domenica 10 giugno 2012

Badmotorfinger Soundgarden (A & M Records 1991)












Nei primi anni Novanta i Soundgarden si fanno largo a spallate nell'emergente scena alternative americana, divenendo capostipiti di un genere che verrà etichettato come "grunge" da giornalisti e mass media, gettando cosi la band nel calderone insieme ad altri act destinati a lasciare il segno nella storia come Nirvana, Pearl Jam ed Alice in Chains.
Ovviamente ognuna di queste band aveva la propria personalità ed il proprio stile, ma i Soundgarden furono coloro che cercarono di farsi notare grazie al loro eclettismo musicale che univa vari generi spaziando dall'hard rock di matrice Seventies fino a territori più estremi come il metal e l'hardcore.
Con questo Badmotorfinger avvenne una svolta importante nella carriera del "Giardino del Suono", fu un trampolino di lancio verso la fama e le tournee mondiali (all'epoca di spalla ai Guns and Roses) anche se per molti Die-hard fans fu il canto del cigno di questa band, nonostante la futura consacrazione verso i piani alti delle classifiche.
Mai come prima la band mostra i propri muscoli e, grazie anche alla produzione di Terry Date, l'impatto di questo album è devastante, un muro sonoro impenetrabile, suoni lancinanti ed un Chris cornell che porta la sua voce ai limiti più estremi, creando cosi un suono che diverrà il manifesto di quegli anni.
Si parte con i freddi "rumorismi" di Rusty Cage, una killer song che non poteva essere migliore apertura, grazie anche alla sezione ritmica Cameron-Shepard, quest 'ultimo al suo esordio in line up e fautore di un magistrale lavoro al basso.
Le successive Outshined e Slaves and Bulldozers sono dei megaliti che si abbattono sull'ascoltatore: riff di matrice sabbathiana ancor più carichi di cromature metalliche ed un Chris Cornell che porta le sue corde vocali allo sfinimento. E' impossibile rimanere inerti davanti a questa doppietta, come è impossibile non sbattere la testa sin dal primo attacco di martellante batteria di Matt Cameron  che da il là al singolo Jesus Christ Pose, un potentissimo mix di metal, hardcore, ritmi tribali che diverrà il vero e proprio biglietto da visita della band.
Già a metà album ci si trova sfiancati da cotanta potenza ed anche la successiva Face Pollution non lascia respirare, talmente i ritmi sono serrati, nella canzone più punk dell'album: diretta in your face!
Qualche spiraglio lo si intravede in Somewhere, dove il chorus si presta molto alla melodia ed anche la chitarra di Kim Tayhil è meno tagliente del solito.
La successiva Searching with my Good Eyes Closed è uno dei capolavori di questo album: una lunga hard rock song infarcita da numerose divagazioni nella psichedelia più pura. Le rumorosità si stemperano lasciando spazio a melodie che verranno poi sviluppate negli anni a venire. L'influenza della cultura mediorientale del chitarrista Tayhil si fa sentire ed anche Chris Cornell modula la sua voce su timbriche più calde dopo l'orgia di violenza nella prima parte dell'album.
Proseguendo con l'ascolto ci si imbatte in qualche filler di troppo, anche se la qualità dei brani è davvero alta e spesso vengono inseriti elementi lontani dalla cultura rock in senso più stretto, come il sax in Room a Thousand Years Wide, ma quello che rimane è senza dubbio uno dei capolavori degli anni Novanta, un album vario che all'epoca mise d'accordo i fans della emergente scena grunge ed i metallari più intransigenti, proprio per quel connubio di stili che ha sempre caratterizzato la band di Cornell e soci.
Per molti i veri Soundgarden finiscono qui, accusati di aver intrapreso una via più commerciale con il successivo Superunknown. Di sicuro il sottoscritto è sempre stato affascinato da questo platter e dallo stile che la band aveva adottato all'epoca, distanziandomi parecchio gli anni successivi, nonostante altri due ottimi album che però non hanno il mordente di questo Badmotorfinger!
www.soundgardenworld.com
Unofficial Soundgarden Site
www.myspace.com/soundgarden

domenica 3 giugno 2012

The Meanest of Times Dropkick Murphys (Born & bred records 2007)











