Nessuna pretesa o velleità giornalistica, solo uno spazio dove poter parlare liberamente di musica, canzoni ed emozioni. Un invito a riscoprire dischi vecchi e nuovi,grandi classici o perle nascoste perchè rocker si nasce...non si diventa!!!
Se l'anno scorso rimasi folgorato dai Nothington, è ancora la scena di Chicago a regalarmi grandi sorprese con questo album dei The Downtown Struts che, per quel che mi riguarda sono la rivelazione dell'anno appena conclusosi.
Avevo sentito parlare di questi ragazzi, complici un paio di tappe italiane del loro tour europeo di supporto a Bouncing Souls prima e Street Dogs dopo, ed eccomi quindi entrare in possesso dellla loro ultima fatica che scorre via davvero bene nell'abbondante mezz'ora di durata.
Sicuramente il sound è influenzato dai sopracitati Nothington, soprattutto nell' alternanza del cantato a due voci, anche se sono più leggerini rispetto ai loro concittadini. L'ombra dei Rancid, soprattutto quelli di "...and Out Comes the Wolves" fa spesso capolino, ma nonostante i rimandi del caso il suono dei TDS scorre via fresco, veloce e melodico.
I ragazzi ci sanno fare ed il singolo Anchors è un buon antipasto per capire le coordinate della band: linee melodiche di chitarra che si rincorrono e ritornelli che si ficcano in testa dopo pochi ascolti, pochi accordi in piena etica punk rock, ma tanta melodia di fondo che fa di Victoria un disco irresisitibile. Back to N.Y. e Tim sono dei piccoli affreschi di vita metropolitana, delle "Postcards" ( come il titolo del secondo brano della tracklist) della loro città che regala momenti di ispirazione, spesso venata da una forte malinconia ed a un senso di alienazione dalla società. "Take a breath, set the record straight My only vice is a quick escape from Anything that keeps me from Leaving my Home"
queste lyrics sono tratte da Rogues, forse uno dei pezzi più "nothingtoniani" dell'album tanto è aggressiva e potente la carica che emana questa canzone.
Uno dei picchi di questo album è senza dubbio Rocca Ave., una ballata elettrica che paga dazio ai Social Distorsion ed alla tradizione americana, impreziosito anche da un Hammond come sottofondo, strumento alquanto atipico per una punk band, ma che in questo caso allarga parecchio gli orizzonti musicali dei The Downtown Struts.
Per tutti quelli che adorano il punk veloce e stradaiolo direi che questo è un ascolto obbligato, anche perchè questi ragazzi hanno già ottenuto parecchi riscontri negli ultimi mesi e non mi stupirei, tra qualche anno,di ritrovarli tra le punte di diamante della scena punk rock mondiale. https://www.facebook.com/thedowntownstruts http://www.downtownstruts.com/ http://www.myspace.com/thedowntownstruts
Qualche anno fa ebbi la fortuna ( o sfortuna..dipende dai casi) di assistere all'unica data italiana dei Pogues, in un afosa sera di giugno, rinchiuso dentro il PalaTrussardi-Sharp-Vobis di Milano . Devo dire che l'attesa spasmodica di vedere una delle mie band preferite fu vanificata da una prestazione alquanto scadente del gruppo irlandese, con lunghe pause, errori e cadute di stile, che, se da una parte mi fecero sorridere, dall'altra delusero non poco le aspettative di chi li considerava un eccellente macchina live.
Pochi mesi fa ecco uscire questo appetitoso cofanetto che raccoglie gli sforzi per celebrare una carriera trentennale, condizionata da numerosi alti e, purtroppo bassi, ma che ha reso questa band uno status symbol per tutto il movimento punk-folk di matrice irlandese che negli ultimi anni ha preso piede un pò ovunque.
