giovedì 16 agosto 2012

Live in Dublin Bruce Springsteen with the Sessions Band(Columbia records 2007)












Parlare di Bruce Springsteen è sempre ardua impresa: si di lui si è scritto di tutto e di più, ci sono schiere di fans incalliti che hanno sondato tutto lo scibile dell'universo springsteeniano analizzando ogni singola nota e sfumatura di ogni sua canzone, ma soprattutto parlare di un suo live album può sembrare controproducente visto che, difficilmente la registrazione di un suo concerto può raggiungere l'emozione di stare sotto il palco durante un suo show.
Inoltre, e qui metto subito le mani avanti, non sono un fan incallito, ma seguo le vicissitudini musicali del Boss solo da pochi anni, anche io folgorato sulla via di Damasco dopo averlo visto dal vivo a Torino nel 2009.
Ma tra i pezzi della sua discografia, che ho piano piano recuperato, ha un posto particolare questo Live in Dublin, testimonianza dal vivo di una serie di date che il Boss fece nella capitale irlandese, culmine di un tour che lo vide accantonare la fidata E Street Band, per circondarsi da musicisti nuovi e prtare sul palco un repertorio totalmente diverso dal suo solito, ovvero vecchi pezzi tradizionali e del songbook americano, insieme ad alcune sue composizioni tutte rivisitate in chiave folk, americana e soul.
Personalmente mi ha stupito sentire Springsteen sotto quest'ottica ma l'ho apprezzato subito per il feeling e l'energia che è riuscito a ricreare in quelle serate: versioni magistralmente stravolte e riarrangiate da musicisti fenomenali con al centro il Boss come gran cerimoniere alla perenne ricerca delle radici della tradizone americana ( che a sua volta affonda le sue origini in Irlanda, terra di emigranti, che ha dato molto alla crescita culturale degli States: Springsteen stesso ha origini irlandesi e qui il cerchio si chiude).
Si parte con Atlantic City e via via ci si addentra in una scaletta ricca di riferimenti e citazioni come il country di Jesse James o il soul di Oh Mary Don't You Weep, una versione dilatata di When the saints Go Marching in fino al tributo personale di Springsteen alla sua terra con American Land.
Questo doppio album alle mie orecchie suona come qualcosa di magico che riesce ad arrivare fino ai recessi più profondi dell'animo e sinceramente è la dimensione che più apprezzo dello Springsteen ultimo periodo, cosi lontano dai rock anthem da arene stracolme, ma desideroso e convinto di riportare la musica ad una dimensione più intima,diretta calda ed emozionale che abbraccia a 360° un immaginario musicale che parte dai Pogues e va ai Blues Brothers passando da Hank Williams e Woody Guthrie!
P.S.
Insieme ai due CD, nel packaging trovate allegato anche il DVD delle serate:un ottimo modo per godersi appieno questo live!!!
Badlands. Webzine italiana dedicata al Boss


domenica 29 luglio 2012

Reconquista Cj Ramone (SelfProduced/ITunes Store 2012)


















