domenica 16 settembre 2012

Nati per Subire The Zen Circus (La Tempesta 2011)












Ho avuto modo di entrare in contatto con il mondo del Circo Zen qualche anno fa, quando mi imbattei nell'ascolto di Villa Inferno, un piccolo gioiellino indie folk made in Italy che lasciava ben presagire per il futuro. Ecco quindi, qualche anno dopo, complice un concerto a pochi chilometri da casa mia, che mi trovo tra le mani l'ultima fatica del trio pisano che ormai risale ad un annetto fa.
Sin dalle prime note iniziali trovo una band profondamnete cambiata, più matura e con un suono uniforme, perfettamente in bilico tra Pixies e Violent Femmes, con la scelta (giusta!) di cantare in italiano, un particolare che avevo apprezzato parecchio su Villa Inferno e che mi auguravo fosse sfruttato nel futuro di questa band.
Infatti uno dei punti forza di questo album sono i testi, scritti da Ivan Appino, che si lascia andare seguendo il suo "stream of consciousness" e regalandoci una fotografia precisa della Nostra Italietta (ovvero Il Paese che Sembra una Scarpa, il brano che apre l'album) condita dal freddo sarcasmo e dal nero e sagace umorismo toscano.
E via quindi con una carrellata di immagini messe in musica che disegnano i contorni della nostra società fatta da paradossi e contaddizioni, da debiti e vite al limite della sopravvivenza quotidiana, da vuote giornate nei centri commerciali a lustrarsi gli occhi nel nulla che ci ricordano che siamo Nati per Subire le ingiustizie della vita senza via d'uscita alcuna.
 nato per errore, per una probabilità / nato e cercato con ferma volontà / nato morto, nato stanco, nato in capo al mondo / o al centro dell'universo che si dice "è nato tondo" / nato per usare gli altri a proprio piacimento / nato per restare a fissare il pavimento / nato già fregato, amato e poi dimenticato / con la camicia blu ed il colletto inamidato / sei nato per subire, te lo ricordano i bambini / già stronzi e come te, dei futuri soldatini 
Gli Zen Circus fanno politica è indubbio, ma in maniera diversa e lontana dagli slogan da barricata degli Anni Settanta, visto che ormai certe ideologie sono morte e sepolte e brani come  I Qualunquisti o La Democrazia Semplicemente non Funziona (special guest Giorgio Canali che si prende la briga di mandare tutti a farci fottere) sono il manifesto ideologico di chi ha superato un certo cantautorato proletario di quasi quarant'anni fa, sempre troppo radicato nella scena musicale italiana.
ultimo dei tuoi problemi è la mobilità sociale
che non s'è mai capito cosa vuol significare
infatti siam tutti in giro che non si riesce a passare
che ci sia di sociale ce lo devono spiegare
son poveri di spirito i poveri in generale
per diventare povero devi esser matto da legare
un sorriso al posto giusto, un abbraccio alla mammina
e come disse Hitler: "alzati e cammina"
non chiamarci comunisti
dai che non ce n'è più bisogno
piuttosto siamo i qualunquisti
gente come te. 

(da I Qualunquisti)
Ragazzi in cerchio e una chitarra suona
la democrazia semplicemente non funziona
metto una bomba sotto casa tua
il fascino indiscreto della mia pazzia
col dito al cielo urli tutta la tua rabbia (la tua rabbia)
ma non ti accorgi che hai la testa nella sabbia (nella sabbia

 (da La democrazia Semplicemente non Funziona)
E probabilmente per Appino e soci non c'è una via d'uscita, nemmeno il rifugio nella fede religiosa può giovare qualcosa, visto che ne L'Amorale, si nega l'esistenza di Dio con un ritornello che è l'highlight assoluto di questo  album, una filastrocca per bambini condita da un nero cinismo.
dio non esiste, lasciatelo dire
è una morale per me, un'amorale
non ci pensare e continua a camminare
è una morale per me, un'amorale
se dio non esiste non esiste il male
ed è normale per te che lo sai fare
non ti fermare e continua a viaggiare
che è necessario per chi è stanco di aspettare.