Parto subito col dire che il box è formato da due Cd che riprendono l'esibizione live all 'Olympia Theatre di Parigi, risalente allo scorso settembre e da altrettanti DVD che ci ripropongono il concerto integrale più alcuni documentari di emittenti francesi risalenti alla metà degli Anni Ottanta, sicuramente il climax artistico e commerciale della band.
Che dire..il prezzo ne vale tutto e mi ha fatto dimenticare quella pietosa esibizione di qualche anno fa a Milano. Certo la tecnologia aiuta parecchio con ottime riprese e i suoni "addomesticati", ma su quel palco ho ritrovato una band in forma strepitosa, sicuramente migliorata e più coesa dopo il lungo periodo da separati. Il leader Shane MacGowan paga il dazio degli anni e degli abusi, ma non sarebbe lui senza la sua camminata traballante, la sua voce sbiascicata e l'eterna sigaretta accesa tra le dita mentre impugna il microfono. Ma sul palco c'è e lascia vedere tutto il suo carisma lasciandosi andare ad interpretazioni maestose dei classici della band. Anche il resto dei Pogues è ben rodato, a partire dall'altra anima della band, quello Spider Stacy che provò a far andare avanti la band pur senza il suo leader alcolico e qui, canta un paio di pezzi con la sua inconfondibile voce roca.
I classici della band ci sono tutti e non sto a dire cosa è venuto bene e cosa no...godetevi il concerto nella sua interezza, lasciandovi trasportare dalla magia della poesia alcolica del gruppo irlandese, sognando di essere li, in mezzo al pubblico a pogare e sudare sotto il palco, ed anchese, Kirsty Maccoll non c'è più, vi ritroverete commossi nel vedere il balletto tra Shane ed Ella Finer (la figlia di Jem Finer, banjo e mandolino) sulle note finali di Fairytale of New York.
E a proposito di finale...come non chiudere in bellezza con Fiesta dove tra coriandoli e stelle filanti si celebra la chiusura di una reunion epocale in un mix di bagordi alcolici in salsa spagnoleggiante/irlandese.
Ancora una volta grazie ...alzo l'ennesima pinta in vostro onore al grido di Pogue Mahone!!!!!! www.pogues.com spotify:album:1aswgwvlGy5JWBhodmCRoq
Uno dei debutti più folgoranti della storia del rock, un disco che catapultò una band misconosciuta in vetta alle classifiche di mezzo mondo, trasformandola in portabandiera della rivolta politica e culturale che avvenne anni dopo.
Ma andiamo con ordine: siamo agli inizi degli Anni Novanta ed il fenomeno grunge sta per esplodere in tutto il mondo. Di conseguenza anche l'alternative rock viene estratto dai sottoboschi musicali per essere manipolato da MTV e venire dato in pasto alla cosiddetta "X Generation".
Il mondo politico non vede gravi scossoni, si sta ancora riprendendo dalla definitiva caduta del comunismo pochi anni prima e dalla prima Guerra del Golfo di Bush senior. L'episodio che però scatena le folle e fa il giro del globo è il pestaggio da parte di alcuni poliziotti, a Los Angeles, di un ragazzo di colore, tale Rodney King, che viene massacrato, umiliato ed ucciso senza giustificata causa. Le immagini fanno il giro degli States e ben presto si scatena una rivolta che metterà a ferro e fuoco le maggiori metropoli americane con omicidi, furti, saccheggi ed inevitabili arresti.
Sembra strano ma tutta questa esplosione di rabbia viene rinchiusa nei pochi minuti di una canzone dal titolo Killing in the Name of ed il gruppo che la interpreta è sconosciuto ai più ed ha un nome curioso quanto diretto: Rage Against the Machine.
Il video in questione fa il giro delle emittenti televisive e , nonostante la censura per il linguaggio esplicito ( si conteranno almeno una ventina di "fuck") va in heavy rotation e per questa nuova realtà underground si apre la strada per il successo.