Nel giro di un paio di mesi  c'è stato un ritorno di fiamma mediatico e discografico legato ai Ramones, complice l'uscita del disco postumo di Joey Ramone, l' attesa biografia di Johnny Ramone ed ora il primo album solista di CJ, il bassista che sostitui Dee Dee negli ultimi dieci anni di attività della band.
Di tutta la merce esposta, se devo essere sincero, l'unica nota positiva è proprio questo Reconquista, dato che è tutta musica inedita, fatta da un fan per i fans stessi e per quell'amore indissolubile amore che lega CJ alla scena punk rock.
A differenza di altri, il "New Kid" ha sempre mantenuto un profilo basso durante la sua carriera, non si è mai lasciato andare a facili tentazioni commerciali sfuttando il nome della band in cui ha militato, ma continuando a vivere "on the road" rimanendo fedele alla sua etica .Ricordo che poche settimane fa ha suonato gratuitamente in un parchetto a Bergamo, davanti a poche centinaia di persone in un concerto davvero poco pubblicizzato.
Ad ogni modo in questo Reconquista troverete solo quello che un fan dei Ramones vorrebbe sentire: dodici canzoni veloci, dirette, punk rock con tanta melodia da vendere! Nulla di più, nulla di meno! La voce è rimasta inalterata in questi anni e chi aveva un buon ricordo di CJ al microfono, magari mentre interpreta quella leggenda di Strenght to Endure, non potrà rimanere insoddisfatto di questo album.
Si parte dalla diretta What we Gonna do Now per passare al suo tributo personale a Joey, Johnny e Dee Dee:  Three Angels ( on my Shoulder) fino alle più melodiche You're the Only One o Now I Know infacite di quelle melodie "Bubblegum-Sixties" che avrebbero trovato l'approvazione di Joey. La ritmata Shut Up sembra uscire da uno dei primi due album dei fratellini e si potrebbero trovare citazioni a non finire in ogni singola nota di questo album, quindi non mi dilungo oltre con il track by track!
Se amate i Ramones, ma come me, siete nauseati dalle baracconate che circolano sempre di più intorno al loro nome( chi ha detto pubblicità di gelati????), andate a scaricarvi questo album, sincero e senza velleità commerciali e chissà che il passaparola possa far si che il Nostro Cj non trovi una label interessata a pubblicare e distribuire degnamente i suoi sforzi!
"All is Well, CJ is here"
P.S.
a distanza di mesi da questa recensione, Reconquista è uscito su formato CD e LP, grazie a pledge your music ed al passaparola dei fans!!
www.cjramone.com
http://www.myspace.com/cjramoneamericanpunk


domenica 1 luglio 2012

"...Ya Know?" Joey Ramone (BMG Records 2012)












Per quei pochi che non lo sapessero, il personaggio in questione è stato il cantante dei Ramones per oltre vent'anni di carriera, legando indissolubilmente il suo nome alla punk rock band per eccellenza. E sempre per quei pochi che non sanno, Joey è morto circa undici anni fa e, quindi, questo cd è da considerarsi un disco postumo con tutti gli annessi e connessi, leggende metropolitane incluse.
Infatti il fratello di Joey, Mickey Leigh pare abbia trovato vecchi demo e registrazioni casalinghe che percorrono tutta la sua carriera musicale ed, entratone in possesso, abbia deciso di chiamare a raccolta vecchi amici per risuonare alcune parti e dare vita a questo album.
