mercoledì 2 gennaio 2013

Rage Against the Machine (Sony Records 1992)












Uno dei debutti più folgoranti della storia del rock, un disco che catapultò una band misconosciuta in vetta alle classifiche di mezzo mondo, trasformandola in portabandiera della rivolta politica e culturale che avvenne anni dopo.
Ma andiamo con ordine: siamo agli inizi degli Anni Novanta ed il fenomeno grunge sta per esplodere in tutto il mondo. Di conseguenza anche l'alternative rock viene estratto dai sottoboschi musicali per essere manipolato da MTV e venire dato in pasto alla cosiddetta "X  Generation".
Il mondo politico non vede gravi scossoni, si sta ancora riprendendo dalla definitiva caduta del comunismo pochi anni prima e dalla prima Guerra del Golfo di Bush senior. L'episodio che però scatena le folle e fa il giro del globo è il pestaggio da parte di alcuni poliziotti, a Los Angeles, di un ragazzo di colore, tale Rodney King, che viene massacrato, umiliato ed ucciso senza giustificata causa. Le immagini fanno il giro degli States e ben presto si scatena una rivolta che metterà a ferro e fuoco le maggiori metropoli americane con omicidi, furti, saccheggi ed inevitabili arresti.
Sembra strano ma tutta questa esplosione di rabbia viene rinchiusa nei pochi minuti di una canzone dal titolo Killing in the Name of ed il gruppo che la interpreta è sconosciuto ai più ed ha un nome curioso quanto diretto: Rage Against the Machine.
Il video in questione fa il giro delle emittenti televisive e , nonostante la censura per il linguaggio esplicito ( si conteranno almeno una ventina di "fuck") va in heavy rotation e per questa nuova realtà underground si apre la strada per il successo.
La band  è formata da un cantante di origini ispaniche, Zack de La Rocha, autore di quasi tutti i testi, veri trattati di rivolta e lotta politica, il chitarrista Tom Morello, poliedrico e sperimentatore di sonorità nuove, una sezione ritmica di fuoco con al basso Timmy G. e Brad Wilk dietro le pelli.
Detto questo si può partire ad analizzare questo folgorante debut che vede un "crossover" di stili che va dai Led Zeppelin all'hardcore militante di Minor Threat e Fugazi per passare alla dialettica hip hop di Public Enemy e Run DMC.
L'opener Bombtrack è una killer song ( tra l'altro il giro iniziale di basso, qui come in altre canzoni mi ricorda vagamente le colonne sonore di alcuni "poliziotteschi" italiani degli Anni Settanta), cosi come Bullet in the Head, schierata denuncia riguardante il possesso delle armi in America e, della facilità con cui si continua ad usarle.
I give a shout out to the living dead
Who stood and watched as the feds cold centralized
So serene on the screen
You were mesmerised
Cellular phones soundin' a death tone
Corporations cold
Turn ya to stone before ya realise
They load the clip in omnicolour
Said they pack the 9, they fire it at prime time
Sleeping gas, every home was like Alcatraz
And mutha fuckas lost their minds

L'oscura Settle for Nothing è un'amara riflessione sulle condizione carcerarie amerciane, mentre Take the Power Back è il manifesto del pensiero della band, una presa di coscienza politica e sociale che vuole riportare il potere alle masse e gettare luce sulle minoranze, troppe, che si accalcano nei ghetti delle metropoli.
So called facts are fraud
They want us to allege and pledge
And bow down to their God
Lost the culture, the culture lost
Spun our minds and through time
Ignorance has taken over
Yo, we gotta take the power back!
Bam! Here's the plan
Motherfuck Uncle Sam
Step back, I know who I am
Raise up your ear, I'll drop the style and clear
It's the beats and the lyrics they fear
The rage is relentless
We need a movement with a quickness
You are the witness of change
And to counteract
We gotta take the power back

Yeah, we gotta take the power back
Come on, come on!
We gotta take the power back