Ci sono album che dopo il primo ascolto sai già che non ne potrai più fare a meno, ci sono album che invece sono relegati in qualche scaffale con qualche dita di polvere e ci sono album che vengono riscoperti col tempo, perchè in noi scatta quel qualcosa che  ce li fa apprezzare e magari canticchiare senza sosta nella nostra testa.
Ecco, The Meanest of Times appartiene a quest'ultima categoria: un disco uscito nel 2007 che però, il sottoscritto ha iniziato ad apprezzare con qualche anno di ritardo, complici alcuni concerti dei Dropkick Murphys dove l'esecuzione di alcuni brani mi hanno fatto scattare quel fatidico "clic" nella testa.
Mettendo in fila la discografia della band, TMOT lo considero il primo tassello dell'ultima incarnazione evolutiva della band, ovvero quel "wall of  sound" fatto di chitarre massicce, basso e batteria dove gli spazi vuoti vengono riempiti da un tappeto di cornamuse e thin whistle, rendendo cosi il suono compatto e spesso, definito dai critici come Celtic Punk.
Le 15 tracce (più la bonus track Jailbreak dei Thin Lizzy) filano via che è un piacere, un treno in corsa inarrestabile, con grande precisione nei suoni, un 'alternanza alle vocals (in puro spirito irish folk) tra Ken Casey e Al Barr che raggiunge la perfezione e testi sempre più elaborati e significativi.
L'introduzione di uno strumento tradizionale come il banjo è uno degli elementi nuovi della band ed il giro che apre la titletrack ti si stampa in testa sin dal primo ascolto. A seguire anthem punk rock da cantare e consumare sudando sotto il palco. I Murphys ormai sono una garanzia: chi ascolta un loro disco sa cosa trovare e difficilmente ne rimarrà deluso.
Tra gli Highlights segnalo la splendida God Willing, classico DKM-Style, contenente una riflessione sulla vita e sulla perdita dei propri cari
God willing, It's the last time I'll say goodbye
God willing, I'll see you on the other side
It's the last time I'll put my arms around you
The last time I'll look into your eyes
I've come here to put my arms around you
And say one final goodbye
Yeah, I'll see you on the otherside
Yeah, I'll see you on the otherside

 cosi come Famous for Nothing o Vices and Virtues, piccole storie del quartiere operaio di Quincy, a Boston, che vengono trasformati in inni per i fans della band.
Come scrissi nella recensione di The Warrior's Code, la forza della band è quella di trasformare piccole storie quotidiane della loro città in canzoni che verranno poi  amate dai propri fans, creando un legame unico tra Boston, la band e la Dropkick Murphys Crew sparsa per il globo!
La componente Irish ovviamente non viene messa da parte ed il tributo alla "Diaspora Irlandese" arriva puntuale con Flannigans Ball, dove la band viene supportata dalla partecipazione di  Ronnie Dew dei Dubliners e Spider Stacy dei Pogues, mentre il momento riflessivo è dato dalla ballad Fairmount Hill, ovvero una ballad tradizionale, Spancil Hill, riadattata in chiave bostoniana proprio dalla band stessa.
C'è tempo anche per parlare di amore, nel bene o nel male, perchè si sa che queste cose prima o poi capitano nella vita di un uomo e allora Rude Awakenings lascia spazio ai turbamenti amorosi senza però crogiolarsi nella depressione, ma con una punta d'ironia nera tipica dei Dropkick Murphys.
With equal surprise she opened her eyes
Sat up & shouted "for christ sakes who the hell are you!"
(What she take ya for)
She cooked me my breakfast then called me a cab
Shoved me out the door & threw the five dollar
Fare in my face
(What she take ya for)
She took me for all I was worth
May I remind you that ain't much at all
A meaningless gesture in the meanest of times
As it turns out you weren't worth the call
 I though it was all just a nightmare
I guess it was true
But now I'm left with a daily reminder of you 