Ad ogni modo ci sono momenti anche più easy all'interno di Nati per Subire, come la divertente Milanesi al Mare, una punk pop song con un testo nonsense e la ballata folk Ragazzo Eroe che chiama a raccolta tutti i prototipi giovanili della Nostra Penisola.
Nati per Subire, ovvero uno spettacolare affresco dei Nostri Giorni!
www.thezencircus.com
www.myspace.com/thezencircus
www.facebook.com/thezencircus


martedì 4 settembre 2012

Handwritten The Gaslight Anthem (Mercury Records 2012)












E fu cosi che anche le "ex next big things" della scena rock attuale firmarono un contratto con una major, spiccando cosi il volo verso una maggiore esposizione mediatica ed un ampio (e giusto) riconoscimento anche da chi non ha mai bazziccato nel marasma underground.
Ma questo salto di qualità cosa significa? Suoni MTV-friendly, video con lustrini, donnine e pailettes e tour su palchi che sembrano astronavi? A guardare bene direi proprio di no, anzi, i ragazzi del New Jersey sembrano non aver cambiato di una virgola il loro approccio, mai sopra le righe, al music business, ma soprattutto anche la loro proposta musicale è rimasta coerente con quanto hanno fatto finora.
Ma quindi che futuro avrà questo Handwritten? A dire il vero molto nebuloso, visto che nonostante la buona fattura di gran parte dei brani presenti, manca un pò di quella mordace aggressività che aveva contraddistinto i precedenti lavori. Certo la produzione di Brendan O Brian ha smussato parecchi angoli e ha lavorato di fino su tanti arrangiamenti, ma il punto è che in tutto il minutaggio del disco manca quella scarica di energia e sudore che permeava quel capolavoro di 59 Sounds, l'esordio Sink or Swim ed in gran parte di American Slang
Certamente non è una bocciatura, anzi, come vedremo più avanti c'è tanta carne al fuoco, ma l' impressione è che i TGA siano andati un pò col freno tirato, forse con l'intento di creare un album più cerebrale che sanguigno.
L'inizio però lascia ben sperare con la doppietta 45 e la titletrack Handwritten, due belle fast song, ben articolate con il solito buongusto nelle melodie sia vocali che chitarristiche. Il loro flavour si perde in quella nostalgia dei tempi andati tipica delle composizini di Brian Fallon, il tipico bravo ragazzo della porta accanto, che a dispetto del suo corpo coperto di tatuaggi, si commuove ancora per il rumore della puntina su un vecchio vinile, un buon libro e gli occhioni dolci della sua Mary Jane di turno.
Ma in questo album il songwriting si fa più profondo ed introspettivo,non si rincorre più il fantasma giovanile di Springsteen, ma si cerca di grattare sotto la superficie delle cose: evidentemente l'esperienza degli Horrible Crowes ha lasciato il segno. E' il caso di Too Much Blood, una sofferente dichiarazione di tormento interiore.
What can I keep for myself if I tell you my hell?
What would be left to take to my grave?
And what's left for you, my lover to save?
What's left for only you to take?
If I put too much blood on the page
If I put too much blood on the page
And if I just tell the truth are there only lies left for you
If I put too much love on the page? 

Ad ogni modo i rimandi ai "good old times" ci sono sempre, come nel caso di Mae, un bel salto nel passato che ci riporta agli esordi di Sink or Swim
 Stay the same, don't ever change
Cause I'd miss your ways
With your Bette Davis eyes
And your mama's party dress

While this city pumps it's aching heart

For one more drop of blood,
We work our fingers down to dust
And we wait for kingdom come
With the radio on

I wanna see you tonight

Would you come for a drive?
You can lean into me
If you ain't been in love for a while

I was born beside a river

That flows to a raging sea
That will one day serve to quell
Or one day be the death of me