E quindi ecco personaggi del calibro di Steve Van Zandt (il Little Steven di Springsteen), Daniel Rey, Joan Jett, Andy Shernoff e altri impegnati in studio di registrazione a suonare e duettare con il fantasma del compianto Joey.
Fatto questo giusto preambolo, passiamo al contenuto di questo cd che, oltre a piacere ai fans dei Ramones, ha comunque parecchia carne al fuoco per la qualità dei pezzi in esso contenuti: si parte con l'inno Rock and Roll is the Answer, un anthem che poggia su riff di chitarra belli quadrati che fa molto "hair metal anni '80", un pezzo che richiama molto AC/DC e Twisted Sister. Con la successiva Going Nowhere Fast si ritorna su lidi più "ramonici", soprattutto le produzioni degli ultimi loro album e qui si nota il tocco di Daniel Rey, che fu il membro aggiunto nell'ultima decade di attività della band.
Con New York City si rinnova il profondo legame che Joey aveva con la sua città natale, l'ennesimo atto d'amore che viene tributato alla metropoli che ha visto nascere il mito dei Ramones. Proprio in questa canzone vi è una parata di ospiti, guarda caso newyorchesi come Lenny Kaye, Holly Beth Vincent, Little Steven o Handsome Dick Manitoba.
Con la successiva Waiting for the Railroad  ci si imbatte in una delle tante sfaccettature del mondo musicale di Joey: una folk ballad davvero irresisitibile, resa magica dall'inconfondibile voce del compianto cantante, che proprio in questi pezzi rimasti inediti per cosi tanto tempo, ci fa capire quanto volesse staccarsi dal modello compositivo della band madre. Joey aveva una mentalità molto aperta e spaziava in diversi ambiti musicali e probabilmente queste registrazioni erano un tentativo di sviluppare qualcosa di diverso dallo stile dei Ramones.
In effetti l'unico filo conduttore di questo cd è proprio la voce di Joey, accostata a brani dalle più disparate caratteristiche musicali, qualcosa di impensabile all'interno dell'universo Ramones.
I Couldn't Sleep è un ritorno sui territori più smaccatamente rock and roll con un cantato molto simile ad Iggy Pop, una vera icona per Joey, mentre il pezzo forte dell'intero album è Party Line, una bubblegum song dichiaratamente Anni Sessanta, dove il duetto tra Joey e Hollly Beth Vincent è pressocchè perfetto, tanto che non sembra un pezzo rifatto in studio, ma un improbabile (ed impossibile) duetto vero e proprio.
Purtroppo ci sono anche pezzi sottotono, canzoni che forse avrebbero dovuto rimanere demo, cosi come una versione "slow" di Merry Christmas, edita sull'album Brain Drain dei Ramones che lascia un pò il tempo che trova.
In chiusura c'è tempo per un altra canzone dei Fast Four, quella Life's a Gas che a tutti gli effetti chiude la carriera della band, visto che era l'ultima traccia dell'ultimo album della band, Adios Amigos!
E quindi si chiude il cerchio, e speriamo lo si chiuda davvero, visto che, a conti fatti, per chi è un fan dei Ramones, "Ya Know?" è un must e regala profonde emozioni nel risentire la voce di Joey, ma il rovescio della medaglia è una squallida operazione commerciale per raschiare il fondo del barile per una band che quando fu in attività non ebbe mai il giusto tributo!
www.joeyramone.com
Ramonestory. Portale italiano sui Fast Four