 Il tiro che ha ogni singolo pezzo è formidabile: tecnica innovativa, soprattutto da parte di Morello che usa la sua chitarra in maniera straordinaria, riuscendo a tirar fuori incredibili. All'epoca venne paragonato ad Hendrix per la capacità di utilizzare suoni mai sentiti prima ed essere precursore nel suo genere, proprio come lo fu il chitarrista di  Seattle.
Anche la sezione ritmica non è da meno: il basso di Timmy C. non fa solo da cuscino tra batteria e chitarre, ma crea vere e proprie melodie che spesso fungono da intro per dare più enfasi alle canzoni. Brad Wilk invece è batterista dinamico e con un formidabile senso del ritmo, capace di coniugare perfettamente più stili, dall'hard rock classico fino a quelli più sincopati del funky o dell'hip pop.
Ed infine  Zack de la Rocha, Moderno "Che Guevara" che sputa veleno nel suo microfono e si scaglia apertamente contro il sistema a difesa di un ideale barricadero che negli anni a venire gli porterà svariate denunce ed arresti.
Dopo il successo di questo debutto i RATM proseguirono al loro carriera con altri tre dischi, senza ottenere quel responso di massa che ebbero con Killing in the name of, anche se portarono avanti le loro battaglie con tutti i mezzi a disposizione.
Aldilà del pensiero politico( che per chi lo seguì è stato un punto di svolta non indifferente), quello che rimane è un grande album, una colonna portante degli Anni Novanta, l'ennesimo tassello, fondamentale per capire il crossover che poi scaturì nel decennio successivo.
WWW.RATM.COM
www.myspace.com/ratm
https://www.facebook.com/RATM?rf=104073202962718
spotify:album:4Io5vWtmV1rFj4yirKb4y4



sabato 29 dicembre 2012

Mrs Love Revolution MojoFilter (Club de Musique Records 2011)












Ecco una piccola, ma estremamente interessante realtà che si affaccia nel panorama underground italiano: MojoFilter.
La band bergamasca è attiva da diversi anni, macinando concerti su concerti su e giù per la penisola e dopo un Ep autoprodotto ( The Spell), ha licenziato il suo primo full lenght dal titolo Mrs Love Revolution.
A partire dalla meravigliosa cover, l'album in questione è davvero bello e magistralmente prodotto ed all'interno di ogni pezzo, le sonorità sono ben bilanciate per far si che si possano carpire tutte le sfumature del caso.
Ma veniamo al sodo: i Mojofilter suonano, pensano, vivono l'atmosfera degli Anni Settanta a 360 gradi.
Ascoltare questo album è come finire in una macchina del tempo con il timer puntato al 1972 e ritrovarsi catapultati tra free festival, viaggi lisergici, l'incubo del Vietnam dietro l'angolo e Jimi Hendrix che bruciava la sua Fender qualche anno prima sul palco di Woodstock.
Proprio al istrionico chitarrista di colore si rifà l'opener Just Like a Soldier, cosi come nel susseguirsi di ascolti troviamo riferimenti ai Creedence (The River) al primo hard rock di Free ed Alice Cooper ( Lick me Up), agli Stones ( Liar e Ragged Companion) fino alllo sgangherato country americano di Las Vegas.
Ma non pensate che i pezzi presenti in questo disco siano meri esercizi di stile: le composizioni sono accattivanti e brillano di luce propria, tanto che l'impronta MojoFilter è fermamente impressa come un marchio di fabbrica.
Ma perchè quindi comprare un album come questo? Perchè fa stare dannatamente bene! Lo si mette in macchina e non lo si vorrebbe mai più togliere dallo stereo; perchè si muove in territori sicuri, lontani da mode e trend, ma è animato da pura passione e straordinaria tecnica.
Il mio consiglio è di cercare di vedere la band dal vivo, vere e proprie macchine da palco e poi, avvicinarsi al loro banchetto del merchandising e acquistare senza indugi questo cd!
P.S.
Un appello ai MojoFilter...ma un edizione in vinile? Con un artwork cosi è un suicidio non concepire l'edizione per i nostalgici del caro e vecchio disco!
www.mojofilter.it
https://www.facebook.com/mojofilter.rock?fref=ts










sabato 22 dicembre 2012

Drugs, God and the New Republic Warrior Soul (Geffen Records1991)












