domenica 6 marzo 2016

Black Sabbath Black Sabbath ( Vertigo Records 1970)













Birmingham, Inghilterra, fine anni Sessanta, nel circuito dei locali rock della zona si nota una band, gli Earth, devota al blues ed al rock and roll dell'epoca che si sta facendo strada tra le decine di musicisti locali. Hanno buona tecnica e suonano in ogni buco, ma serve qualcosa per emergere dall'anonimato e dalla miseria di una città industriale che si sta rimettendo in piedi dopo gli sfaceli della Guerra. La sfortuna si abbatte sul loro chitarrista, Anthony "Tommy" Iommi, che perde due falangi in un incidente di lavoro e deve rivoluzionare il suo modo di suonare lo strumento, portandolo a sperimentare nuove sonorità che si riveleranno un intuizione geniale per il futuro della band. Cosi come l'interesse per l'occulto, l'esoterismo e gli horror movie da parte del bassista, Terence "Geezer" Butler che darà una svolta all'immagine, ai testi ed al nome della band stessa che deciderà di chiamarsi Black Sabbath, in onore di un vecchio film di Boris Karloff. La ciliegina sulla torta viene dal cantante, John Michael Osborne, detto Ozzy, folle e dedito al consumo smodato di alcolici, ma con un carisma unico sulle assi del palcoscenico.
Con queste premesse si affaccia sul mercato nel 1970 il primo album, omonimo, con una copertina inquietante che lascia presagire i contenuti malevoli e cupi del disco: una Madonna Nera che si staglia nella brughiera inglese, un immagine offuscata che fa da preludio alla prima canzone, Black Sabbath appunto, aperta da campane a morto, lo scrosciare della pioggia e da suoni sinistri: da questo momento nulla sarà più come prima!!
Dalla titletrack ( che parla di una messa nera) a N.I.B (Nativity In Black) ci sono riferimenti continui al Diavolo ed alle sue manifestazioni, ma sono i suoni che cambiano completamente rispetto al passato complici anche le tonalità di chitarra ribassate e la voce allucinata di Ozzy Osbourne, vero sciamano in preda ad un trip lisergico.
Il passato blues è ancora forte come in The Wizard o Evil Woman, ma è l'ultimo legame che i Sabbath avranno con la loro precedente incarnazione. ormai il sasso è stato gettato nello stagno e si è creato il flusso giusto che li porterà ad incidere il secondo album, Paranoid ed entrare nella leggenda.
Sicuramente questo non è il capolavoro dei Sabbath, anzi  ci sono ancora angoli da smussare ed una personalità da costruire al cento per cento, ma è il punto di partenza di una carriera che dura da oltre quarant'anni ed ha dato vita al movimento metal ed al suo immaginario legato al soprannaturale ed all'occultismo, cosi come ai suoi sottogeneri, il doom metal su tutti, caratterizzato da suoni lenti, cupi e scarni come vuole la titletrack che apre questo disco.
Da riscoprire ed adorare!!
Black Sabbath Official Page
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domenica 21 febbraio 2016

Uncle Anesthesia Screaming Trees (Epic Records 1991)













Non è la prima volta che gli Screaming  Trees compaiono in questo Blog  , un piccolo e devoto omaggio ad una delle band tanto influenti quanto sottovalutate del panorama alternative degli Anni Novanta.
All'epoca la band di Washington era una delle tante promesse che agitavano il sottosuolo americano, una lunga gavetta che ha attraversato gli Eighties sotto la guida di Greg Ginn ( ex Black Flag) e della sua label indipendente SST, ma il salto di qualità, se cosi si può chiamare,  coincide con la firma di un contratto discografico con la Epic Records, attenta ai forti cambiamenti musicali di quei anni ed alla collaborazione con Chris Cornell, che prenderà la band sotto la sua ala protettrice e plasmerà il sound degli anni a venire, rendendolo più oscuro e crepuscolare, in linea con l'impennata grunge del momento, ma soprattutto, valorizzerà la voce calda ed intensa di Mark Lanegan più a suo agio con queste nuove sonorità cupe e malinconiche.
Uncle Anesthesia è il primo tassello della trilogia "grunge" degli Screaming Trees, anche se è davvero riduttivo affibiare loro questa etichetta per descrivere la loro musica. C'e ancora tanto garage, c'è psichedelia e un pizzico di hard rock: un suono ancora acerbo, sintomo di un evoluzione che ancora si deve compiere, ma che appare irreversibile.
Beyond The Horizon, Bed of Roses, la stessa titletrack ed Ocean of Confusion sono un fulgido esempio di chitarre graffianti,ma sempre melodiche, malinconiche e sognanti, con la calda ugola di Lanegan, allenata con anni di stravizi ed eccessi, che finalmente ha trovato il giusto suono in cui esaltarsi ed essere apprezzata in pieno.
La linearità è un altra caratteristica di questo album: non ci sono canzoni che si ergono sopra le altre, singoli  che ammazzano le classifiche ( ecco perchè divennero seconde linee al cospetto di Pearl Jam o Alice In Chains), ma è tutto il contesto che fila via bene ed ascolto dopo ascolto ognuno troverà il momento preferito su cui esaltarsi, che sia una strofa, un ritornello o semplicemente la linea melodica delle chitarre. Nello specifico ci sarebbe da citare comunque la cupezza di Alice Said, personaggio che compare anche nella visionaria copertina ed omaggiato dal Cappellaio Matto Lanegan in un caleidoscopio di ombre e scure tinteggiature che trovano il giusto sfogo in Disappearing, danza macabra con un tocco mariachi, dato dalle trombe in sottofondo.
In Time for Light invece gli Screaming Trees si ricordano che fino a poco tempo prima erano pur sempre una band del rooster di Greg Ginn e non lesinano a picchiare duro nel pezzo più incazzoso di tutto il disco.
La giusta consacrazione dovrà comunque ancora venire, tempo al tempo, ma Uncle Anesthesia rimane un ottimo disco di transizione dal garage indie della prima parte della carriera al grunge più adulto di Sweet Oblivion fino ad arrivare al crepuscolo polveroso di Dust, ottimi vestiti confezionati su misura per la voce meravigliosa di Mark Lanegan.