domenica 10 giugno 2012

Badmotorfinger Soundgarden (A & M Records 1991)












Nei primi anni Novanta i Soundgarden si fanno largo a spallate nell'emergente scena alternative americana, divenendo capostipiti di un genere che verrà etichettato come "grunge" da giornalisti e mass media, gettando cosi la band nel calderone insieme ad altri act destinati a lasciare il segno nella storia come Nirvana, Pearl Jam ed Alice in Chains.
Ovviamente ognuna di queste band aveva la propria personalità ed il proprio stile, ma i Soundgarden furono coloro che cercarono di farsi notare grazie al loro eclettismo musicale che univa vari generi spaziando dall'hard rock di matrice Seventies fino a territori più estremi come il metal e l'hardcore.
Con questo Badmotorfinger avvenne una svolta importante nella carriera del "Giardino del Suono", fu un trampolino di lancio verso la fama e le tournee mondiali (all'epoca di spalla ai Guns and Roses) anche se per molti Die-hard fans fu il canto del cigno di questa band, nonostante la futura consacrazione verso i piani alti delle classifiche.
Mai come prima la band mostra i propri muscoli e, grazie anche alla produzione di Terry Date, l'impatto di questo album è devastante, un muro sonoro impenetrabile, suoni lancinanti ed un Chris cornell che porta la sua voce ai limiti più estremi, creando cosi un suono che diverrà il manifesto di quegli anni.
Si parte con i freddi "rumorismi" di Rusty Cage, una killer song che non poteva essere migliore apertura, grazie anche alla sezione ritmica Cameron-Shepard, quest 'ultimo al suo esordio in line up e fautore di un magistrale lavoro al basso.
Le successive Outshined e Slaves and Bulldozers sono dei megaliti che si abbattono sull'ascoltatore: riff di matrice sabbathiana ancor più carichi di cromature metalliche ed un Chris Cornell che porta le sue corde vocali allo sfinimento. E' impossibile rimanere inerti davanti a questa doppietta, come è impossibile non sbattere la testa sin dal primo attacco di martellante batteria di Matt Cameron  che da il là al singolo Jesus Christ Pose, un potentissimo mix di metal, hardcore, ritmi tribali che diverrà il vero e proprio biglietto da visita della band.
Già a metà album ci si trova sfiancati da cotanta potenza ed anche la successiva Face Pollution non lascia respirare, talmente i ritmi sono serrati, nella canzone più punk dell'album: diretta in your face!
Qualche spiraglio lo si intravede in Somewhere, dove il chorus si presta molto alla melodia ed anche la chitarra di Kim Tayhil è meno tagliente del solito.
La successiva Searching with my Good Eyes Closed è uno dei capolavori di questo album: una lunga hard rock song infarcita da numerose divagazioni nella psichedelia più pura. Le rumorosità si stemperano lasciando spazio a melodie che verranno poi sviluppate negli anni a venire. L'influenza della cultura mediorientale del chitarrista Tayhil si fa sentire ed anche Chris Cornell modula la sua voce su timbriche più calde dopo l'orgia di violenza nella prima parte dell'album.
Proseguendo con l'ascolto ci si imbatte in qualche filler di troppo, anche se la qualità dei brani è davvero alta e spesso vengono inseriti elementi lontani dalla cultura rock in senso più stretto, come il sax in Room a Thousand Years Wide, ma quello che rimane è senza dubbio uno dei capolavori degli anni Novanta, un album vario che all'epoca mise d'accordo i fans della emergente scena grunge ed i metallari più intransigenti, proprio per quel connubio di stili che ha sempre caratterizzato la band di Cornell e soci.
Per molti i veri Soundgarden finiscono qui, accusati di aver intrapreso una via più commerciale con il successivo Superunknown. Di sicuro il sottoscritto è sempre stato affascinato da questo platter e dallo stile che la band aveva adottato all'epoca, distanziandomi parecchio gli anni successivi, nonostante altri due ottimi album che però non hanno il mordente di questo Badmotorfinger!
www.soundgardenworld.com
Unofficial Soundgarden Site
www.myspace.com/soundgarden

domenica 3 giugno 2012

The Meanest of Times Dropkick Murphys (Born & bred records 2007)











Ci sono album che dopo il primo ascolto sai già che non ne potrai più fare a meno, ci sono album che invece sono relegati in qualche scaffale con qualche dita di polvere e ci sono album che vengono riscoperti col tempo, perchè in noi scatta quel qualcosa che  ce li fa apprezzare e magari canticchiare senza sosta nella nostra testa.
Ecco, The Meanest of Times appartiene a quest'ultima categoria: un disco uscito nel 2007 che però, il sottoscritto ha iniziato ad apprezzare con qualche anno di ritardo, complici alcuni concerti dei Dropkick Murphys dove l'esecuzione di alcuni brani mi hanno fatto scattare quel fatidico "clic" nella testa.
Mettendo in fila la discografia della band, TMOT lo considero il primo tassello dell'ultima incarnazione evolutiva della band, ovvero quel "wall of  sound" fatto di chitarre massicce, basso e batteria dove gli spazi vuoti vengono riempiti da un tappeto di cornamuse e thin whistle, rendendo cosi il suono compatto e spesso, definito dai critici come Celtic Punk.
Le 15 tracce (più la bonus track Jailbreak dei Thin Lizzy) filano via che è un piacere, un treno in corsa inarrestabile, con grande precisione nei suoni, un 'alternanza alle vocals (in puro spirito irish folk) tra Ken Casey e Al Barr che raggiunge la perfezione e testi sempre più elaborati e significativi.
L'introduzione di uno strumento tradizionale come il banjo è uno degli elementi nuovi della band ed il giro che apre la titletrack ti si stampa in testa sin dal primo ascolto. A seguire anthem punk rock da cantare e consumare sudando sotto il palco. I Murphys ormai sono una garanzia: chi ascolta un loro disco sa cosa trovare e difficilmente ne rimarrà deluso.
Tra gli Highlights segnalo la splendida God Willing, classico DKM-Style, contenente una riflessione sulla vita e sulla perdita dei propri cari
God willing, It's the last time I'll say goodbye
God willing, I'll see you on the other side
It's the last time I'll put my arms around you
The last time I'll look into your eyes
I've come here to put my arms around you
And say one final goodbye
Yeah, I'll see you on the otherside
Yeah, I'll see you on the otherside

