martedì 16 agosto 2011

Calavera The Wavers (La Frequenza 2011)












I Wavers da Cantù sono una delle migliori formazioni surf and roll della Nostra Penisola e, grazie a questa nuova release, lo dimostrano ancora di più proponendoci una buona mezzora di sano sound festaiolo da spiaggia hawaiana, tanto per rimarcare che anche in Brianza ci si può divertire in un assolato pomeriggio di metà agosto!
Si parte con un intro dal sapore "Morriconiano" per poi gettarsi nelle danze sfrenate di King of San Felipe, uno dei tanti strumentali presenti nel cd, come la tradizione surf vuole! Pezzi veloci e coinvolgenti, un ideale colonna sonora per un party a bordo piscina, anche se i Wavers sono molto di più, basti ascoltare la riuscitissima versione di Guarda che Luna, che potrebbe tranquillamente fare da soundtrack a qualche film di Tarantino, oppure andate alla traccia numero dodici: Heaven, un riuscitissimo medley tra Stairway to Heaven e My Guitar Gently Weeps  in versione surf.
Le tracce che hanno parti cantate sono tre, dalla "beachboysiana" Surf me Baby, passando al rock and roll swing di Just a Party, fino alla filastrocca da B-movie di Twist of the Beast.
Tenete d'occhio questa band perchè è davvero valida ed originale, una delle punte di diamante del movimento surf della nostra penisola e non solo.
Saluti dal Brianza Beach Party!
www.myspace.com/thewavers
www.facebook.com/thewavers
www.lafrequenza.com (label e booking made in Cantù!)



venerdì 12 agosto 2011

Tabula Rasa Elettrificata C.S.I. (Universal Music 1997)











Partiamo da un viaggio che fecero Zamboni e Ferretti verso la metà degli anni Novanta in Mongolia, un viaggio che cambia la testa e lascia dentro tanto su cui riflettere, soprattutto su due grandi pensatori che hanno contribuito a scrivere grandi pagine di musica e di cultura.  Ormai il comunismo che aveva dato ispirazione ai CCCP è morto e sepolto ed è ora di vagare per quelle terre cosi lontane e decadenti per estraniarsi ancora una volta dalla società consumistica e purificare la mente: dagli appunti di viaggio nasce un libro prima, ed una trasposizione musicale poi, che trova forma in questo album.
T.R.E. è un disco complesso, dalle tante sfaccettature, un lavoro che richiede grande attenzione soprattutto nel seguire il filo conduttore che si dipana lungo il concept, ma anche le trame musicali non sono da meno: la mente Maroccolo con il suo basso intreccia trame su cui possono sbizzarirsi il duo Zamboni-Canali in un noise chitarristico che va da scariche elettriche violente ad atmosfere rarefatte. Ferretti dall'alto recita i suoi sermoni e la voce di Ginevra Di Marco è la ciliegina sulla torta.
Con Unità di Produzione si aprono, si fa per dire, le danze: una rievocazione di un passato che ormai è morto e sepolto, un Est del mondo dove aleggia ancora lo spettro della fredda burocrazia politica, ma che ormai deve lasciare spazio ad una nuova visone globale. La Mongolia è vista come una tabula rasa su cui ricostruire tutto...sin dalla foto sulla copertina dove si vede l'infinita steppa con i contadini e sullo sfondo i "mostri" dell'industria e del capitalismo che la stanno trasformando.
Forma e Sostanza fu il primo singolo che grazie al suo impatto lanciò l'intero album in testa alle classifiche italiane rendendolo un Bestseller: quanto sa essere beffarda la vita, proprio in una canzone dove Ferretti diceva " Non voglio comprare, ne essere comprato!"
I pezzi successivi sono invece un addentrarsi nella spiritualità e nell'essenza che, un paese lontano come la Mongolia può dare. La tradizione, i costumi, la lingua vengono sviscerati nel trittico Ongii-Gobi-Bolormaa, tra atmosfere mistiche, canti popolari ed un bisogno urgente di ritornare al passato, alle radici delle cose. Canzoni che sanno di terre infinite, monasteri, incensi e di purificazione interiore, dopo tanti anni spesi a dar battaglia alla società moderna.
Però il colpo di coda del punk della Via "RozzEmilia" si slancia con il finale Mimporta una Sega, epitaffio di questo album che chiude il binomio CCCP-CSI, la carriera e la fine di un movimento, quello indipendente italiano, che negli anni Novanta trovò terreno fertile e grande esposizione mdiatica. Con il primo posto in c lassifica di questo disco si chiude tutto, come una perdita dell'innocenza di tante band che verrano estrapolate dal sottosuolo muiscale, date in pasto alle major e fatte implodere dal business.
P.S.
il libro dove trovate gli appunti di viaggio si intitola In Mongolia in Retromarcia di Massimo Zamboni edito da NDA Press, Collana Contrasti. Buona Lettura!!!

www.rudepravda.net  ( sito che raccolgie info su CCCP-CSI-PRG)
www.myspace.com/csitribute






mercoledì 3 agosto 2011

Another Chance Startoday (Wynona Records 2011)