La band è formata da un cantante di origini ispaniche, Zack de La Rocha, autore di quasi tutti i testi, veri trattati di rivolta e lotta politica, il chitarrista Tom Morello, poliedrico e sperimentatore di sonorità nuove, una sezione ritmica di fuoco con al basso Timmy G. e Brad Wilk dietro le pelli.
Detto questo si può partire ad analizzare questo folgorante debut che vede un "crossover" di stili che va dai Led Zeppelin all'hardcore militante di Minor Threat e Fugazi per passare alla dialettica hip hop di Public Enemy e Run DMC.
L'opener Bombtrack è una killer song ( tra l'altro il giro iniziale di basso, qui come in altre canzoni mi ricorda vagamente le colonne sonore di alcuni "poliziotteschi" italiani degli Anni Settanta), cosi come Bullet in the Head, schierata denuncia riguardante il possesso delle armi in America e, della facilità con cui si continua ad usarle. I give a shout out to the living dead
Who stood and watched as the feds cold centralized
So serene on the screen
You were mesmerised
Cellular phones soundin' a death tone
Corporations cold
Turn ya to stone before ya realise
They load the clip in omnicolour
Said they pack the 9, they fire it at prime time
Sleeping gas, every home was like Alcatraz
And mutha fuckas lost their minds
L'oscura Settle for Nothing è un'amara riflessione sulle condizione carcerarie amerciane, mentre Take the Power Back è il manifesto del pensiero della band, una presa di coscienza politica e sociale che vuole riportare il potere alle masse e gettare luce sulle minoranze, troppe, che si accalcano nei ghetti delle metropoli. So called facts are fraud
They want us to allege and pledge
And bow down to their God
Lost the culture, the culture lost
Spun our minds and through time
Ignorance has taken over
Yo, we gotta take the power back!
Bam! Here's the plan
Motherfuck Uncle Sam
Step back, I know who I am
Raise up your ear, I'll drop the style and clear
It's the beats and the lyrics they fear
The rage is relentless
We need a movement with a quickness
You are the witness of change
And to counteract We gotta take the power back
Yeah, we gotta take the power back
Come on, come on!
We gotta take the power back Il tiro che ha ogni singolo pezzo è formidabile: tecnica innovativa, soprattutto da parte di Morello che usa la sua chitarra in maniera straordinaria, riuscendo a tirar fuori incredibili. All'epoca venne paragonato ad Hendrix per la capacità di utilizzare suoni mai sentiti prima ed essere precursore nel suo genere, proprio come lo fu il chitarrista di Seattle.
Anche la sezione ritmica non è da meno: il basso di Timmy C. non fa solo da cuscino tra batteria e chitarre, ma crea vere e proprie melodie che spesso fungono da intro per dare più enfasi alle canzoni. Brad Wilk invece è batterista dinamico e con un formidabile senso del ritmo, capace di coniugare perfettamente più stili, dall'hard rock classico fino a quelli più sincopati del funky o dell'hip pop.
Ed infine Zack de la Rocha, Moderno "Che Guevara" che sputa veleno nel suo microfono e si scaglia apertamente contro il sistema a difesa di un ideale barricadero che negli anni a venire gli porterà svariate denunce ed arresti.
Dopo il successo di questo debutto i RATM proseguirono al loro carriera con altri tre dischi, senza ottenere quel responso di massa che ebbero con Killing in the name of, anche se portarono avanti le loro battaglie con tutti i mezzi a disposizione.
Aldilà del pensiero politico( che per chi lo seguì è stato un punto di svolta non indifferente), quello che rimane è un grande album, una colonna portante degli Anni Novanta, l'ennesimo tassello, fondamentale per capire il crossover che poi scaturì nel decennio successivo. WWW.RATM.COM www.myspace.com/ratm https://www.facebook.com/RATM?rf=104073202962718 spotify:album:4Io5vWtmV1rFj4yirKb4y4
Ecco una piccola, ma estremamente interessante realtà che si affaccia nel panorama underground italiano: MojoFilter.