On a day so long ago, now no one can remember

There's a change this too will pass and vanish in the haze

This is moving too far under the skin of your sightOcean of confusion took me back to the end of the night


www.screamingtrees.net
Spotify-Uncle Anesthesia



domenica 14 febbraio 2016

Mommy's Little Monster Social Distorsion ( 13th Floor Records 1983/ reissued Triple X Records 1989/Time Bomb Records 1995)













Primi Anni Ottanta, Orange County, Los Angeles, migliaia di ragazzini invadono le strade carichi di rabbia e disagio che fanno sfociare nel nichilismo più assoluto e nell'indole "natural born losers" tipica del punk rock, fenomeno musicale ed etico che da qualche anno sta sconvolgendo Europa e Stati Uniti. Tra le centinaia di bands che si formano e si sciolgono nei garage della California, ecco fare capolino i Social Distorsion, nome originale quanto il loro sound, grezzo e teso tanto quanto melodico e romantico. Una mosca bianca in quei giorni lontani, dove se il trend era essere veloci ed incazzati come i Black Flag, il loro giovane leader Mike Ness guarda ancora ai Clash, Johnny Thunders e alla decadenza rock and roll dei Rolling Stones.
Dopo qualche singolo e i concerti di rodaggio ecco il primo album: Mommy's Little Monsters, ovvero l'inizio del culto e della leggenda dei Social Distorsion.
I suoni sono ancora grezzi e la voce di Ness acerba, ma quello stile che li ha resi unici per oltre trent'anni è già ben delineato,con quelle linee melodiche sempre azzeccate, ma la tensione nervosa delle chitarre che non abbassa  la guardia. Cosi come i testi e l'attitudine stradaiola, sincera e mai forzata, tipica di chi ha sempre dovuto fare i conti con il disagio e la vita più dura, ma non ha mai smesso di sognare e sperare in qualcosa di buono.
Il primo album contiene già dei classici come la title track o Another State of Mind, canzoni che ogni rocker che si rispetti conosce a memoria e che sono oramai insostituibili nelle scalette dei concerti dei Social D. I testi non lasciano spazio alle interpretazioni e sono diretti e crudi,
Mommy's little monster dropped out of school,
Mommy's little monster broke all the rules.
He loves to go out drinking with the boys,
He loves to go out and make some noise.
He doesn't wanna be a doctor or a lawyer get fat rich.
He's 20 years old he quit his job,
Unemployment pays his rent!

Con Telling Them, altro highlights del disco Ness sputa tutta la sua rabbia contro le regole della società, imposte da genitori, scuola o legge. Un pezzo che lui stesso ha sempre definito "antiestablishment song" e leggendo tra le righe non gli si può certo dare torto.
Well I love the sound when I smash the glass,
If I get caught they're gonna kick my ass.
My mommy's worried about the way I drink,
My daddy can't figure out the way I think.
They wake me up, tell me, "to get to work,"
I slam the door, say, "shut up you jerk."
I can't wait 'til the show tonight,
When I'm with my friends every things alright..

Il lato hardcore dell'album è rappresentato da pezzi come The Creeps, Hour of Darkness ( che tratta della dipendenza dall' eroina, piaga che ha accompagnato i SD per molti  anni) o Anti Fashion, schegge che corrono via veloci ed intendono male come vetri rotti,
Con il passare degli anni Mike Ness aguzzerà il songwriting e darà più importanza al suo lato romantico, da meraviglioso perdente, ma in Mommy's Little Monster non abbassa il tiro e forse questo è il motivo per cui i die hard fans della band lo considerano il capitolo migliore della discografia. Sicuramente è il disco più diretto e graffiante, una bomba gettata nelle strade che al momento giusto è esplosa e ha portato i Social Distorsion tra le cult band del punk californiano resistendo negli anni nonostante dipendenze, morti drammatiche e l'oblio della prigione.
Social Distorsion Official Site
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Social Distorsion Italia
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domenica 24 gennaio 2016

Shock Troops Cock Sparrer ( Razor Records 1982/ reissue on vinyl Taang Records 2001/Captain Oi Records 2013)













La storia ci insegna che ci sono dischi che sono immortali, superano il peso dei decenni grazie a canzoni famose che tracciano un solco talmente profondo che sarà impossibile cancellare. E poi ci sono dischi altrettanto belli, che per svariati motivi non hanno mai raccolto il consenso dovuto e sono rimasti nella nicchia, adorati da pochi fedeli e che, forse, il tempo riabiliterà tributando loro il giusto successo.
Shock Troops è il primo album degli inglesi Cock Sparrer, band attiva da anni, ma che fa uscire il proprio debut nel 1982, anni dopo l'ondata punk che travolse il Regno Unito nel 1977.
I cinque provengono dalla periferia di Londra e si son fatti le ossa nel circuito dei pub rock nella prima metà degli Anni Settanta, ma sono reietti ed orgogliosamente working class e ben presto perdono il treno delle major che si vogliono accapparare i successori di Clash e Sex Pistols.
Fino a quel momento hanno un paio di singoli sul mercato, ma per il loro debutto ci sarà da aspettare, perchè il botto vero e proprio deve ancora venire: Shock Troops è uno di quei dischi che ti si stampano in testa fin dal primo ascolto, fresco, energico con melodie irresistibili figlie del punk, ma anche della lezione del glam rock inglese del decennio precedente.
Almeno 8-9 pezzi sono potenziali singoli e nel corso degli anni sono destinate a diventare insostituibili nelle scalette dei loro concerti.
Le tematiche affrontate sono basilari: l'attaccamento al sottoproletariato inglese, i pub, le terraces ( estremi tifosi del West Ham United),i pub e la birra ed in generale un attitudine stradaiola che li porterà come capostipiti del nascente movimento street punk/Oi.
L'iniziale Where Are They Now è il malinconico manifesto sulla scena punk rock, dissoltasi in pochi anni,
I believed in julie when she said how easy it could be
And I believed in Tommy and his written words of anarchy
And I believed in Joe when he said we had to fight
And I believed in Jimmy when he told us to unite
Where are they now
Where are they now
Where are they, six years on and they've all gone
Now it's all turned sour
Where are they now

Tutta quella scena sembra scomparsa ed inglobata da contratti discografici, dati di vendita e posers senza scrupoli. Per come la vedono cinque proletari inglesi dovrebbero essere tutti quanti messi al muro e fucilati
We worked our way up from east end pubs
To gigs and back stage passes
Ex-boxing champs, West end clubs
Americans in dark glasses
Driving ten grand cars, they drink in hotel bars
They're even making money in bed
They wouldn't be no loss, they aint worth a toss
It's about time they all dropped dead.
Take 'em all, take 'em all
Put 'em up against a wall and shoot 'em
Short and tall, watch 'em fall
Come on boys take 'em all