L' ultima traccia degna di nota è Johnny I Hardly Knew Ya, ormai presenza fissa nella setlist dei loro concerti, l'ennesima rilettura di una marcia militare, Johnny I'm Coming Home trasformata in una roboante punk rock song infarcita di cornamuse che senza dubbio potrebbe essere il biglietto da visita di questo album. 
The meanest of Times è l'ennesimo tassello della discografia di una band che ormai ha consolidato il proprio status, un punto di partenza per chi non li ha mai ascoltati oppure l'ennesima conferma per i fans più fedeli della band. Di sicuro abbiamo una manciata di ottime canzoni che non devono finire nel dimenticatoio!
www.dropkickmurphys.com

sabato 26 maggio 2012

The Warrior's Code Dropkick Murphys (Hellcat Records 2005)












L' immagine della cover con  due pugili che si affrontano a colpi di ganci e montanti è il biglietto da visita di The Warrior's Code, quinto album dei bostoniani Dropkick Murphys ed ennesimo tassello della loro discografia che ha visto incrementare la loro popolarità di anno in anno.
Il personaggio rappresentato è niente meno che Michael Ward, pugile professionista di Boston al quale i Nostri dedicano il loro disco ( e su di lui verrà girato anche un film, The Fighter qualche anno dopo), l'ennesimo tributo che la band americana rivolge a qualche illustre personaggio della propria comunità irlandese residente a Boston.
Musicalmente i DKM arrivano dal successo di Blackout, un album che smussa le spigolosità street-Oi degli esordi per un approccio più melodico con sempre più marcate influenze folk. Con questo nuovo album la matrice Irish -Folk si fa sempre più presente rendendo cosi, The Warrior's Code, un disco di transizione tra il passato e l'evoluzione futura come celtic-rock band.
Come al solito i Murphys ci regalano un lotto di ottime canzoni, che ad oggi sono ancora presenti in scaletta durante i loro conerti e sono entrati nel cuore dei fans sparsi nel mondo: si parte in quarta con la doppietta Your Spirit' s Alive e The Warrior's Code, legnate punk rock con cori possenti e la cornamusa di Scruffy Wallace a creare un massiccio muro sonoro di sottofondo.
Si prosegue con la sgangherata Captain Kelly's Kitchen, ovvero un tradizionale irlandese rifatto alla maniera dei "bostoniani", dove l'alternarsi delle voci di Al Barr e Ken Casey si fa sempre più frenetico e veloce. Il riprendere brani della cultura popolare irlandese è una caratteristica che accomuna tutti gli album dei DKM, una peculiarità che rafforza il legame con la terra d'origine. In The Warrior's Code troviamo altre reinterpretazioni come The Auld Triangle, una poesia del poeta irlandese Brendan Behan ripresa anni fa anche dai Pogues e qui rifatta in un potentissimo anthem a rotta di collo sull'ascoltatore. Inoltre l'unica ballad presente, The Green Fields of  France, è un pezzo scritto dal cantautore australiano ma di origini scozzesi Eric Bogle, che ha come tema la drammaticità della guerra nelle riflessioni dell'autore stesso in visita ad un cimitero militare. Un testo profondo e toccante che i Murphys reinterpretano magistralmente grazie anche al cantato di Al Barr, davvero sopra le righe.
Sunshine Highway è il primo singolo estratto, una celtic-pop rock ballad dal ritornello molto catchy che sembra fatta apposta per cantare e ballare tra una pinta e l'altra, mentre l'ultima cover proposta è I'm Shipping Up to Boston, scritta da Woody Guthrie come tributo alla città portuale del Massachussets e rifatta dai Murphys nel loro stile punk folk, diventando uno dei pezzi più conosciuti della band, anche perchè inserita nella colonna sonora del film The Departed.
Il finale dell'album è affidato a Last Letter Home,ovvero la trasposizione in musica dell'ultima lettera che un soldato americano in Iraq scrive alla famiglia ed alla moglie pochi giorni prima del congedo, che però non vedrà mai perchè ucciso pochi giorni prima di tornare a casa. Essendo un grande fan dei Murphys ha chiesto alla band di suonare le cornamuse durante il suo funerale e con questa canzone viene dedicato un grande tributo alla sua memoria.
E proprio con Last Letter Home vorrei spendere due parole sulle lyrics dei DKM: profonde e toccanti nella loro semplicità e nel raccontare storie comuni, di amici, di vita, della loro Boston e renderle speciali per chiunque si avvicicini all'universo della band.
Hello there my dearest love
Today I write to you about our sons
The boys start school today
They're the spitting image of you in every way