La band bergamasca è attiva da diversi anni, macinando concerti su concerti su e giù per la penisola e dopo un Ep autoprodotto ( The Spell), ha licenziato il suo primo full lenght dal titolo Mrs Love Revolution.
A partire dalla meravigliosa cover, l'album in questione è davvero bello e magistralmente prodotto ed all'interno di ogni pezzo, le sonorità sono ben bilanciate per far si che si possano carpire tutte le sfumature del caso.
Ma veniamo al sodo: i Mojofilter suonano, pensano, vivono l'atmosfera degli Anni Settanta a 360 gradi.
Ascoltare questo album è come finire in una macchina del tempo con il timer puntato al 1972 e ritrovarsi catapultati tra free festival, viaggi lisergici, l'incubo del Vietnam dietro l'angolo e Jimi Hendrix che bruciava la sua Fender qualche anno prima sul palco di Woodstock.
Proprio al istrionico chitarrista di colore si rifà l'opener Just Like a Soldier, cosi come nel susseguirsi di ascolti troviamo riferimenti ai Creedence (The River) al primo hard rock di Free ed Alice Cooper ( Lickme Up), agli Stones ( Liar e Ragged Companion) fino alllo sgangherato country americano di Las Vegas.
Ma non pensate che i pezzi presenti in questo disco siano meri esercizi di stile: le composizioni sono accattivanti e brillano di luce propria, tanto che l'impronta MojoFilter è fermamente impressa come un marchio di fabbrica.
Ma perchè quindi comprare un album come questo? Perchè fa stare dannatamente bene! Lo si mette in macchina e non lo si vorrebbe mai più togliere dallo stereo; perchè si muove in territori sicuri, lontani da mode e trend, ma è animato da pura passione e straordinaria tecnica.
Il mio consiglio è di cercare di vedere la band dal vivo, vere e proprie macchine da palco e poi, avvicinarsi al loro banchetto del merchandising e acquistare senza indugi questo cd!
P.S.
Un appello ai MojoFilter...ma un edizione in vinile? Con un artwork cosi è un suicidio non concepire l'edizione per i nostalgici del caro e vecchio disco! www.mojofilter.it https://www.facebook.com/mojofilter.rock?fref=ts
Che cos'è una cult band? Si definisce tale una band che durante la propria carriera ha proposto musica innovativa ed originale, raccogliendo ottime recensioni dagli addetti ai lavori e creandosi una buona reputazione grazie al continuo passaparola dei fans, ma che , nonostante tutto rimane sempre relegata ai margini del business discografico, per raccogliere poi, a distanza di anni, i meritati frutti del lavoro svolto.
Si può definire tale la band capitanata da Kory Clarke, istrionico leader di una delle migliori realtà degli Anni Novanta? A mio avviso si, dato che all'epoca i Warrior Soul licenziarono un buon filotto di album che fecero splendere la loro meteora per almeno un lustro.
Drugs, God and the New Republic è il secondo lavoro, che permise loro di fare un notevole salto di qualità grazie ad un sound potente e melodico, a metà tra lo street metal ed il punk americano, con i testi di Kory sempre molto attenti al contesto sociali e carichi di rabbia al vetriolo.
Sin dall' intro strumentale si nota subito l'originalità di una band davvero fuori dagli schemi, un suono carico di chitarre ma allo stesso tempo ipnotico ed ammaliante che deflagra nella cover dei Joy Division, Interzone.
Anche qui una mosca bianca nel panorama musicale dell'epoca, dato che la band di Ian Curtis non era ancora cosi idolatrata come in questo ultimo decennio, ma la versione di Kory Clarke e soci la rende aggressiva ed anarchica, un vero e proprio anthem a metà tra il punk ed il metal.