La loro hit di maggior successo però li porterà non pochi problemi, quella England Belongs to Me che doveva essere un inno alla nazionale inglese, diventa un manifesto della Destra Nazionalista ed ai loro concerti cominciano a farsi notare parecchi skinheads e hooligans desiderosi di menare le mani. 
England belong's to me
A nation's pride the dirty water on the rivers
No one can take away our memory
Oh Oh, England belongs to me
We'll show the world that the boys are back to stay
And you all know what we can do
Heads held high, fighting all the way
For the red, white, and blue

Ad ogni modo il nome dei Cock Sparrer compare sempre di più  in compilation punk ed OI e nei decenni successivi la loro attività live sarà sempre costante nei circuiti underground, grazie anche alla pubblicità di bands come Agnostic Front e Dropkick Murphys che li hanno sempre considerati primaria fonte di ispirazione.
Fortunatamente negli ultimi anni piccole label di settore sono riuscite ad ottenere i diritti ed a ristampare questo disco, cosi da renderlo più facilemente reperibile e restituirgli il valore che merita.
Per quel che mi riguarda Shock Troops dovrebbe stare nella collezione di ogni appassionato di punk rock al fianco di un Nevermind the Bollocks, di un Give'em Enough Rope o uno qualsiasi dei primi quattro Ramones. Immortale!!!

Cock Sparrer Facebook
Pirate Press Records
Captain Oi
Shock Troops Spotify



domenica 17 gennaio 2016

Hawkdope Black Rainbows (HeavyPsych SoundsRecords 2016)













Molti non sanno che in Italia esiste una scena stoner ben radicata, ma relegata ad una nicchia di fans fedeli che affollano i pochi concerti di bands aihme sconosciute, ma estremamente valide. La curiosità mi ha portato mesi fa a presenziare ad un torrido concerto dei romani Black Rainbows, solida realtà  che spesso si imbarca in lunghi tour e presenzia ai maggiori festival stoner europei.
Non conoscevo nulla di questa band, ma alla fine del loro show sono corso ad accaparrarmi il vinile di Hawkdope,  ultima fatica discografica di una carriera che vede quattro album e svariati split album con altre bands della scena.
Le coordinate musicali sono la devozione ad un certo tipo di space-rock e al granitico hard rock anni Settanta: Black Sabbath, Hawkwind fino a Monster Magnet e Fu Manchu, epigoni della decade di rinascita stoner per eccellenza: gli Anni Novanta. Ma Hawkdope è molto di più, sono quaranta minuti di torrido rock and roll, fatto di polvere, groove e atmosfere sospese che poggia su riff che sembrano macigni, una sezione ritmica pulsante ed un sound saturo di fuzz e distorsione.
L'iniziale The Prophet è una mazzata tra capo e collo e come biglietto da visita non poteva esserci miglior inizio, cosi come la successiva Wolf Eyes, a metà tra i già citati Monster Magnet e i Mudhoney più acidi.
La title track è il primo episodio che da respiro al disco,un sound che poggia su arpeggi iniziali e porta la mente a vagare verso territori infiniti, spazi siderali che avrebbero fatto la gioia degli Hawkwind: otto minuti di puro godimento dove la mente è libera di espandersi e perdersi nei suoni della band romana.
Parafrasando il titolo di un pezzo presente in questo disco "Hypnotize my Soul with Rock and Roll", questo Hawkdope tiene inchiodato l'ascoltatore allo stereo, è talmente affascinante che ad ogni ascolto si percepisce qualche sfumatura nuova, senza perdere di vista il tiro ed il groove che hanno alcune canzoni (le sopracitate The Prophet e Wof Eyes come JesusJudge e Killer Killer Fuzz), cosi come il finale di Cosmic Pricker è lo zenit assoluto di questo album: quasi sette minuti di intensa composizione che parte lenta e sognante e piano piano cresce fino ad esplodere in un tripudio chitarristico di pregevole e trascinante bellezza.
In Europa hanno visto lungo ed i Black Rainbows sono una realtà ben radicata nel circuito stoner ed è un peccato che in Italia non abbiano ancora ricevuto il consenso che meritano.
Torrida Arte allo stato puro!!!
Black Rainbows Official Site
https://www.facebook.com/BLACKRAINBOWSROCK/
Hawkdope Spotify

venerdì 8 gennaio 2016

Sol Invictus Faith No More ( Reclamation Recording/Ipecac records 2015)













Sono passati ben 18 anni dall'ultima uscita discografica dei Faith No More! Avete idea di cosa sono 18 anni? Cosa ne è passata di acqua sotto i ponti in questo lasso di tempo? Provate a fare uno sforzo e ripensare cosa stavate facendo 18 anni fa, dove eravate, che musica ascoltavate? Se per noi comuni mortali è impegnativa la cosa, per il music business è paragonabile ad un era geologica, ma i Faith No More, paladini dell'alternative e della follia durante gli Anni Novanta se ne fregano e, dopo aver testato il terreno qualche anno fa con una celebrata reunion, hanno deciso di suggellare il loro idillio musicale con un ritorno alle scene discografiche.
Giusto per non smentirsi scelgono di fare tutto in casa, utilizzando l'etichetta del frontman Mike Patton e la supervisione in fase di produzione del fido bassista Billy Gould. D'altronde chi conosce i FNM sa che se ne son sempre strafregati delle logiche di mercato e hanno sempre fatto di testa loro, spiazzando fan e critici nel proporre musica a 360 gradi senza porsi limiti di alcun tipo.
Ma quindi come è questo Sol Invictus? Spiazzante, sperimentale ed assolutamente anticommerciale, in poche parole bentornati Faith No More!!!
Nel calderone di atmosfere cupe ed oscure, un pò come la cover del disco, troviamo l'hard rock ignorante di Superhero, primo singolo prescelto(ma lontano anni luce dal concetto di "singolo"),la claustrofobia ansiogena di Separation Anxiety, le aperture di Motherfucker ( e qui Patton non si smentirà mai!!) a fare da contraltare allle melodie alla "I'm Easy" di Sunny Side Up e Black Friday e quel piccolo gioiello in bilico tra rock duro, progressive e pruriti indies di Matador.
I FNM suonano per se stessi, per superare ancora una volta quelle barriere che più volte hanno infranto senza fossilizzarsi sui fasti del passato. Ognuno ci mette del suo, soprattutto Mike Patton, istrionico, imprevedibile che usa la voce come un vero e proprio strumento, districandosi tra urla, tonalità basse e cupe e melodie ben assortite da vero "leader of men" parafrasando il ritornello di Superhero.
Non è un album da easy listening, ma richiede attenzione e concentrazione, bisogna lasciarsi prendere per mano e farsi guidare in questa nuova avventura musicale della band e mai un ritorno fu più gradito:sicuramente non lo si annovererà trai capolavori della band, ma sono pronto a scommettere che, come il precedente Album of the Year, verrà capito con gli anni a venire ed usato come pietra di paragone per molte nuove bands che avranno voglia di osare.
Ecco i Faith No More versione 2015, ma adesso non fatemi più aspettare altri 18 anni altrimenti rischio di diventare una comparsa per il video di Sunny Side Up!
Faith No More Official Site
https://www.facebook.com/faithnomore/
Sol Invictus-Spotify