Hey son it's Dad
I hope this letter finds you well out of harm's way
We saw the news today it frightened your Mom
Now all she does is pray

If I lead will you follow?
Will you follow if I lead?
 Hey Melissa it's me don't be afraid

I'm in good hands I'm gonna be home soon
It's time to watch the children grow up
I wanna be more than a voice on the phone

Thanks Ma I got your package today
I love "The Fields Of Athenry"
I swear I want 'em to play that song on the pipes
At my funeral when I die
 
I stand alone in the distance
And the foreground slowly moves
"We regret to inform you that on January 28th Sgt. Andrew
Farrar died while serving his country in the Al-Anbar province
of Iraq words cannot convey our sorrow"
When there's nothing on the horizon
You've got nothing left to prove

If I lead will you follow?
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lunedì 7 maggio 2012

August and Everything After Counting Crows (Geffen records 1993)












Nei primi anni Novanta i Counting Crows vengono gettati nella mischia del calderone rock mainstream grazie ai passaggi in heavy rotation del loro singolo Mr Jones, che diverrà la "One Hit Wonder" della band relegandoli a meteora di MTV senza tener conto delle grandi potenzialità di questo gruppo.
August and Everything After è il folgorante debutto di  musicisti semisconosciuti guidati da un istrionico personaggio che ha vagabondato per gran parte della sua esistenza per le strade d'America, innamorato della poesia di Dylan e Springsteen e, che grazie a quest'incontro, riesce finalmente a liberare le sue doti di cantante e songwriter.
Adam Duritz diventa il leader grazie alla sua voce malinconica, a metà tra Michael Stipe e Sting, che si aggrappa con le unghie alle raffinate melodie della sua band che, finalmente, riesce a riportare in classifica questo ibrido tra rock, blues e folk, ovvero le radici più pure della tradizione americana.
Ascolto dopo ascolto ci si affeziona alle storie raccontate lungo le undici tracce di questo album, storie semplici, storie di un paese immenso come l'America, che, con le sue metropoli( come San Francisco, cantata in Sullivan Street) spesso si dimentica di posti lontani e sperduti, dove però si continua a vivere, sognare e sperare.
Omaha, somewhere in middle America
Get right to the heart of matters.
It's the heart that matters more.
I think you better turn your ticket in
and get your money back at the door.