La maggior parte delle composizioni stazionano su midtempos e si denota un netto miglioramento nelle parti di chitarra con l'inserimento di numerosi assoli, segno che l'esperienza ed un intensa attività live ha portato i suoi frutti, magari a scapito di quell'immediatezza che aveva contraddistinto le precedenti uscite.
Il finale è affidato all'acustica e springsteeniana (si sempre lui, il padrino della band) National Anthem che chiude in maniera soffusa e raffinata questo album.
In conclusione chi, come me, ha amato questa band fin dagli esordi continuerà a seguire il loro cammino artistico trovando sempre emozioni nei solchi dei loro vinili ( e si...sono retrò e vintage anche io come Brian Fallon), ma dubito che questo Handwritten lascerà il segno come quel piccolo capolavoro di 59 Sounds. Probabilmente un giorno i Gaslight Anthem,dopo aver vagato per le costellazioni delle rockstar, torneranno ancora nel loro piccolo per poter esprimersi senza freni e costrizioni..io per adesso rimetto su per l'ennesima volta  45...." Hey hey, turn the record over...Hey hey, and I'll see you on the flip side....
www.thegaslightanthem.com 
www.myspace.com/thegaslightanthem 
www.facebook.com/thegaslightanthem 

giovedì 16 agosto 2012

Live in Dublin Bruce Springsteen with the Sessions Band(Columbia records 2007)












Parlare di Bruce Springsteen è sempre ardua impresa: si di lui si è scritto di tutto e di più, ci sono schiere di fans incalliti che hanno sondato tutto lo scibile dell'universo springsteeniano analizzando ogni singola nota e sfumatura di ogni sua canzone, ma soprattutto parlare di un suo live album può sembrare controproducente visto che, difficilmente la registrazione di un suo concerto può raggiungere l'emozione di stare sotto il palco durante un suo show.
Inoltre, e qui metto subito le mani avanti, non sono un fan incallito, ma seguo le vicissitudini musicali del Boss solo da pochi anni, anche io folgorato sulla via di Damasco dopo averlo visto dal vivo a Torino nel 2009.
Ma tra i pezzi della sua discografia, che ho piano piano recuperato, ha un posto particolare questo Live in Dublin, testimonianza dal vivo di una serie di date che il Boss fece nella capitale irlandese, culmine di un tour che lo vide accantonare la fidata E Street Band, per circondarsi da musicisti nuovi e prtare sul palco un repertorio totalmente diverso dal suo solito, ovvero vecchi pezzi tradizionali e del songbook americano, insieme ad alcune sue composizioni tutte rivisitate in chiave folk, americana e soul.
Personalmente mi ha stupito sentire Springsteen sotto quest'ottica ma l'ho apprezzato subito per il feeling e l'energia che è riuscito a ricreare in quelle serate: versioni magistralmente stravolte e riarrangiate da musicisti fenomenali con al centro il Boss come gran cerimoniere alla perenne ricerca delle radici della tradizone americana ( che a sua volta affonda le sue origini in Irlanda, terra di emigranti, che ha dato molto alla crescita culturale degli States: Springsteen stesso ha origini irlandesi e qui il cerchio si chiude).
Si parte con Atlantic City e via via ci si addentra in una scaletta ricca di riferimenti e citazioni come il country di Jesse James o il soul di Oh Mary Don't You Weep, una versione dilatata di When the saints Go Marching in fino al tributo personale di Springsteen alla sua terra con American Land.
Questo doppio album alle mie orecchie suona come qualcosa di magico che riesce ad arrivare fino ai recessi più profondi dell'animo e sinceramente è la dimensione che più apprezzo dello Springsteen ultimo periodo, cosi lontano dai rock anthem da arene stracolme, ma desideroso e convinto di riportare la musica ad una dimensione più intima,diretta calda ed emozionale che abbraccia a 360° un immaginario musicale che parte dai Pogues e va ai Blues Brothers passando da Hank Williams e Woody Guthrie!
P.S.
Insieme ai due CD, nel packaging trovate allegato anche il DVD delle serate:un ottimo modo per godersi appieno questo live!!!
Badlands. Webzine italiana dedicata al Boss


domenica 29 luglio 2012

Reconquista Cj Ramone (SelfProduced/ITunes Store 2012)


