 cosi come Famous for Nothing o Vices and Virtues, piccole storie del quartiere operaio di Quincy, a Boston, che vengono trasformati in inni per i fans della band.
Come scrissi nella recensione di The Warrior's Code, la forza della band è quella di trasformare piccole storie quotidiane della loro città in canzoni che verranno poi  amate dai propri fans, creando un legame unico tra Boston, la band e la Dropkick Murphys Crew sparsa per il globo!
La componente Irish ovviamente non viene messa da parte ed il tributo alla "Diaspora Irlandese" arriva puntuale con Flannigans Ball, dove la band viene supportata dalla partecipazione di  Ronnie Dew dei Dubliners e Spider Stacy dei Pogues, mentre il momento riflessivo è dato dalla ballad Fairmount Hill, ovvero una ballad tradizionale, Spancil Hill, riadattata in chiave bostoniana proprio dalla band stessa.
C'è tempo anche per parlare di amore, nel bene o nel male, perchè si sa che queste cose prima o poi capitano nella vita di un uomo e allora Rude Awakenings lascia spazio ai turbamenti amorosi senza però crogiolarsi nella depressione, ma con una punta d'ironia nera tipica dei Dropkick Murphys.
With equal surprise she opened her eyes
Sat up & shouted "for christ sakes who the hell are you!"
(What she take ya for)
She cooked me my breakfast then called me a cab
Shoved me out the door & threw the five dollar
Fare in my face
(What she take ya for)
She took me for all I was worth
May I remind you that ain't much at all
A meaningless gesture in the meanest of times
As it turns out you weren't worth the call
 I though it was all just a nightmare
I guess it was true
But now I'm left with a daily reminder of you 

L' ultima traccia degna di nota è Johnny I Hardly Knew Ya, ormai presenza fissa nella setlist dei loro concerti, l'ennesima rilettura di una marcia militare, Johnny I'm Coming Home trasformata in una roboante punk rock song infarcita di cornamuse che senza dubbio potrebbe essere il biglietto da visita di questo album. 
The meanest of Times è l'ennesimo tassello della discografia di una band che ormai ha consolidato il proprio status, un punto di partenza per chi non li ha mai ascoltati oppure l'ennesima conferma per i fans più fedeli della band. Di sicuro abbiamo una manciata di ottime canzoni che non devono finire nel dimenticatoio!
www.dropkickmurphys.com

sabato 26 maggio 2012

The Warrior's Code Dropkick Murphys (Hellcat Records 2005)