Prendete il cd, mettetelo nello stereo e andate alla traccia numero nove...un intro arpeggiato di chitarra, pochi accordi e la fredda cronaca del Telegiornale che ci riporta indietro alla notte del nove aprile di due anni fa, quando la città de L'Aquila si risvegliò sotto un cumulo di macerie, anzi a dirla tutta molti dei suoi abitanti non si risvegliarono affatto. L'esplosione sonora successiva di From the Rubble and from the Dust è il manifesto di rabbia ed impotenza con cui gli Startoday, combo hardcore abruzzese, vogliono ricordare a tutti che dopo due anni poco è stato fatto e che le lacrime scendono ancora per non dimenticare chi non è riuscito ad uscire dalle macerie e chi ha perso tutto in pochi attimi.
Dopo aver ascoltato questo pezzo sarete pronti per dedicarvi ai restanti venti minuti di ottimo hardcore proveniente, ancora una volta, dalla Nostra Penisola.
Schegge di deflagrante violenza dall'impatto assicurato che scorrono via senza sosta da ascoltare tutti d'un fiato: questo è Another Chance, il primo album ( dopo un EP uscito l'anno scorso) degli Startoday, un ottimo mix tra Hc old school e le nuove sonorità di Comeback Kid o Snapcase, soprattutto per quel che riguarda il cantato di Egidio. Tempi veloci ma sempre dinamici con continui cambi e stop and go. E non storcano il naso i puristi: io qui dentro sento anche tanto metal; in alcuni passaggi come in All My Fears le mie orecchie colgono sonorità vicine al Gothenburg Sound degli ultimi Dark Tranquillity ed aperture melodiche alla  In Flames.
Il risultato è accattivante e non lascia prigionieri, nonostante qualche piccola pecca di pronuncia sulla quale si può soprassedere.
Il finale è un pò a sorpresa con una punk ballad in chiave acustica che mostra l'ennesima sfaccettatura di questa band.
Pollice su quindi per gli Startoday ed un consiglio: seguiteli dal vivo! Spaccano!!!
www.myspace.com/startoday1
www.facebook.com/startodayHC 

martedì 26 luglio 2011

Croweology The Black Crowes (Silver Arrows Records 2010)














Ma quanto mi son sempre piaciuti i Black Crowes!!!! Il loro rock sanguigno, figlio bastardo del blues e e degli anni'70 ha sempre avuto un gran fascino, che bello mettere sul piatto qualche loro vecchio disco e lasciarsi trasportare dalle loro canzoni magari sorseggiando una buona birra.
Ed ecco qua, per festeggiare il loro venticinquennale e per dire addio (o speriamo solo arrivederci) ai fan, un doppio album acustico...anzi un doppio album con i loro successi in chiave acustica.Specifichiamo!
Ho sempre considerato i Corvi come i diretti discendenti dei Maestri degli anni'70: grandi doti tecniche, una splendida attitudine stradaiola ed una venerazione per Stones, Zeppelin, Free, Allmann Brothers e tanto blues e soul come la tradizone a stelle e strisce vuole. Ho visto una sola volta un loro show e i brani in scaletta erano completamente stravolti, frutto di jam, improvvisazioni e voglia di divertirsi sulle assi di un palco.
Questa raccolta nasce con questo intento: non dare ai fan il solito greatest hits, la solita pappa pronta, ma rifare i classici, spogliandoli di tutti gli orpelli elettrici e rivisitarli in chiave "roots": bluegrass, southern, country, blues  e chi ne ha più ne metta.
Accanto alle ballad storiche come She Talks to Angels o Hotel Illness troviamo tante perle immortali della loro discografia: Remedy,  Jealous Again, riviste in un ottica diversa, impreziosite dalle trame chitarristiche di Rich Robinson e Luther Dickinson e ammantate di quel calore profondo che solo un hammond può dare.
Chiudi gli occhi e te li vedi su di un palco spoglio, illuminato da candele, magari con qualche birra e un sacchetto di erba, che ci danno dentro, mentre Chris Robinson dirige la band con la sua voce calda e dalle tante sfumature.
Poi loro possono permettersi di prendere un qualsiasi pezzo della loro discografia e ricamarci  sopra, intrecciare accordi e tessere assoli come è il caso di Thorn in My Pride, forse uno dei brani meglio riusciti di questo doppio.
Tutti gli step della discografia dei Corvi vengono toccati con almeno un paio di capitoli per disco, anche se i primi tre album sono quelli maggiormente saccheggiati. Ma ci sta: Shake Your Money Maker, Southern Harmony e Amorica sono entrati di diritto nella storia degli anni Novanta (almeno aldilà dell'oceano, qui in Europa siamo stati meno recettivi) e questo Croweology non fa che valorizzare una band che ha sempre suonato con dedizione e la consapevolezza che un concerto è un evento, quindi mai fare scalette uguali o versioni troppo fedeli all'originale, lo testimonia il fatto dell'enorme mercato di bootleg che circola intorno al loro nome.
Sicuramente questa raccolta va in primis ai fan della band; per i neofiti due ore tirate possono essere pesanti da digerire, anche se il pregio di questo doppio è che lo si può ascoltare decine e decine di volte(magari pochi pezzi per volta) e trovare sempre qualche spunto interessante: un assolo, un inserto di armonica, una strofa....ogni volta che si rimette sul piatto Croweology c'è sempre un qualcosa che può destare l'attenzione,soprattutto sui pezzi meno conosciuti della disCROWgrafia dei Nostri.
Da avere nella proprai discografia ( anche per lo splendido packaging che lo rende originale!)
http://www.blackcrowes.com/
http://www.blackcrowes.altervista.org/ (sito italiano sui Corvi Neri)