(Omaha)
Ed il sogno e la speranza magari sono proprio sopra un treno, che farà fuggire dalla provincia, per non invecchiare e morire di solitudine
 She buys a ticket cause it's cold were she comes from
she climbs aboard because she's scared of getting older in the snow
love is a ghost train rumbling through the darkness
hold on to me darling I got nowhere else to go

(Ghost Train)
e magari, un incontro inaspettato potrà riservare un grande amore, come nella migliore delle favole rock and roll.
 Anna Begins è una grande canzone che scava nelle profondità del dilemma amoroso, con i dubbi, i pensieri, le parole vane di chi consiglia dall'esterno (un amico...un'amica), ma alla fine è sempre il cuore a decidere cosa sia giusto o no, magari nel modo più irrazionale che ci sia. Ed è proprio l'incedere di questa canzone, con i suoi cambi d'accordo che fa dissipare le nubi che avvolgono il cuore della protagonista.
 It does not bother me to say this isn't love.
Because if you don't want to talk about it then it isn't love.
And I guess I'm gonna have to live with that.
But I'm sure there's something in a shade of grey,
Or something in between,
And I can always change my name
If that's what you mean.

La malinconia però è il sentimento che fa da padrone in gran parte dei pezzi di quest'album, come nella bellissima ma terribilmente amara Rain in Baltimore o nell'oblio di Perfect Blue Buildings, un luogo fantastico e sereno dove rifugiarsi dalla grigia monotonia di tutti i giorni.
It's 4:30 A.M. on a Tuesday.
It doesn't get much worse than this.
In beds in little rooms in buildings in the middle
of these lives which are completely meaningless,
help me stay awake, I'm fallin'...

Asleep in perfect blue buildings,

beside the green apple sea,
I wanna get me a little oblivion, baby,
and try to keep myself away from myself and me.

E poi c'è il singolo Mr Jones, croce e tormento dei CC, il loro pezzo più famoso, che però li ha imprigionati in un effimero successo: una grande canzone, melodica, ruffiana con quel suo "Sha-la-la-la" di  vanmorrisoniana memoria, ma che possiede tutte le qualità per superare la prova del tempo ed essere incastonata tra gli evergreen degli anni Novanta.
Un grande debutto che merita di essere ascoltato ed apprezzato, cosi come la successiva discografia dei Counting Crows: dischi che sono passati in secondo piano, ma che conservano le ottime qualità mostrate nel fantastico esordio di Duritz e soci.
www.countingcrows.com
 feathers in my hand-sito italiano sulla band









domenica 29 aprile 2012

Yield Pearl Jam (Sony Music 1998)












Avevamo lasciato i Pearl Jam con No Code , un album transitorio e molto eterogeneo che aveva diviso critica e fans, ma che poteva essere considerato la chiave di svolta per la loro carriera. Infatti con il successivo Yield la band di Seattle taglierà definitivamente i ponti con i cliches del "grunge" per abbracciare un ambito rock più ad ampio raggio, ma soprattutto ricreare un immagine di se stessi più matura, credibile e lontana dagli eccessi dei primi anni Novanta.
Se nel disco precedente vi erano evidenti tributi al "padre spirituale" Neil Young, qui i riferimenti agli anni Settanta si fanno più forti, specialmente con bands come Who (grande passione di Vedder) e Led Zeppelin ai quali i PJ cercano di avvicinarsi soprattutto nel sonwriting, dove tutta la band è impegnata nella stesura dei brani, un unione di forze dove non spicca nessuno in particolare, ma tutti danno il giusto contributo.
Sin dalla copertina si denota la voglia di fuga e di ampliare i propri (illimitati) orizzonti e la musica che ne esce ha un mood più oscuro e malinconico rispetto al passato. C'è un bisogno di introspezione e di ricerca interiore, in più di un occasione Vedder canta la sua voglia di rinascita lontano dalle luci della ribalta e dalle facili sirene del successo che lo hanno accompagnato  in questi ultimi frenetici anni.
'Cause I'll stop trying to make a difference
I'm not trying to make a difference
I'll stop trying to make a difference (No Way)