L' immagine della cover con  due pugili che si affrontano a colpi di ganci e montanti è il biglietto da visita di The Warrior's Code, quinto album dei bostoniani Dropkick Murphys ed ennesimo tassello della loro discografia che ha visto incrementare la loro popolarità di anno in anno.
Il personaggio rappresentato è niente meno che Michael Ward, pugile professionista di Boston al quale i Nostri dedicano il loro disco ( e su di lui verrà girato anche un film, The Fighter qualche anno dopo), l'ennesimo tributo che la band americana rivolge a qualche illustre personaggio della propria comunità irlandese residente a Boston.
Musicalmente i DKM arrivano dal successo di Blackout, un album che smussa le spigolosità street-Oi degli esordi per un approccio più melodico con sempre più marcate influenze folk. Con questo nuovo album la matrice Irish -Folk si fa sempre più presente rendendo cosi, The Warrior's Code, un disco di transizione tra il passato e l'evoluzione futura come celtic-rock band.
Come al solito i Murphys ci regalano un lotto di ottime canzoni, che ad oggi sono ancora presenti in scaletta durante i loro conerti e sono entrati nel cuore dei fans sparsi nel mondo: si parte in quarta con la doppietta Your Spirit' s Alive e The Warrior's Code, legnate punk rock con cori possenti e la cornamusa di Scruffy Wallace a creare un massiccio muro sonoro di sottofondo.
Si prosegue con la sgangherata Captain Kelly's Kitchen, ovvero un tradizionale irlandese rifatto alla maniera dei "bostoniani", dove l'alternarsi delle voci di Al Barr e Ken Casey si fa sempre più frenetico e veloce. Il riprendere brani della cultura popolare irlandese è una caratteristica che accomuna tutti gli album dei DKM, una peculiarità che rafforza il legame con la terra d'origine. In The Warrior's Code troviamo altre reinterpretazioni come The Auld Triangle, una poesia del poeta irlandese Brendan Behan ripresa anni fa anche dai Pogues e qui rifatta in un potentissimo anthem a rotta di collo sull'ascoltatore. Inoltre l'unica ballad presente, The Green Fields of  France, è un pezzo scritto dal cantautore australiano ma di origini scozzesi Eric Bogle, che ha come tema la drammaticità della guerra nelle riflessioni dell'autore stesso in visita ad un cimitero militare. Un testo profondo e toccante che i Murphys reinterpretano magistralmente grazie anche al cantato di Al Barr, davvero sopra le righe.
Sunshine Highway è il primo singolo estratto, una celtic-pop rock ballad dal ritornello molto catchy che sembra fatta apposta per cantare e ballare tra una pinta e l'altra, mentre l'ultima cover proposta è I'm Shipping Up to Boston, scritta da Woody Guthrie come tributo alla città portuale del Massachussets e rifatta dai Murphys nel loro stile punk folk, diventando uno dei pezzi più conosciuti della band, anche perchè inserita nella colonna sonora del film The Departed.
Il finale dell'album è affidato a Last Letter Home,ovvero la trasposizione in musica dell'ultima lettera che un soldato americano in Iraq scrive alla famiglia ed alla moglie pochi giorni prima del congedo, che però non vedrà mai perchè ucciso pochi giorni prima di tornare a casa. Essendo un grande fan dei Murphys ha chiesto alla band di suonare le cornamuse durante il suo funerale e con questa canzone viene dedicato un grande tributo alla sua memoria.
E proprio con Last Letter Home vorrei spendere due parole sulle lyrics dei DKM: profonde e toccanti nella loro semplicità e nel raccontare storie comuni, di amici, di vita, della loro Boston e renderle speciali per chiunque si avvicicini all'universo della band.
Hello there my dearest love
Today I write to you about our sons
The boys start school today
They're the spitting image of you in every way

Hey son it's Dad
I hope this letter finds you well out of harm's way
We saw the news today it frightened your Mom
Now all she does is pray

If I lead will you follow?
Will you follow if I lead?
 Hey Melissa it's me don't be afraid

I'm in good hands I'm gonna be home soon
It's time to watch the children grow up
I wanna be more than a voice on the phone

Thanks Ma I got your package today
I love "The Fields Of Athenry"
I swear I want 'em to play that song on the pipes
At my funeral when I die
 
I stand alone in the distance
And the foreground slowly moves
"We regret to inform you that on January 28th Sgt. Andrew
Farrar died while serving his country in the Al-Anbar province
of Iraq words cannot convey our sorrow"
When there's nothing on the horizon
You've got nothing left to prove

If I lead will you follow?
www.dropkickmurphys.com 
www.myspace.com/dropkickmurphys 
www.facebook.com/dropkickmurphys 

lunedì 7 maggio 2012

August and Everything After Counting Crows (Geffen records 1993)