               



































































sabato 21 novembre 2015

The Comeback!!

Cari Lettori (ammesso e concesso che ce ne sia ancora qualcuno) di questo piccolo ed umile blog, sono passati diversi mesi dal mio ultimo post: cause di forza maggiore mi hanno fatto lasciare in disparte questo impegno che mi ero preso con me stesso già da qualche anno, un ritaglio di spazio per sfogare la mia voglia di parlare e condividere musica.
Vi informo che a breve ricominceranno post ed aggiornamenti e farò il possibile affinchè le Melodie tornino ad essere FuoriLegge!!
Stay Tuned for more Rock & Roll!!

domenica 3 maggio 2015

Sick Tales Sick Boys Revue (AreaPirata Records 2015)













Primo full lenght per i Sick Boys Revue, band toscana conosciuta in precedenza semplicemente come Sick Boys, di cui avevo parlato in occasione del loro promo autoprodotto risalente a tre anni fa.
La loro proposta musicale ha destato l'attenzione di AreaPirata Records, label italiana specializzata in rock and roll/garage e, grazie anche alla sapiente e furbesca mano di Lester Greenowski alla consolle, ecco tra le mani il loro debut officiale che si snoda in undici tracce di onesto e ruspante punk 'n'roll.
Rispetto al demo ( di cui sono sopravvissute due tracce: Lovin'me e Contradictions of my Town) la proposta musicale dei SBR ha maggior coesione e tiro, così come l'attitudine stradaiola è stata accentuata, senza però snaturare il loro sound, debitore al 100%  di Mike Ness e dei suoi Social Distorsion ( anche la cover che li vede in versione "gangsta" anni Trenta è un palese tributo), ma che riesce a reggersi sulle proprie gambe grazie alla vitalità e ad alcune melodie davvero imprescindibili.
Ecco quindi l'iniziale Sick Boys Play Rock and Roll, dichiarazione di guerra che mi ha fatto sobbalzare e suonare la mia "air guitar" alla soglia dei quarant'anni, oppure la melodica By My Side, uno degli highlight assoluti di questo album, assolutamente "Nessiana" nel cuore e nello spirito.
Cercate la ballatona dal mood nostalgico del loser impenitente? Ecco servita Becomin' Myself con tanto di armonica ad impreziosire il tutto.
Ad ogni modo non c'è solo Social Distorsion qui dentro, ma anche tanto punk '77, potente e squadrato come nei primi due dischi dei Clash ed allora è d'obbligo ascoltare People Call Me Sick e Panem et Circenses, mentre in People Can't Change scopro un'inedita sfaccetatura dei Sick Boys Revue, ovvero quella di "simpatizzanti per il diavolo" con tanto di coretti e melodie alla Jagger/Richards.
Una proposta onesta e sincera per una band che non ha mai nascosto le proprie origini ed anzi, le continua a sbandierare con orgoglio, perchè il rock and roll non è moda , ma una passione che ti nasce dentro e te la porti fino alla tomba. Ben vengano band come i SBR che hannovoglia di sbattersi ancora e macinare riff e chilometri per la giusta causa!
Continuate così ragazzi e che la benedizione di Mike Ness discenda su di voi e vi protegga sempre!Amen!
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SBR Bandcamp

domenica 5 aprile 2015

Social Distorsion Social Distorsion ( Epic Records 1990)













Tra le numerose bands che hanno caratterizzato la scena punk californiana degli Anni Ottanta, i Social Distorsion sono stati i più atipici, lontani dall'immediata violenza hardcore e più legati ad un sound più inglese e settantasettiano (Clash su tutti) ed al vecchio rock and roll dei Fifties.
Purtroppo  varie vicissitudini legate a line up poco stabili e ad una tossicodipendenza  sempre più acuta del leader Mike Ness ha minato non poco la prima parte della loro carriera, ma con l'arrivo degli Anni Novanta e con la conseguente caccia delle major per accappararsi la "next big thing" di turno, anche loro riescono ad avere un contratto con la Epic Records che darà alle stampe questo omonimo album.
Le vendite e la popolarità della band subiscono una forte impennata, complici pezzi molto radiofonici ed una maggiore accuratezza dei suoni che servono a limare le spigolosità degli esordi ed anche il songwriting di Mike Ness che diviene più maturo, soprattutto nelle canzoni trainanti, come l'autobiografica Story of My Life e Ball and Chain. 
Questi due pezzi, ormai imprescindibili nella setlist della band, sono un nuovo punto di partenza della band, una decisa sterzata verso territori country e rock and roll, per  i quali verrà coniato un termine, il "cowpunk" che verrà utilizzato per questo suono ibrido ma estremamente diretto ed affascinante.
In Story of My Life  Mike Ness sviscera la  prima parte della sua vita, tra disagio, rabbia adolescenziale ed una nostalgia di fondo che sarà il trademark delle sue composizioni

Good times come and good times go,
I only wish the good times would last a little longer.
I think about the good times we had
And why they had to end
So I sit at the edge of my bed
I strum my guitar and I sing an outlaw love song.
Thinkin' 'bout what you're doin' now
And when you're comin' back.