Che cos'è una cult band? Si definisce tale una band che durante la propria carriera ha proposto musica innovativa ed originale, raccogliendo ottime recensioni dagli addetti ai lavori e creandosi una buona reputazione grazie al continuo passaparola dei fans, ma che , nonostante tutto rimane sempre relegata ai margini del business discografico, per raccogliere poi, a distanza di anni, i meritati frutti del lavoro svolto.
Si può definire tale la band capitanata da Kory Clarke, istrionico leader di una delle migliori realtà degli Anni Novanta? A mio avviso si, dato che all'epoca i Warrior Soul licenziarono un buon filotto di album che fecero splendere la loro meteora per almeno un lustro.
Drugs, God and the New Republic è il  secondo lavoro, che permise loro di fare un notevole salto di qualità grazie ad un sound potente e melodico, a metà tra lo street metal ed il punk americano, con i testi di Kory sempre molto attenti al contesto sociali e carichi di rabbia al vetriolo.
Sin dall' intro strumentale si nota subito l'originalità di una band davvero fuori dagli schemi, un suono carico di chitarre ma allo stesso tempo ipnotico ed ammaliante che deflagra nella cover dei Joy Division, Interzone.
Anche qui una mosca bianca nel panorama musicale dell'epoca, dato che la band di Ian Curtis non era ancora cosi idolatrata come in questo ultimo decennio, ma la versione di Kory Clarke e soci la rende aggressiva ed anarchica, un vero e proprio anthem a metà tra il punk ed il metal.
La title track affonda i denti in sonorità che si sarebbero affermate qualche anno dopo a qualche centinaio di chilometri da New York. Sto parlando di Seattle e del movimento grunge, visto che sia il cantatato che la musica dei Warrior Soul è fortemente accostabile ai lavori degli Alice in Chains prima maniera, anche se in un formato più aggressivo. La critica coniò un termine per etichettare la loro musica, definendola "acid punk", ma i punti di contatto con la Seattle scene sono davvero tanti, basti ascoltare la successiva Jump for Joy per capire quanto fossero avanti i Warrior Soul.
Il lato più metal viene fuori nel singolo The Wasteland, sostenuto da un ottimo riff di John Ricco, un ottimo ed originale chitarrista, a mio avviso molto sottovalutato all'epoca, che pagò il dazio di trovarsi al crocevia tra il declino dei guitar heroes anni Ottanta e la nuova voglia di ribellione punk rock dei Novanta.
Proprio Wasteland contiene liriche manifesto del Warrior Soul-pensiero ovvero un incendiario atto di anarchica rivolta su di uno scenario di degrado urbano.
I can't live unless I'm free you've gotta run to stay with me
I move from town to town I'm livin' on the underground
hey baby come with me I meet a lot of good company
to beat the system move around it's the only way to freedom today
find the freedom today if I make bail tell you where I go
gonna cross the border into mexico tequila's cheap as sunshine
wind up bangin' everything in sight I'm free and that's a fact
once I leave I ain't never comin' back
I'm in the wasteland