C'è sempre spazio per le scariche di adrenalina come in Do the Evolution o Brain of J, giusto per ricordarsi che McCready e Gossard sanno sempre scrivere grandi riff e la band quando vuole picchia duro, ma gli highlight del disco si trovano nei momenti più rilassati come nella ballad Wishlist, una cantilena costruita su due accordi in cui Vedder rende merito alla sua voce calda, Low Light e In Hiding dove, in quest ultima ricorre il tema della fuga dalla notorietà, evidentemente un peso davvero insopportabile per il cantante, quasi una morsa asfissiante e carica d'angoscia.
I swallowed my words to keep from lying
I swallowed my face just to keep from biting, I, I
I swallowed my breath and went deep, I was diving, I was diving
I surfaced and all around my being was enlightened
Now I'm in hiding 

I'm in hiding
I'm in hiding
Oh, I'm in hiding
I'm in hiding
I'm in hiding
I'm in hiding
I'm in hiding 

E se Given To Fly è stato criticato per la sua somiglianza con Going to California degli Zep, poco importa, perchè è un grandioso pezzo, forse il manifesto più limpido della voglia di libertà che i PJ cercano e che vogliono perseguire con questa nuova direzione musicale.
Ad ogni modo Yield è un disco che va assaporato lentamente, ascolto dopo ascolto per cercare di capirne le sfumature e le motivazioni che lo permeano: è il definitivo passaggio dall'adolescenza alla fase adulta per questa band che chiuderà cosi il suo primo decennio di carriera artistica ( il successivo Live on Two Legs ne sarà il sigillo) fatto da una rapida ascesa nell'Olimpo del rock e da una conseguente maturazione per rimanervi per non bruciare velocemente come molti altri hanno fatto in precedenza.
P.S.
C'è anche un pezzo d'Italia in questo album: MFC è stato composto proprio a Roma durante un viaggio di Vedder, in visita presso alcuni amici italiani. La sigla sta per Many Fast Cars e dovrebbe riferirsi al traffico caotico della capitale.....
www.pearljam.com
www.pearljamonline.it (sito ufficiale del fan club italiano)


 

giovedì 26 aprile 2012

No Code Pearl Jam (Sony Music 1996)












Dopo la triade "monolitica" di Ten-VS-Vitalogy i Pearl Jam sono sul tetto del mondo, eletti ad eroi della scena grunge, essendo ancora sopravvissuti alla pressione ed ai vizi da rockstar di Seattle nonostante estenuanti tour mondiali ed una fama  in crescita esponenziale.
Fortunatamente i Nostri decidono di prendersi una boccata d'ossigeno e messe da parte arene e stadi si buttano in svariati side project e collaborazioni che saranno un vero toccasana per gli anni a venire.
No Code è il primo album del dopo Seattle, dove, abbandonate le calde camicie di flanella, Eddie Vedder e soci spiccano il volo verso un rock più variegato  e ad ampio respiro, allargando i propri orizzonti e mettendo in pratica quello  che hanno assorbito dalle influenze esterne.
L'opener Sometimes suona come un tributo al "padrino" Neil Young con la sola voce di Eddie Vedder accompagnata da una chitarra acustica. Gli ormoni rock vengono però sfogati con la successiva Hail Hail, anche se siamo lontani dal Seattle Sound dei primi anni Novanta: è tutto più diretto e lineare,i suoni più scarni ma efficaci anche se, i Pearl Jam non hanno certo ammorbidito il loro suono; lo testimonia una punk song rabbiosa come Lukin, forse il pezzo più violento mai scritto dalla band o Red Mosquito, l'ennesimo tributo agli anni Settanta con un gran lavoro del duo Gossard-McCready alle chitarre.
Anche i testi si fanno più introspettivi ed ermetici, Vedder dimostra una spritualità ed una profondità d'animo in continuo crescendo: il disagio giovanile viene mitigato da una continua ricerca interiore
                                       ''seek my part/devote myself/my small self'    '(da Sometimes)
In Present Tense i respirà positività, lo stimolo di guardare sempre avanti e non rimanere succubi del passato e dei propri errori 
You can spend your time alone, redigesting past r                                                       You can spend your time alone, redigesting past regrets, oh...
Or you can come to terms and realize
You're the only one who can forgive yourself, oh yeah...
Makes much more sense to live in the present tense... 