Invece Ball and Chain ha il forte sapore della riflessione,il pentimento per gli errori fatti in passato, le droghe, gli amori finiti ed il carcere. La sua è una ricerca di redenzione che lo farà diventare il meraviglioso antieroe e perdente che conosciamo ora.
Well I'll pass the bar on the way
To my dingy hotel room
I spent all my money
I've been drinkin' since half past noon
Well I'll wake there in the mornin'
Or maybe in the county jail
Times are hard getting harder
I'm born to lose and destined to fail
Un punto di riferimento è senza dubbio Johnny Cash, tante sono le similitudini tra loro e se nei dischi precedenti veniva spesso citato, ora viene anche coverizzato un suo pezzo, forse il più famoso, quella Ring of Fire che verrà avvolta da scariche elettriche ed urgenza punk rock!
Ma il resto del disco non può passare sottotono, anzi le iniziali So far Away e Let it Be Me, seppur con arrangiamenti decisamente migliori, hanno il mood dell'esordio Mommy's Little Monster: un sound inconfondibile che parte dai Clash e dalla rivoluzione del 1977.
Sick Boys è un inno alla strafottenza ed alla ribellione e guardando la foto sul retro del disco, mai titolo fu più azzeccato: quattro teppisti rockabilly che sfoggiano sguardi da duro e ostentano sicurezza.
L'immagine e il sound rockabilly fanno capolino in She's a Knockout, mentre il pezzo finale Drug Train è un torrido blues-punk, un ideale incontro tra gli Stones ed i Gun Club.
Per molti fans della prima ora questa decisa sterzata fu vista come un tradimento fatto e finito, per molti altri questo è il capolavoro assoluto della band( tanto che quest'anno verrà celebrato un tour commemorativo per i 25 anni dalla sua release). Per quel che mi riguarda questo disco è il punto d'inizio di una nuova fase della carriera dei Social Distorsion, uno snodo importante che lascia alle spalle un suono ancora acerbo e pone davanti una band che sta trovando la sua strada creandosi un sound nuovo, maturo che va ad affondare le sue radici nelle profondità del country e del rock and roll, elevando Mike Ness ad un songwriting sempre più profondo, personale ed affascinante. 


martedì 24 marzo 2015

Bandit from Border EP Mosche di Velluto Grigio (autoprodotto 2015)

Davvero instancabili e prolifiche queste Mosche di Velluto Grigio,agguerrita band lombarda, che nel giro di un anno ha pubblicato un album e un singolo natalizio, ed ora ci delizia il palato con questo EP semiacustico, dove, liberatisi da distorsioni ed orpelli elettrici, danno sfoggio della loro espressione più calda ed intima confezionando cinque brani di pregevole fattura.
Se i punti di riferimento sono sempre stati il combat punk di Clash o Stiff Little Fingers ed il folk di Pogues e Dubliners ( senza dimenticare una vena cantautorale di tradizione italiana), ora la loro ispirazione vola fino alle lande sperdute americane, quelle desolate terre di confine, teatri di conflitti sociali e miserie che hanno ispirato i più grandi cantautori d'oltreoceano e , quando ascolterete l'iniziale No More Work, non stupitevi se vedrete materializzarsi il "fantasma" di Tom Joad, perchè è proprio  li che le Mosche, con questo nuovo capitolo della loro discografia vogliono trasportarvi.
Springsteen, Steve Earle, Woody Guthrie e Ryan Bingham, sono questi i primi nomi che mi vengono in mente ascoltando queste tracce, cosi scarne, ma tanto intense, grazie ad un songwriting sempre più maturo, ad una voce calda e a quell'arma in più che è il sassofono, ormai marchio di fabbrica della band, che, oltre a rendere la loro proposta originale, conferisce dei toni crepuscolari alle canzoni, rendendole intense e vibranti come un tramonto sul Grand Canyon.
L'ennesima gemma ci viene regalata con Far from Home (grandparent's home), malinconica e struggente, con l'unica concessione elettrica data dall'assolo di chitarra come ciliegina sulla torta: l'ennesima perla nella discografia di questa band che  da il commiato con Witch of the Day at the End of His World che sembra uscita dalla penna e dalla chitarra di Ryan Bingham.
Un'altra grande prova per questa band, che riesce sempre a reinventare il suo stile, regalando miriadi di sfaccettature alla sua proposta  senza snaturarla o porre limiti alle influenze musicali.
Ed il viaggio prosegue, dalle scogliere di Scozia ed Irlanda fino alle sconfinate terre di frontiera americana!
www.moschedivellutogrigio.com
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domenica 15 marzo 2015

The Hunger & The Fight (part 1) The Mahones ( Whiskey Devil Records 2014)