Il disco prosegue con altre due gemme come Children of The Winter, un intenso ed emozionante pezzo metal che vede Ricco sugli scudi e Kory Clarke intonare un liberatorio inno di speranza e di lotta, forse uno ei migliori testi di questo album
this fight's for you and me in the land of the free
the rock minority against hypocrisy
they crucify our words but they don't understand
we wan't a better world and a share of our land
they point at us but we're their children
we fight because they thaught us to be free
the land where our fathers died the land of the pilgrims pride
forced us to decide if we stand or if we hide
belive in me we'll fight forever
until we're free
we'll fight together oh , ya come on down
children of the winter walk into the springtime
the fathers fought a revolution a fight for what we belive in
our rights sown there's no confusion
I don't need to be forgiven to be forgiven
the land where our fathers died the land of the pilgrims pride
my hatred I can't hide I'll kill before they take my rights
come walk with me we'll go to heaven
the world will be our dream toghter
come take my hand rejoice forever
the promised land if we remember
children of the winter
walk into the springtime 

e la successiva Hero, una power ballad che riporta i Warrior Soul nei territori hard rock più classici, ma che regala una delle più belle songs del loro repertorio e, soprattutto degli Anni Novanta.
Con questo album inizia il grande salto della band che la vedrà  realizzare altri due dischi per poi sciogliersi e rinascere sotto altri monicker. Questo è un ottimo punto di inizio per scoprire tutta la discografia di questo gruppo e conoscere il mondo musicale di Kory Clarke, sicuramente un personaggio di culto che, a suo modo, ha lasciato il segno nel panorama rock/metal dei Nineties.
www.myspace.com/warriorsoulinfo
www.facebook.com/warriorsoulofficial
spotify:album:6iWO2KFTBp9T7mtsLucHmn




lunedì 10 dicembre 2012

Underwater The Leeches (Tre Accordi Records 2012)












A.D. 2012..ovvero il ritorno del "fat rock"!!!! Underwater è l'ennesima fatica dei comaschi Leeches, una delle migliori realtà italiche, tanto che i loro innumerevoli ed infuocati live li hanno portati ad aprire per Bad Religion, NOFX, Adolescents e CJ Ramone. Proprio da questo ultimo tour è nata la collaborazione con Daniel Rey, ovvero il quinto "Ramone", la mente che ha prodotto pezzi storici come Pet Sematary o Poison Heart. Il vecchio producer dei Ramones ha deciso di collaborare con i Leeches e mettere mano  ai suoni di questo nuovo lavoro...e si sente!!! Il disco suona perfetto come non mai e scivola via perfetto nella sua mezz'ora abbondante, tanto da far venir voglia di rimettere la puntina da capo e farlo ricominciare di nuovo.
Ovviamente lo zampino di Rey è solo la ciliegina su una squisita torta ( e con i Leeches non si può fare a meno di parlare di cibo!!!) che i boys from Como hanno confezionato regalandoci una manciata di punk rock songs veloci, tirate e dannatamente melodiche che non possono che conquistare la presa dopo un paio di ascolti.
Il singolo Piranha Boys o l'iniziale I'm Everything to Me sono il giusto connubio tra i  Ramones (ancora loro..ebbene si!!) e l'hardcore californiano degli Anni Novanta mentre le anthemiche Feeling Allright Tonight e Vanilla Coke sono ideali per il macello sotto palco.
A conclusione del disco sono poste un insolita cover dei Blue Oyster Cult, Me-262, rifatta in una versione punk ma che mantiene quell' aurea "misteriosa" della band madre e Into the Storm che inizia con un atipico arpeggio acustico nella prima parte per poi deflagrare in veloci schitarrate nella sua conclusione.
Tirando le somme, Underwater nulla aggiunge e nulla toglie alla discografia della band, se non un altra occasione per ribadire che l'appellativo di "migliore punk band italiana" calza a pennello sulla testa dei quattro rockers comaschi  e l'unico rammarico è che se fossero provenienti da qualche sobborgo di Orange County ora sarebbero ben più famosi!
www.myspace.com/leechesfatrock
www.facebook.com/LEECHES

domenica 25 novembre 2012

Silver Age Bob Mould (Merge Records 2012)