Nel giro di un paio di mesi  c'è stato un ritorno di fiamma mediatico e discografico legato ai Ramones, complice l'uscita del disco postumo di Joey Ramone, l' attesa biografia di Johnny Ramone ed ora il primo album solista di CJ, il bassista che sostitui Dee Dee negli ultimi dieci anni di attività della band.
Di tutta la merce esposta, se devo essere sincero, l'unica nota positiva è proprio questo Reconquista, dato che è tutta musica inedita, fatta da un fan per i fans stessi e per quell'amore indissolubile amore che lega CJ alla scena punk rock.
A differenza di altri, il "New Kid" ha sempre mantenuto un profilo basso durante la sua carriera, non si è mai lasciato andare a facili tentazioni commerciali sfuttando il nome della band in cui ha militato, ma continuando a vivere "on the road" rimanendo fedele alla sua etica .Ricordo che poche settimane fa ha suonato gratuitamente in un parchetto a Bergamo, davanti a poche centinaia di persone in un concerto davvero poco pubblicizzato.
Ad ogni modo in questo Reconquista troverete solo quello che un fan dei Ramones vorrebbe sentire: dodici canzoni veloci, dirette, punk rock con tanta melodia da vendere! Nulla di più, nulla di meno! La voce è rimasta inalterata in questi anni e chi aveva un buon ricordo di CJ al microfono, magari mentre interpreta quella leggenda di Strenght to Endure, non potrà rimanere insoddisfatto di questo album.
Si parte dalla diretta What we Gonna do Now per passare al suo tributo personale a Joey, Johnny e Dee Dee:  Three Angels ( on my Shoulder) fino alle più melodiche You're the Only One o Now I Know infacite di quelle melodie "Bubblegum-Sixties" che avrebbero trovato l'approvazione di Joey. La ritmata Shut Up sembra uscire da uno dei primi due album dei fratellini e si potrebbero trovare citazioni a non finire in ogni singola nota di questo album, quindi non mi dilungo oltre con il track by track!
Se amate i Ramones, ma come me, siete nauseati dalle baracconate che circolano sempre di più intorno al loro nome( chi ha detto pubblicità di gelati????), andate a scaricarvi questo album, sincero e senza velleità commerciali e chissà che il passaparola possa far si che il Nostro Cj non trovi una label interessata a pubblicare e distribuire degnamente i suoi sforzi!
"All is Well, CJ is here"
P.S.
a distanza di mesi da questa recensione, Reconquista è uscito su formato CD e LP, grazie a pledge your music ed al passaparola dei fans!!
www.cjramone.com
http://www.myspace.com/cjramoneamericanpunk


domenica 1 luglio 2012

"...Ya Know?" Joey Ramone (BMG Records 2012)