Nei primi anni Novanta i Counting Crows vengono gettati nella mischia del calderone rock mainstream grazie ai passaggi in heavy rotation del loro singolo Mr Jones, che diverrà la "One Hit Wonder" della band relegandoli a meteora di MTV senza tener conto delle grandi potenzialità di questo gruppo.
August and Everything After è il folgorante debutto di  musicisti semisconosciuti guidati da un istrionico personaggio che ha vagabondato per gran parte della sua esistenza per le strade d'America, innamorato della poesia di Dylan e Springsteen e, che grazie a quest'incontro, riesce finalmente a liberare le sue doti di cantante e songwriter.
Adam Duritz diventa il leader grazie alla sua voce malinconica, a metà tra Michael Stipe e Sting, che si aggrappa con le unghie alle raffinate melodie della sua band che, finalmente, riesce a riportare in classifica questo ibrido tra rock, blues e folk, ovvero le radici più pure della tradizione americana.
Ascolto dopo ascolto ci si affeziona alle storie raccontate lungo le undici tracce di questo album, storie semplici, storie di un paese immenso come l'America, che, con le sue metropoli( come San Francisco, cantata in Sullivan Street) spesso si dimentica di posti lontani e sperduti, dove però si continua a vivere, sognare e sperare.
Omaha, somewhere in middle America
Get right to the heart of matters.
It's the heart that matters more.
I think you better turn your ticket in
and get your money back at the door.

(Omaha)
Ed il sogno e la speranza magari sono proprio sopra un treno, che farà fuggire dalla provincia, per non invecchiare e morire di solitudine
 She buys a ticket cause it's cold were she comes from
she climbs aboard because she's scared of getting older in the snow
love is a ghost train rumbling through the darkness
hold on to me darling I got nowhere else to go

(Ghost Train)
e magari, un incontro inaspettato potrà riservare un grande amore, come nella migliore delle favole rock and roll.
 Anna Begins è una grande canzone che scava nelle profondità del dilemma amoroso, con i dubbi, i pensieri, le parole vane di chi consiglia dall'esterno (un amico...un'amica), ma alla fine è sempre il cuore a decidere cosa sia giusto o no, magari nel modo più irrazionale che ci sia. Ed è proprio l'incedere di questa canzone, con i suoi cambi d'accordo che fa dissipare le nubi che avvolgono il cuore della protagonista.
 It does not bother me to say this isn't love.
Because if you don't want to talk about it then it isn't love.
And I guess I'm gonna have to live with that.
But I'm sure there's something in a shade of grey,
Or something in between,
And I can always change my name
If that's what you mean.

La malinconia però è il sentimento che fa da padrone in gran parte dei pezzi di quest'album, come nella bellissima ma terribilmente amara Rain in Baltimore o nell'oblio di Perfect Blue Buildings, un luogo fantastico e sereno dove rifugiarsi dalla grigia monotonia di tutti i giorni.
It's 4:30 A.M. on a Tuesday.
It doesn't get much worse than this.
In beds in little rooms in buildings in the middle
of these lives which are completely meaningless,
help me stay awake, I'm fallin'...

Asleep in perfect blue buildings,

beside the green apple sea,
I wanna get me a little oblivion, baby,
and try to keep myself away from myself and me.

E poi c'è il singolo Mr Jones, croce e tormento dei CC, il loro pezzo più famoso, che però li ha imprigionati in un effimero successo: una grande canzone, melodica, ruffiana con quel suo "Sha-la-la-la" di  vanmorrisoniana memoria, ma che possiede tutte le qualità per superare la prova del tempo ed essere incastonata tra gli evergreen degli anni Novanta.
Un grande debutto che merita di essere ascoltato ed apprezzato, cosi come la successiva discografia dei Counting Crows: dischi che sono passati in secondo piano, ma che conservano le ottime qualità mostrate nel fantastico esordio di Duritz e soci.
www.countingcrows.com
 feathers in my hand-sito italiano sulla band