Domanda: si può essere incazzati e punk a cinquanta e passa anni suonati? Ascoltando il ritorno discografico di Bob Mould  la risposta è si, eccome!!!!
Silver Age è l'ultima fatica di una delle icone punk rock per eccellenza, leader dei seminali Husker Du (non li conoscete? andate ad ascoltarvi Zen Arcade!) e poi di quel gioiellino pop-rock dei Sugar, band che ebbe un discreto successo nei circuiti alternativi negli anni Novanta.
Ed ora rieccolo in pista, a contemplare la sua "Silver Age", ovvero quella mezza età che lo vede ancora irrequieto ma riflessivo allo stesso tempo, ma soprattutto capace di scrivere tre quarti d'ora di ottima musica e di proporre una miscela di power pop che lascia stupefatti!
Il terzetto iniziale Star Machine/Silver Age/The Descent è un biglietto da visita al fulmicotone, dolci caramelle pop rivestite da una ruvida corazza di chitarre, basso e batteria.
Bob Mould riprende la lezione di storia dei suoi Husker Du e la tramanda alle nuove generazioni  addolcendola con  i suoni della generazione rock attuale: Foo Fighters, Green Day e Bad  Religion in primis, con la benedizione proprio di Dave Grohl che ha sempre speso grandi elogi per questo cinquantenne punk rocker!.
La ballata elettrica Steam of Hercules è un punto di rottura e serve per prendere fiato per poi ributtarsi a capofitto nella seconda metà del disco dove la doppietta finale Keep Believing (altro omaggio ai Foo Fighters) e First Time Joy ci danno il commiato lasciandoci la soddisfazione addosso e la voglia di pigiare un altra volta il tasto play per ricominciare da capo.
Non è un album che salverà le sorti del rock and roll, ma fa stare bene: è fresco, è veloce ed è dannatamente ruffiano ma senza mai cadere nel banale, ovvero una ricetta che solo i grandi rocker possono  saper miscelare.
Se Silver Age sta per mezza età e capelli brizzolati, io aggiungerei anche "ArgentoVivo" dato che il buon Bob Mould sembra davvero avercelo addosso e la frase "Never Too Old to Contain My Rage", contenuta proprio nella titletrack, sembra davvero esserne il manifesto più lampante.
www.bobmould.com
www.facebook.com/bobmouldmusic

lunedì 5 novembre 2012

Streetcore Joe Strummer (Hellcat Records 2003)












"SOMEWHERE IN MY SOUL, THERE ALWAYS  ROCK AND ROLL"
Quando nei primi anni del nuovo secolo, uno ad uno se ne andarono 3/4 della formazione dei Ramones, lo sconforto tra i fans (me in primis) fu profondo, ma fu anche accolto come un "beh prima o poi doveva succedere" viste le precarie condizioni di salute dei "Brodders". Ma all'annuncio dell'improvvisa morte di Joe Strummer, il 22 dicembre 2002, la comunità di fans rimase scioccata, dato che l'ex frontman dei Clash era in piena attività, sia compositiva sia dal punto di vista live, con la sua  rodata backing band, i Mescaleros.
Il disco che sto per recensire lo si può definire postumo a tutti gli effetti, visto che uscì un anno dopo la sua morte, per volere della sua band che finì di suonare e registrare i demo in fase embrionale delle canzoni qui presenti.
In molti storcerono il naso, ma analizzando più a fondo i contenuti di questo album affiorano le idee e la forte personalità di un instancabile musicista, sempre pronto a mettere in gioco la sua arte e la sua infinita passione.
Strummer ha sempre avuto una visione a 360 gradi riguardo la musica, non ponendosi mai limiti o barriere di genere, ma lasciandosi trasportare dalle emozioni che gli davano musicisti ed artisti dai luoghi più disparati del globo: il messaggio di Streetcore è chiaro, riportare la musica alla sua forma più pura e sincera, partendo proprio dalla strada, dal viaggio, dai ricordi e dalle conoscenze che si possono fare quando si passa la vita on the road, salendo e scendendo da un palco all altro, che sia quello del Madison Square Garden oppure quello di un anonimo pub della periferia inglese.
Nei quaranta minuti di questo testamento sonoro c'è davvero tanta carne al fuoco, dall'attacco inziale di Coma Girl, con il suo rock and roll garage minimale fino alle divagazioni rocksteady di Get Down Moses, dove lo spirito combat e barricadero che ha sempre contraddistinto Strummer esce prepotentemente.
Lying in a dream, cross battle field,
Crashing on a downtown strip,
Looking in the eyes of the diamonds and the spies and the hip
Who's sponsoring the crack ghetto?
Who's lecturing? Who's in the know and in the don't know?
You better take the walls of Jericho

