, cromature metalliche e psichedelia è esplosiva, Jerry Cantrell viene riconosciuto come uno tra i migliori chitarristi in circolazione e la band stessa verrà apprezzata oltre che dai fans dell'alternative, anche dai metallari più intransigenti, fattore che permetterà di accompagnare le rockstar Metallica in tour.
Ma la voce di Layne Staley e i suoi disperati deliri risulteranno il valore aggiunto che regalerà "poesia maledetta" a questo album!
L'apertura è affidata a Them Bones con un'urlo disperato, quel "Primal Scream" che risveglia l'ascoltatore e lo prende per mano in questa  discesa decadente, per poi passare al cantato folle di Dam that River ed alle sonorità liquide e  psichedeliche di Rain When I Die.
Con Sickman, introdotta da echi tribali inizia la tetra descrizione del calvario personale di Staley

I can feel the wheel, but I can't steer
When my thoughts become my biggest fear

Ah, what's the difference, I'll die

In this sick world of mine

Sembra impossibile cambiare rotta, in queste poche parole vengono messe a nudo tutte le paure e la consapevolezza di essere in un tunnel senza fine.
Ascoltando e rileggendo le parole di Staley ho sempre pensato che, in cuor suo, lui fosse consapevole che non ci sarebbe mai stata una via d'uscita: In molti passaggi la sua è una resa incondizionata al demone dell'eroina, una spiazzante e lucida riflessione di chi si autocondanna a morte.
 La meravigliosa, ma altrettanto struggente ballad Down in a Hole non lascia dubbi riguardo all'animo depresso e tormentato di quest'uomo
Down in a hole and I don't know if I can be saved
See my heart I decorate it like a grave
Well you don't understand who they
Thought I was supposed to be
Look at me now I'm a man
Who won't let himself be

Down in a hole, feelin so small

Down in a hole, losin my soul
I'd like to fly,
But my wings have been so denied

Anche le successive  JunkHead e Godsmack non lasciano dubbi sulle abitudini tossiche del cantante, anche se in queste due canzoni viene dato più risalto al piacere che da l'estasi onirica delle droghe. ( Godsmack nello slang è il termine che si usa per descrivere la botta iniziale che da l'eroina, letterlamente  "il bacio di Dio").
 What in God's name have you done?
Stick your arm for some real fun
So your sickness weighs a ton
And God's name is smack for some

L'altra ballad presente. The Rooster, scritta da Jerry Cantrell, si discosta da queste tematiche ed è una dedica al padre, veterano della guerra in Vietnam, il quale, agli occhi del figlio, porta dentro di sè le orribili visioni patite in quegli anni.
Walkin' tall machine gun man
They spit on me in my home land
Gloria sent me pictures of my boy
Got my pills 'gainst mosquito death
My buddy's breathin' his dyin' breath
Oh god please won't you help me make it through

Un disco pressocchè perfetto, un manifesto sonoro, ma soprattutto il capolavoro di una band che si è bruciata in fretta, ma ha senza dubbio lasciato un peso fondamentale nella scena rock degli Anni Novanta, creando un suono ed un immagine forte che è entrata di diritto nella storia.
www.aliceinchains.com 
www.myspace.com/aliceinchains