Mi sono innamorato della musica dei Mahones diversi anni fa, quando mi capitò tra le mani una copia della loro raccolta antologica per celebrare i vent'anni di attività e, da quel momento, ho iniziato a seguire le vicende di Finny McConnell e della sua band con dedizione e passione.
Passione che non è venuta meno anche con i loro ultimi lavori, più dediti a sonorità grezze e punk rock che allontanavano la band canadese dai  territori folk alla Pogues/Waterboys: ottimi lavori per carità, ma che scivolavano via senza darmi quelle buone vibrazioni presenti nei capitoli precedenti della loro discografia.
Ed ora, eccoci arrivati ad un punto cruciale nella carriera di questa band, che, dopo l'ennesimo stravolgimento di line up ci presenta il primo step di un ambizioso progetto strutturato su due album, che vuole descrivere l'epopea del popolo irlandese negli ultimi due secoli di storia, tra lotte, miseria e riscatto sociale.
In questa prima parte i suoni tornano ad essere più "folkish" ed anche la strumentazione tradizionale va a ricoprire un ruolo importante nel trademark dei Mahones che, proprio nella titletrack ci presentano un bel folk rock dai toni epici e "in crescendo" che vanno a trovare il loro climax nella parte finale della canzone. In questo brano Finny alterna la sua voce roca e calda a quella della prima ospite del disco, la cantante canadese Tara Slone dando cosi ancora più colore ad uno dei migliori brani della discografia dei Mahones.
La successiva Poor Paddy on the Railway è una traditional song, resa già celebre da Shane MacGowan  nel periodo Popes e vede il rimbalzarsi delle strofe( tipico nel folk irlandese) tra Finny e Tony Duggins dei The Tossers, altra bella realtà da Chicago. La canzone  tratta l'argomento del duro lavoro degli irlandesi quando emigrarono nei primi anni del 900 in America, costretti alle mansioni più degradanti e faticose per poter sopravvivere agli stenti di quei periodi.
Uno dei capolavori di questo album è la ballata Stars, dedicata ad uno dei più famosi scrittori dublinesi, Oscar Wilde e alla sua condizione di perseguitato prima ed esiliato poi, per via della sua dichiarata omosessualità. Alla chitarra troviamo la comparsata di Simon Townsend, figlio del ben più famoso Pete, chitarrista degli Who, grande passione del "capo" Finny.
Il tiro si alza con la successiva Prisoner 1082, rabbiosa e dall' incipit clashiano che vede raccontare le vicende di un arrestato politico, Danny Donnelly, famoso per esser scappato dal carcere di Belfast, al tempo l'Alcatraz europeo e aver vissuto una vita da rifugiato, poichè ricercato da Scotland Yard.
Si ritorna al folk diretto e scanzonato con A Pint of the Plane (A Drop of the Pure), una drinking song veloce e danzereccia come nella miglior tradizione irlandese che però vuole mettere in guardia dalla piaga dell'alcolismo, piuttosto che elogiare le bevute di massa, cosi tipicamente irish.
Il lato romantico della band si manifesta con Someone Saved Me, canzone d'amore che il buon Finny dedica alla moglie, anch'essa musicista a tempo pieno nei Mahones, in veste di fisarmonicista, mentre le successive due canzoni sono il tributo che la band fa alla città di Dublino, prima con The Auld Triangle, la poesia scritta da Brendan Behan e all'epoca messa in musica dai Pogues, mentre con Blood in the Streets of Dublin si tocca con mano il dramma della violenza che per decenni ha insanguinato la capitale irlandese, per cui,al giorno d'oggi, quasi tutte le strade della città hanno morti o ricorrenze da ricordare.
Il finale invece è per St. Patrick's Day Irish Punk Song, un veloce folk punk che vuole autocelebrare la carriera ventennale dei Mahones, dal loro primo concerto proprio nel giorno di San Patrizio fino ai recenti tour mondiali. Un pò di autostima fa sempre bene e il finale è davvero da fuochi d'artificio!.
La versione in vinile ha anche due bonus track, una cover dei Them di Van Morrison, I Can Only Give You Everything ed una dei Rancid, Last One to Die che valgono la pena di essere ascoltate.
Applausi quindi per questa release dei Mahones, che firmano cosi un piccolo capolavoro nella loro discografia ed ora aspettiamo con ansia la seconda parte per chiudere il cerchio di questo ambizioso, ma splendido progetto.
I've got the hunger and the fight
and god knows I will survive
in thiese dark times, there is a light
in this world of sins, there is right
I've got the hunger and the fight
I've got the hunger and the fight
the hunger and the fight






                                   

mercoledì 4 marzo 2015

A Hillbilly Tribute to AC/DC Hayseed Dixie (Dualtone Records 2001)













La leggenda vuole che nel cuore dei Monti Appalachi, in una vallata dimenticata da Dio, un gruppo di sgangherati musicisti bluegrass si imbatta per un caso fortuito in un incidente stradale, dove il conducente della vettura che si è appena schiantata contro una quercia secolare, muore sul colpo ed i nostri prossimi eroi, per cercare di risalire all'identità dello straniero, rovistano tra i suoi effetti personali, trovando così una serie di vecchi vinili di un gruppo a loro sconosciuto che porta il nome di AC/DC. Ascoltando successivamente questi dischi hanno una folgorazione che cambierà radicalmente le loro esistenze: riarrangiare quei brani in versione country-bluegrass e per porre la prima pietra sul  loro progetto decidono di mutare il nome della loro band in una storpiatura del monicker dei loro ispiratori.
Ok questa è la leggenda, la storia vera è che questo primo lavoro degli Hayseed Dixie spacca e lascia davvero basiti per come questa band del Tennessee abbia stravolto brani strafamosi di una delle band rock più popolari di sempre, rendendole patrimonio del mondo folk & country americano.
Inutile citarvi la tracklist, le canzoni le avrete sentite migliaia di volte, ma sfido chiunque a storcere il naso di fronte ad una You Shook Me All Night Long in versione banjo e violino con tanto di voce sbiascicata. Anche Back in Black, famosa per il suo riff roccioso di chitarra viene addolcita con veloci passaggi di banjo, mentre Highway to Hell..beh..quella è rock puro e anche il bluegrass deve inchinarsi ad una canzone cosi.
La demenza è un altro punto a favore degli Hayseed Dixie e TNT è accomapagnata dagli "oink-oink" dei cori di sottofondo e da roboanti flatulenze al momento topico del "..watch me explode" prima del chorus.
Insomma gli AC/DC sono stati coverizzati milioni di volti, ma un tributo così sincero ed originale forse mancava all'appello e questo primo album non è che un tassello della discografia degli Hayseed Dixie, che tra pezzi propri e cover rivisitate di pezzi rock e pop hanno creato un vero e proprio genere, nonchè un seguito non indifferente nella scena alternativa, fuori dai soliti canoni del folk americano.
E' tempo di salopette in jeans, barbecue mastodontici di opossum e pessima birra!!! Folk & Roll!!!
www.hayseed-dixie.com
www.facebook.com/hayseeddixie
Hayseed Dixie – A Hillbilly Tribute To Acdc  (Spotify)


sabato 17 gennaio 2015

...Honor is All We Know Rancid (Hellcat Records 2014)