La title track affonda i denti in sonorità che si sarebbero affermate qualche anno dopo a qualche centinaio di chilometri da New York. Sto parlando di Seattle e del movimento grunge, visto che sia il cantatato che la musica dei Warrior Soul è fortemente accostabile ai lavori degli Alice in Chains prima maniera, anche se in un formato più aggressivo. La critica coniò un termine per etichettare la loro musica, definendola "acid punk", ma i punti di contatto con la Seattle scene sono davvero tanti, basti ascoltare la successiva Jump for Joy per capire quanto fossero avanti i Warrior Soul.
Il lato più metal viene fuori nel singolo The Wasteland, sostenuto da un ottimo riff di John Ricco, un ottimo ed originale chitarrista, a mio avviso molto sottovalutato all'epoca, che pagò il dazio di trovarsi al crocevia tra il declino dei guitar heroes anni Ottanta e la nuova voglia di ribellione punk rock dei Novanta.
Proprio Wasteland contiene liriche manifesto del Warrior Soul-pensiero ovvero un incendiario atto di anarchica rivolta su di uno scenario di degrado urbano. I can't live unless I'm free you've gotta run to stay with me I move from town to town I'm livin' on the underground hey baby come with me I meet a lot of good company to beat the system move around it's the only way to freedom today find the freedom today if I make bail tell you where I go gonna cross the border into mexico tequila's cheap as sunshine wind up bangin' everything in sight I'm free and that's a fact once I leave I ain't never comin' back I'm in the wasteland
Il disco prosegue con altre due gemme come Children of The Winter, un intenso ed emozionante pezzo metal che vede Ricco sugli scudi e Kory Clarke intonare un liberatorio inno di speranza e di lotta, forse uno ei migliori testi di questo album this fight's for you and me in the land of the free
the rock minority against hypocrisy
they crucify our words but they don't understand
we wan't a better world and a share of our landthey point at us but we're their children
we fight because they thaught us to be freethe land where our fathers died the land of the pilgrims pride
forced us to decide if we stand or if we hidebelive in me we'll fight forever
until we're free
we'll fight together oh , ya come on down
children of the winter walk into the springtimethe fathers fought a revolution a fight for what we belive in
our rights sown there's no confusion
I don't need to be forgiven to be forgiventhe land where our fathers died the land of the pilgrims pride
my hatred I can't hide I'll kill before they take my rightscome walk with me we'll go to heaven
the world will be our dream toghter
come take my hand rejoice forever
the promised land if we rememberchildren of the winter
walk into the springtime
e la successiva Hero, una power ballad che riporta i Warrior Soul nei territori hard rock più classici, ma che regala una delle più belle songs del loro repertorio e, soprattutto degli Anni Novanta.
Con questo album inizia il grande salto della band che la vedrà realizzare altri due dischi per poi sciogliersi e rinascere sotto altri monicker. Questo è un ottimo punto di inizio per scoprire tutta la discografia di questo gruppo e conoscere il mondo musicale di Kory Clarke, sicuramente un personaggio di culto che, a suo modo, ha lasciato il segno nel panorama rock/metal dei Nineties. www.myspace.com/warriorsoulinfo www.facebook.com/warriorsoulofficial spotify:album:6iWO2KFTBp9T7mtsLucHmn
A.D. 2012..ovvero il ritorno del "fat rock"!!!! Underwater è l'ennesima fatica dei comaschi Leeches, una delle migliori realtà italiche, tanto che i loro innumerevoli ed infuocati live li hanno portati ad aprire per Bad Religion, NOFX, Adolescents e CJ Ramone. Proprio da questo ultimo tour è nata la collaborazione con Daniel Rey, ovvero il quinto "Ramone", la mente che ha prodotto pezzi storici come Pet Sematary o Poison Heart. Il vecchio producer dei Ramones ha deciso di collaborare con i Leeches e mettere mano ai suoni di questo nuovo lavoro...e si sente!!! Il disco suona perfetto come non mai e scivola via perfetto nella sua mezz'ora abbondante, tanto da far venir voglia di rimettere la puntina da capo e farlo ricominciare di nuovo.