Per quei pochi che non lo sapessero, il personaggio in questione è stato il cantante dei Ramones per oltre vent'anni di carriera, legando indissolubilmente il suo nome alla punk rock band per eccellenza. E sempre per quei pochi che non sanno, Joey è morto circa undici anni fa e, quindi, questo cd è da considerarsi un disco postumo con tutti gli annessi e connessi, leggende metropolitane incluse.
Infatti il fratello di Joey, Mickey Leigh pare abbia trovato vecchi demo e registrazioni casalinghe che percorrono tutta la sua carriera musicale ed, entratone in possesso, abbia deciso di chiamare a raccolta vecchi amici per risuonare alcune parti e dare vita a questo album.
E quindi ecco personaggi del calibro di Steve Van Zandt (il Little Steven di Springsteen), Daniel Rey, Joan Jett, Andy Shernoff e altri impegnati in studio di registrazione a suonare e duettare con il fantasma del compianto Joey.
Fatto questo giusto preambolo, passiamo al contenuto di questo cd che, oltre a piacere ai fans dei Ramones, ha comunque parecchia carne al fuoco per la qualità dei pezzi in esso contenuti: si parte con l'inno Rock and Roll is the Answer, un anthem che poggia su riff di chitarra belli quadrati che fa molto "hair metal anni '80", un pezzo che richiama molto AC/DC e Twisted Sister. Con la successiva Going Nowhere Fast si ritorna su lidi più "ramonici", soprattutto le produzioni degli ultimi loro album e qui si nota il tocco di Daniel Rey, che fu il membro aggiunto nell'ultima decade di attività della band.
Con New York City si rinnova il profondo legame che Joey aveva con la sua città natale, l'ennesimo atto d'amore che viene tributato alla metropoli che ha visto nascere il mito dei Ramones. Proprio in questa canzone vi è una parata di ospiti, guarda caso newyorchesi come Lenny Kaye, Holly Beth Vincent, Little Steven o Handsome Dick Manitoba.
Con la successiva Waiting for the Railroad  ci si imbatte in una delle tante sfaccettature del mondo musicale di Joey: una folk ballad davvero irresisitibile, resa magica dall'inconfondibile voce del compianto cantante, che proprio in questi pezzi rimasti inediti per cosi tanto tempo, ci fa capire quanto volesse staccarsi dal modello compositivo della band madre. Joey aveva una mentalità molto aperta e spaziava in diversi ambiti musicali e probabilmente queste registrazioni erano un tentativo di sviluppare qualcosa di diverso dallo stile dei Ramones.
In effetti l'unico filo conduttore di questo cd è proprio la voce di Joey, accostata a brani dalle più disparate caratteristiche musicali, qualcosa di impensabile all'interno dell'universo Ramones.
I Couldn't Sleep è un ritorno sui territori più smaccatamente rock and roll con un cantato molto simile ad Iggy Pop, una vera icona per Joey, mentre il pezzo forte dell'intero album è Party Line, una bubblegum song dichiaratamente Anni Sessanta, dove il duetto tra Joey e Hollly Beth Vincent è pressocchè perfetto, tanto che non sembra un pezzo rifatto in studio, ma un improbabile (ed impossibile) duetto vero e proprio.
Purtroppo ci sono anche pezzi sottotono, canzoni che forse avrebbero dovuto rimanere demo, cosi come una versione "slow" di Merry Christmas, edita sull'album Brain Drain dei Ramones che lascia un pò il tempo che trova.
In chiusura c'è tempo per un altra canzone dei Fast Four, quella Life's a Gas che a tutti gli effetti chiude la carriera della band, visto che era l'ultima traccia dell'ultimo album della band, Adios Amigos!
E quindi si chiude il cerchio, e speriamo lo si chiuda davvero, visto che, a conti fatti, per chi è un fan dei Ramones, "Ya Know?" è un must e regala profonde emozioni nel risentire la voce di Joey, ma il rovescio della medaglia è una squallida operazione commerciale per raschiare il fondo del barile per una band che quando fu in attività non ebbe mai il giusto tributo!
www.joeyramone.com
Ramonestory. Portale italiano sui Fast Four


domenica 10 giugno 2012

Badmotorfinger Soundgarden (A & M Records 1991)