Put your lips together and blow
Goin' to the very top
Where the truth crystallizes like jewels, in the rock, in the rock
Get Down Moses - from the eagle's aerie

We gotta to make new friends out of old enemies
Get Down Moses - back in Tennessee
Get Down Moses - down with the dreads
They got a lotta reasoning in a dreadhead
Get Down Moses - down in the street
Get Down Moses

 Sulle note di Long Shadows aleggia l'ombra di Johnny Cash ed infatti la leggenda vuole che questo pezzo sia stato composto per essere cantato insieme a lui, ma purtroppo il destino, ancora una volta beffardo non ha mai fatto incontrare i due per questa session.
Una bellissima ballad in stile American Roots, dall' aria polverosa e vagabonda fatta per percorrere le strade d'America e dare voce a tutti gli arrabbiati
 I hear punks talk of anarchy – I hear hobos on the railroads
I hear mutterings on the chain gangs
It’s those men who build the roads

Anche la successiva Arms Aloft è destinata a lasciare il segno, grazie alle sonorità più rock oriented, tanto da essere coverizzata negli anni a seguire dai Pearl Jam e chissa, forse nei progetti di  Joe Strummer, ci sarebbe stata anche una collaborazione con loro. Ancora una volta il destino con cui fare i conti....
L'etereo dub di Ramshackle Day Parade, con le sue aperture corali ci porta alla prima delle due cover inserite in questo album, quella Redemption Song che fu la celebrazione massima di Bob Marley, qui è omaggiata dalla voce calda e dall'accento cockney di Strummer in una versione che lascia gli occhi gonfi di lacrime tanta è l'intensità di questo pezzo.
La seconda cover è posta in chiusura, Silver and Gold, ma conosciuta come Before I Grow Too Old di Bobby Charles ed è l'ennesimo sberleffo del destino, poichè vengono citati sogni e buoni propositi da fare prima di invecchiare...ma Joe non ne ha avuto modo e non ne avrebbe avuto nemmeno tempo vista la sua frenetica e costante attività di musicista, scrittore, dj, oratore e organizzatore di eventi come Strummerville, una Woodstock in miniatura dedicata all'impegno sociale e al promuovere band emergenti.
Un album quindi che ha molto da dare, forse la migliore uscita da quando Strummer pose fine ai Clash trovando il giusto equilibrio con la sua nuova creatura, i Mescaleros. ed ancora una volta è il caso di dirlo...maledetto destino!
Strummerville
RadioClash. Portale Italiano sui Clash e Joe Strummer


giovedì 1 novembre 2012

Il Giorno del Sole Negazione (Edizioni Shake 2012)