Ovviamente lo zampino di Rey è solo la ciliegina su una squisita torta ( e con i Leeches non si può fare a meno di parlare di cibo!!!) che i boys from Como hanno confezionato regalandoci una manciata di punk rock songs veloci, tirate e dannatamente melodiche che non possono che conquistare la presa dopo un paio di ascolti.
Il singolo Piranha Boys o l'iniziale I'm Everything to Me sono il giusto connubio tra i Ramones (ancora loro..ebbene si!!) e l'hardcore californiano degli Anni Novanta mentre le anthemiche Feeling Allright Tonight e Vanilla Coke sono ideali per il macello sotto palco.
A conclusione del disco sono poste un insolita cover dei Blue Oyster Cult, Me-262, rifatta in una versione punk ma che mantiene quell' aurea "misteriosa" della band madre e Into the Storm che inizia con un atipico arpeggio acustico nella prima parte per poi deflagrare in veloci schitarrate nella sua conclusione.
Tirando le somme, Underwater nulla aggiunge e nulla toglie alla discografia della band, se non un altra occasione per ribadire che l'appellativo di "migliore punk band italiana" calza a pennello sulla testa dei quattro rockers comaschi e l'unico rammarico è che se fossero provenienti da qualche sobborgo di Orange County ora sarebbero ben più famosi! www.myspace.com/leechesfatrock www.facebook.com/LEECHES
Domanda: si può essere incazzati e punk a cinquanta e passa anni suonati? Ascoltando il ritorno discografico di Bob Mould la risposta è si, eccome!!!!
Silver Age è l'ultima fatica di una delle icone punk rock per eccellenza, leader dei seminali Husker Du (non li conoscete? andate ad ascoltarvi Zen Arcade!) e poi di quel gioiellino pop-rock dei Sugar, band che ebbe un discreto successo nei circuiti alternativi negli anni Novanta.
Ed ora rieccolo in pista, a contemplare la sua "Silver Age", ovvero quella mezza età che lo vede ancora irrequieto ma riflessivo allo stesso tempo, ma soprattutto capace di scrivere tre quarti d'ora di ottima musica e di proporre una miscela di power pop che lascia stupefatti!
Il terzetto iniziale Star Machine/Silver Age/The Descent è un biglietto da visita al fulmicotone, dolci caramelle pop rivestite da una ruvida corazza di chitarre, basso e batteria.
Bob Mould riprende la lezione di storia dei suoi Husker Du e la tramanda alle nuove generazioni addolcendola con i suoni della generazione rock attuale: Foo Fighters, Green Day e Bad Religion in primis, con la benedizione proprio di Dave Grohl che ha sempre speso grandi elogi per questo cinquantenne punk rocker!.
La ballata elettrica Steam of Hercules è un punto di rottura e serve per prendere fiato per poi ributtarsi a capofitto nella seconda metà del disco dove la doppietta finale Keep Believing (altro omaggio ai Foo Fighters) e First Time Joy ci danno il commiato lasciandoci la soddisfazione addosso e la voglia di pigiare un altra volta il tasto play per ricominciare da capo.
Non è un album che salverà le sorti del rock and roll, ma fa stare bene: è fresco, è veloce ed è dannatamente ruffiano ma senza mai cadere nel banale, ovvero una ricetta che solo i grandi rocker possono saper miscelare.
Se Silver Age sta per mezza età e capelli brizzolati, io aggiungerei anche "ArgentoVivo" dato che il buon Bob Mould sembra davvero avercelo addosso e la frase "Never Too Old to Contain My Rage", contenuta proprio nella titletrack, sembra davvero esserne il manifesto più lampante. www.bobmould.com www.facebook.com/bobmouldmusic