Nei primi anni Novanta i Soundgarden si fanno largo a spallate nell'emergente scena alternative americana, divenendo capostipiti di un genere che verrà etichettato come "grunge" da giornalisti e mass media, gettando cosi la band nel calderone insieme ad altri act destinati a lasciare il segno nella storia come Nirvana, Pearl Jam ed Alice in Chains.
Ovviamente ognuna di queste band aveva la propria personalità ed il proprio stile, ma i Soundgarden furono coloro che cercarono di farsi notare grazie al loro eclettismo musicale che univa vari generi spaziando dall'hard rock di matrice Seventies fino a territori più estremi come il metal e l'hardcore.
Con questo Badmotorfinger avvenne una svolta importante nella carriera del "Giardino del Suono", fu un trampolino di lancio verso la fama e le tournee mondiali (all'epoca di spalla ai Guns and Roses) anche se per molti Die-hard fans fu il canto del cigno di questa band, nonostante la futura consacrazione verso i piani alti delle classifiche.
Mai come prima la band mostra i propri muscoli e, grazie anche alla produzione di Terry Date, l'impatto di questo album è devastante, un muro sonoro impenetrabile, suoni lancinanti ed un Chris cornell che porta la sua voce ai limiti più estremi, creando cosi un suono che diverrà il manifesto di quegli anni.
Si parte con i freddi "rumorismi" di Rusty Cage, una killer song che non poteva essere migliore apertura, grazie anche alla sezione ritmica Cameron-Shepard, quest 'ultimo al suo esordio in line up e fautore di un magistrale lavoro al basso.
Le successive Outshined e Slaves and Bulldozers sono dei megaliti che si abbattono sull'ascoltatore: riff di matrice sabbathiana ancor più carichi di cromature metalliche ed un Chris Cornell che porta le sue corde vocali allo sfinimento. E' impossibile rimanere inerti davanti a questa doppietta, come è impossibile non sbattere la testa sin dal primo attacco di martellante batteria di Matt Cameron  che da il là al singolo Jesus Christ Pose, un potentissimo mix di metal, hardcore, ritmi tribali che diverrà il vero e proprio biglietto da visita della band.
Già a metà album ci si trova sfiancati da cotanta potenza ed anche la successiva Face Pollution non lascia respirare, talmente i ritmi sono serrati, nella canzone più punk dell'album: diretta in your face!
Qualche spiraglio lo si intravede in Somewhere, dove il chorus si presta molto alla melodia ed anche la chitarra di Kim Tayhil è meno tagliente del solito.
La successiva Searching with my Good Eyes Closed è uno dei capolavori di questo album: una lunga hard rock song infarcita da numerose divagazioni nella psichedelia più pura. Le rumorosità si stemperano lasciando spazio a melodie che verranno poi sviluppate negli anni a venire. L'influenza della cultura mediorientale del chitarrista Tayhil si fa sentire ed anche Chris Cornell modula la sua voce su timbriche più calde dopo l'orgia di violenza nella prima parte dell'album.
Proseguendo con l'ascolto ci si imbatte in qualche filler di troppo, anche se la qualità dei brani è davvero alta e spesso vengono inseriti elementi lontani dalla cultura rock in senso più stretto, come il sax in Room a Thousand Years Wide, ma quello che rimane è senza dubbio uno dei capolavori degli anni Novanta, un album vario che all'epoca mise d'accordo i fans della emergente scena grunge ed i metallari più intransigenti, proprio per quel connubio di stili che ha sempre caratterizzato la band di Cornell e soci.
Per molti i veri Soundgarden finiscono qui, accusati di aver intrapreso una via più commerciale con il successivo Superunknown. Di sicuro il sottoscritto è sempre stato affascinato da questo platter e dallo stile che la band aveva adottato all'epoca, distanziandomi parecchio gli anni successivi, nonostante altri due ottimi album che però non hanno il mordente di questo Badmotorfinger!
www.soundgardenworld.com
Unofficial Soundgarden Site
www.myspace.com/soundgarden

domenica 3 giugno 2012

The Meanest of Times Dropkick Murphys (Born & bred records 2007)