 "DOVUNQUE TU SIA, OVUNQUE IO VADA, SAREMO SEMPRE UNICI"
Nei ricordi di chi, come me , ormai si avvicina agli 'Anta, c'è di continuo un concerto: Il Monsters of Rock, festival che si tenne nel 1991 a Modena e che annoverava nomi del calibro dei Metallica (freschi di Black Album), AC/DC (headliner della serata, reduci da Donington), Queensryche, Black Crowes ed in apertura una band italiana, i Negazione, che con il mondo hard rock/heavy metal c'entrava davvero poco, ma quel pomeriggio ottenne il riconoscimento da parte della massa, degli sforzi fatti nella loro, fin li, decennale carriera, che guarda caso finì proprio dopo quel bagno di folla.
I Negazione, da Torino, ricoprono un ruolo fondamentale nella mia crescita musicale e personale ed è con sommo piacere che accolgo questa uscita postuma, edita dalla Shake, che vede celebrare la band con il cd contenente il loro capolavoro Lo Spirito Continua, il primo EP Condannati a Morte nel Vostro Quieto Vivere, più la traccia Il Giorno del Sole, che da poi il titolo all'uscita in questione. Il tutto corredato da un libretto contenente pensieri, riflessioni, parole dei tre componenti storici, Marco, Zazzo e Tax che rivolgono le emozioni impresse di quei fantastici anni, compresi tra il 1984 ed il 1988, ad Elia, il figlio di Fabrizio Fiegl, il batterista (ne cambiarono tanti..ma lui rimase Il Batterista dei Negazione) scomparso l'anno scorso.
Giuro che mi sono emozionato nel leggere queste pagine fatte di racconti, aneddoti, ricordi, "una collezione di attimi per le sensazioni più belle", tanto per citare i diretti interessati , che vanno a ripercorrere anni lontani, in cui si attraversava l'Italia e l' Europa in furgone oppure in Interrail. Pochi soldi, gettoni del telefono, volantini fotocopiati e cassette registrate. Sembra preistoria a cospetto del "tutto e subito" della generazione attuale, ma i Negazione sono stati pionieri in questo: i primi ad affrontare un vero e proprio tour europeo, i primi ad andare a registrare all'estero, in Olanda, un paese avanti come mezzi e mentalità rispetto all'Italietta degli Anni Ottanta, i primi a vivere in maniera professionale la propria passione, dando un bello scossone al movimento hardcore tricolore e non.
 E poi, last but not least, la musica, le parole, emozioni forti, fortissime che hanno lasciato un impronta indelebile in tanti. I testi di Zazzo erano in bilico tra la sovversiva disobbedienza civile e la poesia malinconica di chi, getta uno sguardo alla giungla metropolitana, ma non smette mai di guardarsi dentro.
Lo Spirito Continua èil loro manifesto: una dichiarazione di intenti, un invito ad andare avanti senza mai vendere se stessi ai compromessi della vita

Lo spirito continua....
...continua...lo spirito...
dietro lamenti melodiosi
risuona la voce di un vecchio
a raccontare il senso di una vita
collezione di attimi
per le sensazioni piu` belle
ma lo spirito continua!
Leggo di me negli occhi di gente sconosciuta
leggo di me in loro
e non sono ostili
Ma il ricordo puo` uccidere il bisogno...
...non ho paura di quel rumore
c'e` un lampo nei tuoi occhi
che non potro` mai spiegarti
mentre ti alzi e te ne vai
guardo verso una parola lontana...
...Il gioco di immagini e` riuscito
esplode una risata sensuale...
Io sorrido sopra il mio odio
scoprendomi dentro un amore spesso negato
scopro te nel mio corpo
non voglio ucciderti
Devi solo imparare a conoscermi
io faro` lo stesso
e forse allora anche la ferita
fara` meno male
lo spirito continua
potremo davvero essere vecchi e forti.

Citando di nuovo una loro canzone, loro bruciavano di vita e quella fiamma che hanno tenuta accesa per anni lascia ancora un bagliore intenso nei ricordi di vecchi fans, amici, di chi li ha conosciuti e di chi ha fatto proprie le loro canzoni, schegge di hardcore veloce e compatto, ma con una ben marcata impronta melodica che si faceva largo tra le urla di Zazzo e i riff serrati di Tax.
Un ottima uscita per coloro che sono cresciuti con i loro album e si ritroveranno ancora una volta a pensare e commuoversi magari leggendo tra le pagine del libro allegato, ma anche un modo per avvicinare le generazioni più giovani ad una band che è stata l'apice della scena hardcore italiana degli Anni Ottanta che ha saputo muoversi in un Paese che era ancora troppo indietro rispetto all'Europa: lucidi guerrieri pronti a vendicare la vita, ribelli al nostro destino, piccola minaccia in un tempo sbagliato