Beh diciamo che questo 2014 che si è appena concluso non è stata una grande annata per il punk rock, visto che tra le centinaia di uscite che hanno contraddistinto il settore, ben poche hanno fatto la differenza. Chi ha , diciamo, monopolizzato l'attenzione però sono stati i Rancid, con l'annuncio della release di un loro album, nove anni dopo Let the Dominoes Fall, ultima fatica discografica della band di Berkeley.
In questo lasso di tempo i componenti dei Rancid non è che siano spariti dalla circolazione, preferendo concentrarsi sui propri progetti paralleli, tipo Lars Frederiksen con i suoi Old Firm Casuals, Tim Armstrong con i suoi side projects alla ricerca delle sonorità roots reggae e ska (e anche una rehab da alcol nel mezzo) e Matt Freeman con il rockabilly dei Devil's Brigade.
Riunite le forze ancora una volta ecco spuntare fuori questo Honour Is All We Know, mezz'ora di punk rock sparato in faccia come un treno in corsa che non lascia nemmeno il tempo per fiatare.
Ecco quindi rincorersi le sonorità settantasettiane con scariche di punk/hardcore ben amalgamate nello stile dei Rancid, che nonostante gli anni passino per tutti, non perdono un'oncia di cattiveria, aggressività e attitudine.
Si parte con Back Where I Belong, giusto per legittimare la leadership nel gotha punk rock per poi passare al primo anthem del disco. Raise you Fist, inno punk Oi che  trasuda birra e Sham 69.
La voce roca di Tim Armstrong si alterna al ruggito di Lars Frederiksen e, grazie alla supervisione di Mr. Brett Gurewitz, i suoni sono potenti e precisi soprattutto le linee di basso di Matt Freeman, che in pezzi come la title track, disegna linee impazzite e veloci, confermandosi cosi uno dei migliori bassisti in circolazione.
Una cosa che ho sempre apprezzato dei Rancid è la loro capacità di scrivere grandi testi che raccontano semplici storie di vita e di strada, diapositive urbane ricche di personaggi che popolano le città e le provincie americane.
E' il caso di In The Streets, Face Up o Diabolical, affreschi metropolitani che in poche e semplici linee, hanno la forza di raccontare storie di violenza, degrado, ma anche solidarietà e speranza.
La speranza e la rabbia sono i pilastri su cui è costruita la title track, forse il pezzo migliore del disco, tra le sue intricate linee di basso, l'appeal melodico ma allo stesso tempo rabbioso, contraddistinto dall'alternarsi di Lars e Tim alla voce.

Don’t change a goddamn thing, hold your head up high
When the hard times come, we have the strength to defy
Believe in yourself, let the arrow leave the bow
Honor is among us, honor is all we know


The night has come and we no longer see
Better days around the corner, for you and me
Receive the horizon dawn’s golden glow
Honor is among us, honor is all we know



It takes courage to make it in this land
So don’t forget, but forgive every man
And prosperity’s river it will forever flow
Honor is among us, honor is all we know
Il retaggio ska è ancora presente e anche se non c'è la bomba commerciale alla Time Bomb per intenderci, Evil Is My Friend  ed  Everybody's Suffering non sono da considerarsi hit minori, ma hanno il ritmo ed il tiro giusto per coinvolgere sia in sede live che nelle dancehall, soprattutto la seconda che suona come un vero e proprio tributo agli Specials.
In sostanza Honour Is All We Know è un ottimo ritorno per i Rancid, volutamente breve di minutaggio per non essere riempito di filler e abbassare l'adrenalina. E' un disco che va diritto là dove deve colpire, suonato da musicisti che ormai cavalcano l'onda da vent'anni e non vogliono fare un passo indietro mantenendo sempre alta la bandiera del punk rock.
Sicuramente non sarà un capolavoro epocale come And Out Come The Wolves ma si lascia ascoltare che è un piacere e sarà difficile farlo scivolar fuori dal vostro stereo per fargli prendere polvere su qualche scaffale.
Bentornati!!!!
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Rancid – ...Honor Is All We Know (Spotify)



sabato 3 gennaio 2015

Stavolta Come Mi Ammazzerai? Edda (Niegazowana Records 2014)













"Vaffanculo, è bellissima!"  E' l'esclamazione tra il commosso ed il divertito di Stefano Rampoldi, in arte Edda, alla fine dell'intensa esecuzione di Stellina e rispecchia fedelmente la spontaneità e la voglia di fare che permeano questo terzo album della carriera solista dell'ex cantante dei Ritmo Tribale.
Stavolta Come Mi Ammazzerai. citazione colta da una battuta di un film noir Anni Settanta, è l'apice della nuovo cammino musicale di Edda, un titolo crudo e spietato che fa da contraltare alla candida immagine famigliare del cantante milanese messa in copertina ed è il continuum di quella ricerca interiore che lo ha portato a mettere i propri sentimenti e le proprie angosce a nudo  iniziata nel 2009 con il suo ritorno sulle scene.
In questo lavoro non si pone limiti e va diretto al punto, toccando tasti emotivi profondi come gli affetti famigliari, pilastri fondamentali che possono diventare opprimenti. Ecco quindi la rabbiosa Pater rivolta ad un padre assente e Mater rivolta ad una madre troppo attaccata che non ha mai saputo capire il figlio. Un fratello distante ed una sorella morta prematuramente dipingono il quadro di Coniglio Rosa, anche se alla fine Stefano, nonostante la sua "famiglia di dannati" dichiara che "i Rampoldi li ha sempre amati".
Diciassette canzoni, un disco lungo, estremamente eterogeneo che riporta Edda dove aveva chiuso anni fa: la musica rock, intesa nel suo modo più semplice e basilare, ovvero basso-batteria-chitarra e poi la  voce, la sua, tornata potente e grintosa, come in Stellina o Mademoiselle, una strizzata d'occhio al resto dei Tribali in giro, come per dire "Io sono pronto".
Ma ci sono anche momenti dove scava nel suo intimo e cerca risposte ad un amore che logora (Dormi e Vieni con il suo angosciante "non mi lasciare sola") e ad uno che finisce (Tu e le Rose), mentre Saibene ha la forza di strappare lacrime tale è l'intensità di questa piano ballad.
La sua è una terapia messa in musica, dove sembra che voglia insozzarsi di brutture e negatività(HIV, Ragazza Porno, Puttana da 1 Euro) per cercare una redenzione. Un viaggio duro e faticoso scritto con quel suo modo particolare di creare testi, a volte insolente, a volte viscerale ma che non lascia mezze misure, o lo si ama o lo si odia.
Confesso che non è stato facile scrivere questa recensione, visto che ad ogni ascolto avevo miriadi di sensazioni che mi giravano in testa a riguardo. Ed è proprio questo il bello di Stavolta Come Mi Ammazzerai, un disco che chiede di essere ascoltato e capito regalando così sfumature nuove ogni volta che si deciderà di mettere il disco sul piatto.
Ah dimenticavo...è anche il miglior disco di questo 2014 appena conclusosi..ma questo me lo confermerete voi!
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domenica 21 dicembre 2014

Will Be Christmas Mosche Di Velluto Grigio (autoprodotto 2014)