Ci sono album che dopo il primo ascolto sai già che non ne potrai più fare a meno, ci sono album che invece sono relegati in qualche scaffale con qualche dita di polvere e ci sono album che vengono riscoperti col tempo, perchè in noi scatta quel qualcosa che  ce li fa apprezzare e magari canticchiare senza sosta nella nostra testa.
Ecco, The Meanest of Times appartiene a quest'ultima categoria: un disco uscito nel 2007 che però, il sottoscritto ha iniziato ad apprezzare con qualche anno di ritardo, complici alcuni concerti dei Dropkick Murphys dove l'esecuzione di alcuni brani mi hanno fatto scattare quel fatidico "clic" nella testa.
Mettendo in fila la discografia della band, TMOT lo considero il primo tassello dell'ultima incarnazione evolutiva della band, ovvero quel "wall of  sound" fatto di chitarre massicce, basso e batteria dove gli spazi vuoti vengono riempiti da un tappeto di cornamuse e thin whistle, rendendo cosi il suono compatto e spesso, definito dai critici come Celtic Punk.
Le 15 tracce (più la bonus track Jailbreak dei Thin Lizzy) filano via che è un piacere, un treno in corsa inarrestabile, con grande precisione nei suoni, un 'alternanza alle vocals (in puro spirito irish folk) tra Ken Casey e Al Barr che raggiunge la perfezione e testi sempre più elaborati e significativi.
L'introduzione di uno strumento tradizionale come il banjo è uno degli elementi nuovi della band ed il giro che apre la titletrack ti si stampa in testa sin dal primo ascolto. A seguire anthem punk rock da cantare e consumare sudando sotto il palco. I Murphys ormai sono una garanzia: chi ascolta un loro disco sa cosa trovare e difficilmente ne rimarrà deluso.
Tra gli Highlights segnalo la splendida God Willing, classico DKM-Style, contenente una riflessione sulla vita e sulla perdita dei propri cari
God willing, It's the last time I'll say goodbye
God willing, I'll see you on the other side
It's the last time I'll put my arms around you
The last time I'll look into your eyes
I've come here to put my arms around you
And say one final goodbye
Yeah, I'll see you on the otherside
Yeah, I'll see you on the otherside

 cosi come Famous for Nothing o Vices and Virtues, piccole storie del quartiere operaio di Quincy, a Boston, che vengono trasformati in inni per i fans della band.
Come scrissi nella recensione di The Warrior's Code, la forza della band è quella di trasformare piccole storie quotidiane della loro città in canzoni che verranno poi  amate dai propri fans, creando un legame unico tra Boston, la band e la Dropkick Murphys Crew sparsa per il globo!
La componente Irish ovviamente non viene messa da parte ed il tributo alla "Diaspora Irlandese" arriva puntuale con Flannigans Ball, dove la band viene supportata dalla partecipazione di  Ronnie Dew dei Dubliners e Spider Stacy dei Pogues, mentre il momento riflessivo è dato dalla ballad Fairmount Hill, ovvero una ballad tradizionale, Spancil Hill, riadattata in chiave bostoniana proprio dalla band stessa.
C'è tempo anche per parlare di amore, nel bene o nel male, perchè si sa che queste cose prima o poi capitano nella vita di un uomo e allora Rude Awakenings lascia spazio ai turbamenti amorosi senza però crogiolarsi nella depressione, ma con una punta d'ironia nera tipica dei Dropkick Murphys.
With equal surprise she opened her eyes
Sat up & shouted "for christ sakes who the hell are you!"
(What she take ya for)
She cooked me my breakfast then called me a cab
Shoved me out the door & threw the five dollar
Fare in my face
(What she take ya for)
She took me for all I was worth
May I remind you that ain't much at all
A meaningless gesture in the meanest of times
As it turns out you weren't worth the call
 I though it was all just a nightmare
I guess it was true
But now I'm left with a daily reminder of you 

L' ultima traccia degna di nota è Johnny I Hardly Knew Ya, ormai presenza fissa nella setlist dei loro concerti, l'ennesima rilettura di una marcia militare, Johnny I'm Coming Home trasformata in una roboante punk rock song infarcita di cornamuse che senza dubbio potrebbe essere il biglietto da visita di questo album. 
The meanest of Times è l'ennesimo tassello della discografia di una band che ormai ha consolidato il proprio status, un punto di partenza per chi non li ha mai ascoltati oppure l'ennesima conferma per i fans più fedeli della band. Di sicuro abbiamo una manciata di ottime canzoni che non devono finire nel dimenticatoio!
www.dropkickmurphys.com