Ma l'highlight del disco è ancora una ballata, quella Off He Goes giocata su pochi accordi semplici, ancora una volta il tributo a Neil Young è palese ed i riferimenti sono continui in tutta la sua malinconica melodia.
Ad ogni modo troviamo anche parecchie novità come Stone Gossard che canta in Mankind, una pop rock song diretta e ruffiana oppure l' armonica in Smile, elemento che porta i Pearl Jam ad abbracciare la tradizione musicale prettamente americana.
Molti fans all'epoca storsero il naso per questo cambio di direzione della loro band preferita, ma con il passare degli anni No Code è stato ampiamente rivalutato, considerato un perfetto disco di passaggio dagli anni del grunge a quelli della maturità artistica; una band che ha saputo sfruttare con intelligenza le proprie capacità artistiche sapendosi evolvere e riuscendo a far proprie le influenze accumulate da collaborazioni esterne.















www.pearljamonline.com  (sito del fan club ufficiale italiano dei PJ)

domenica 8 aprile 2012

In Concerto, A Cuor Contento Giovanni Lindo Ferretti ( Edizioni L'Espresso XL 2012)











Parlare di un personaggio pe(n)sante come Ferretti è sempre rischioso, vista la sua importanza nel panorama musicale italiano e viste le sue prese di posizioni che hanno da sempre dato addito a polemiche, nel bene o nel male.
 Da anni ha abbandonato la vita on the road, complice la malattia e quella voglia di estraniarsi da un mondo sempre più frenetico e superficiale, salvo qualche manciata di date ben mirate, dove rilegge i classici della sua carriera, che siano dei CCCP oppure dei CSI.
Il cd che questo mese allega il mensile XL è una raccolta di alcuni  momenti della tournè dello scorso anno che lo ha visto girare l' Italia insieme ai suoi vecchi amici Ustmamò Ezio Bonicelli e Luca A. Rossi e ci consegna un Ferretti davvero in gran forma, ma profondamente cambiato nel suo approccio live.
Le versioni sono volutamente scarne ed essenziali, accompagnate da chitarre minimali o dal violino di Bonicelli, lontane dalle scariche di watt a cui eravamo abituati quando il palco era condiviso con i compagni ( è il caso di dirlo) di una vita Zamboni-Canali. Ora il cantato di Ferretti è più profondo e meditativo, quasi ascetico, un lungo salmo che la dice lunga sul suo cambiamento interiore a cui ha fatto fronte in questi ultimi anni: alla frenesia ed all'urgenza del punk rock filosovietico da lui creato ora da spazio all'introspezione più pura, alla profondità della sua voce in un viaggio che lui stesso definisce musicaterapia.
Anche alcuni versi delle sue liriche sono volutamente cambiate e qui, i fans più puri, si divertiranno a scoprire cosa è rimasto e cosa invece è stato stravolto.
Si parte con Depressione Caspica, quasi un mantra tanto è lenta e profonda per passare alla versione "tango" di Amandoti fino ad Annarella, forse uno dei pezzi più amati dal pubblico. Il periodo CSI vede anche una versione semielettrica di Unita di Produzione, che spogliata dagli orpelli rumoristici a cui eravamo abituati a sentirla non perde il suo fascino.
Il finale affidato a M'importa una Sega è però quel cordone ombelicale che lo lega al suo irriverente passato da punkettone, perchè certe cose le si porta dentro ed a noi piace pensare di continuare a vedere Ferretti piantato sul palco che provoca il pubblico come faceva venticinque anni fa...Mi importa una sega, una sega assai/ma fatta bene che non si sa mai...
C'è chi punk lo fa per moda e c'è chi si porta dentro certe esperienze e non le lascerà mai. Grazie Giovanni per tutto!
www.facebook.com/giovannilindoferretti