Natale si sa, ha sempre esercitato un fascino particolare con la sua tradizione e le sue atmosfere magiche. Anche le più scafate rockstar hanno sempre ceduto alla tentazione di riproporre qualche cover natalizia oppure regalare ai fans qualche inedito giusto per celebrare questa festa. La lista è lunghissima, si parte dai Twisted Sister fino ai Ramones, per non dimenticare Bad Religion e Pogues, questi ultimi poi raggiungono ogni hanno le toplist con la loro dissacrante Fairytale of New York.
Non vogliono essere da meno le Mosche di Velluto Grigio,band della Bassa Padana, di cui ho avuto modo di recensire mesi fa il loro ultimo album In te Ho Sognato.. , regalando ai propri fans questa strenna natalizia, disponibile proprio dal 23 dicembre sulle principali piattaforme digitali.
Will be Christmas vuole essere un tributo alla tradizione natalizia, ma anche un bel pezzo punk folk, nello stile delle Mosche, anche se rispetto alle recenti produzioni, la componente rock and roll è più marcata, lasciando comunque un bel tappeto di sottofondo alle cornamuse. L'inizio parte lento e soffuso, con la roca voce del Cagno che ha il compito di scaldare i motori, prima di partire a testa bassa come i migliori Dropkick Murphys o Bad Religion.
Inutile spendere troppe parole, Will be Christmas va ascoltato, assimilato e suonato, magari proprio la notte della Vigilia, dove tra un brindisi e l'altro ( Guinness o Whisky please!!) potrà scappare anche una pogata sotto l'albero prima di scartare i regali!
Buon Natale Mosche!!!
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sabato 22 novembre 2014

Siamese Dream The Smashing Pumpkins (Hut Records/Virgin Records 1993)













E' proprio vero che spesso, dietro ad alcuni capolavori artistici, ci sono storie di disagi e sofferenza, probabilmente i fattori che fanno scaturire la creatività come valvola di sfogo e liberano tutto il genio e la fantasia che un talento può avere dentro di se.
Siamese Dream, pilastro della musica alternative degli Anni Novanta, ha avuto una gestazione travagliata,dovuta ai problemi personali dei singoli membri della band che gli ha dato la luce, gli Smashing Pumpkins destinati da qui in poi a diventare un vero e punto di riferimento negli anni a venire.
Ma partiamo con ordine, anche se usare questa parola è un pò paradossale con i Pumpkins, visto che il batterista Jimmy Chamberlin è nel pieno della sua dipendenza da eroina, la bassista D'Arcy e il chitarrista James Iha pongono fine alla loro relazione sentimentale, risultando così "separati in casa" all'interno della band, mentre il leader Billy Corgan è in una fase di depressione acuta con manie suicide e le sue bizze si trasformeranno in vere e proprie  paranoie portando il lavoro in studio a momenti di pura rabbia per voler il controllo totale dei suoni e delle composizioni.
In tutto questo caos Siamese Dreams esce nell'estate del 1993, con la produzione affidata al guru della consolle Butch Vig e sarà destinato a divenire un best seller ed a creare un suono unico ed inconfondibile.
Il sound degli Smashing Pumpkins attinge a piene mani dall'hard rock zeppeliniano, dalle sfuriate punk e dalla vena indie pop cosi cara ai Pixies; troviamo l'edonismo metal insieme alle dilatazioni psichedeliche dei Sixties, il tutto a creare un suono unico ed inconfondibile come la voce di Corgan, una timbrica che non pone mezzi termini: dolce e stridula allo stesso tempo o la si ama o la si odia.
Siamese Dreams si rivela cosi una fucina di singoli che scaleranno le playlist di quegli anni, come Today, con l'inconfondibile intro di chitarra ed il deflagrare di un suono pieno ma allo stesso tempo melodico.Verrà paragonata alla Lithium dei Nirvana, anche per via del testo in cui Corgan sfoga la sua depressione e le sue manie suicide.
Today is the greatest 
Day I've ever known 
Can't wait for tomorrow 
I might not have that long 
I'll tear my heart out 
Before I get out 
Pink ribbon scars 
That never forget 
I tried so hard 
To cleanse these regrets 
My angel wings 
Were bruised and restrained 
My belly stings 

L'iniziale Cherub Rock con il suo drumming martellante è un altro highlight di melodica disperazione, mentre Rocket è l'ennesimo grido liberatorio di Corgan, che nei suoi testi trova sempre di più sfogo dai suoi demoni interiori.
L'apice del suo dramma è in Disarm, ballata barocca cosi bella quanto toccante per via dell'argomento toccato, gli abusi subiti dal cantante da bambino e sin li sempre taciuti.
I used to be a little boy 
So old in my shoes 
And what I choose is my choice 
What's a boy supposed to do? 
The killer in me is the killer in you 
My love 
I send this smile over to you 
Disarm you with a smile 
And leave you like they left me here 
To wither in denial 
The bitterness of one who's left alone 
Ooh, the years burn 
Ooh, the years burn, burn, burn 

Quiet e Geek Usa sono il lato più violento e rumorista esposto dalla band, i riff quasi hardcore che vengono gettati con veemenza in pasto al pubblico, ma il capolavoro di questo disco è una canzone destinata a rimanere in secondo piano ed a non essere pubblicata come singolo. Si tratta di Mayonaise, malinconica poesia che sembra sempre sul punto di esplodere come un pianto liberatorio. In questo pezzo Billy Corgan mette in campo la sua raffinatezza ed i suoi sentimenti creando un vero e proprio gioiello che va a scavare a ritroso tra i suoi ricordi ed il suo passato.
Mother weep the years I'm missing 
All our time can't be given 
Back 
Shut my mouth and strike the demons 
That cursed you and your reasons 
Out of hand and out of season 
Out of love and out of feeling 
So bad 
When I can, I will 
Words defy the plans 
When I can, I will 

A chiudere due crepuscolari canzoni come Luna e Sweet Sweet, che con toni soffusi ci accomiatano da questo Siamese Dreams, disco epocale che, a torto, fu inserito nel calderone grunge di quegli anni, ma che fu un punto di partenza per una scena alternative e per il mastodontico capolavoro che fece conoscere gli Smashing Pumpkins al grande pubblico, il doppio Mellon Collie and The infinite Sadness.
Ma questa è un'altra storia.
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