sabato 23 luglio 2011

England Keeps my Bones Frank Turner (Epitaph Rec. 2011)













Not everyone grows up to be an astronaut
Not everyone was born to be a king
Not everyone can be Freddie Mercury
Everyone can raise a glass and sing
Well I haven't always been a perfect person
And I haven't done what mom and dad had dream
But on the day I die
I'll say, at least I fucking tried
That's the only eulogy I need
That's the only eulogy I need

E' con questa dichiarazione d'intenti che si apre il quarto album di Frank Turner, parole che sanno di umiltà e voglia di fare, una gran bella introduzione per un disco davvero interessante.
Frank Turner, inglese di nascita e un passato da punk rocker, già da diversi anni ha indossato i panni del folk-rock singer e ha avviato la sua carriera sulla scia di grandi cantastorie come Billy Bragg, Bob Dylan, Bruce Springsteen e perchè no, Brian Fallon, che proprio con i suoi Gaslight Anthem l'anno scorso ha dato la possibilità a Frank di aprire i suoi concerti.
Ed ora il ritorno, un disco  dal titolo di citazione shakesperiana, che vuole essere un tributo alla sua Inghilterra e volge sempre uno sguardo malinconico al passato.
Un album che ha due facce, una più intima ed acustica e l'altra più sfrontata ed elettrica, ma in entrambe si denota una gran personalità ed una sincerità che vi farà ascoltare ed apprezzare  questo musicista.
Le ballate Rivers e Wessexboy sono il tributo alla sua patria, un atto d'amore verso la Terra che gli ha dato i Natali, dolci ballate dal sapore bucolico che fanno sognare qualche sperduta "Shire" inglese.
So place your trust into the sea
It's kept us safe for centuries
It shaped our shores and steadily
Its care has brought us, come
When I die, I hope to be buried out in English seas
So all that then remains of me
Will lap against these shores
Until England is no more

Nelle tracce di questo album viene ripercorsa l'Inghilterra dal punto di vista di un Busker, dalle campagne, alle città, dalla serenità di staersene seduti sul bordo di un fiume a strimpellare la chitarra fino al caos metropolitano della City con i suoi vizi ed i suoi demoni

We bathed like swimmers in the morning sun, waiting for our night to end
It felt like one of us would come down hard and one of us would start again
It started out curious, it started out fun
We smoked in the woods when we were young
And secretly slipped something under our tongues
And danced the night away
And everyone stumbles on old cocaine
It burns out the flesh, and it burdens the brain
‘Til brown comes and whisks away your pain and you find you've lost your way
(da Night Becomes a day)
Anche quando viene dato risalto al lato elettrico e rock delle composizioni, Frank Turner riece ad esprimersi al meglio come nel singolo Peggy Sang the Blues o If  Ever I Stray, anche se, volendo cercare il pelo nell'uovo una produzione più curata avrebbe giovato di più alla riuscita di alcuni pezzi ( è il caso di One Foot Before the Other che purtroppo è sviluppata su buone idee, ma stenta a decollare, proprio per una pessima resa sonora)
Ad ogni modo lo spirito rock and roll aleggia sempre nell'aria ed il tributo che Frank vuole dare ai miti di gioventù ed a quel sogno che non vuole mai lasciarci, viene impresso nella splendida I Still Believe, a mio avviso il pezzo migliore di tutto il disco:  un tributo, magari ingenuo, ma dannatamente sincero e diretto al lifestyle che da più di sessant'anni ha cambiato la vita a molti di noi (canzoni folk dell'era moderna...come le definisce lui).
And I still believe (I still believe) in the saints.
Yeah, in Jerry Lee and in Johnny and all the greats.

And I still believe (I still believe) in the sound,
That has the power to raise a temple and tear it down.

And I still believe (I still believe) in the need,
For guitars and drums and desperate poetry.

And I still believe (I still believe) that everyone,
Can find a song for every time they've lost and every time they've won.
 Frank Turner non cambierà le sorti della musica ed è ben conscio di non scrivere capolavori immortali, ma un disco cosi vale la pena di essere ascoltato e sono sicuro che non vi lascerà indifferenti, regalandovi ben più di un emozione. Dategli una chance!!!!
www.myspace.com/frankturner
http://www.frank-turner.com/




sabato 16 luglio 2011

Road to Ruin The Ramones (Sire records 1978)













Siamo nel 1978, l'eruzione vulcanica del Punk Rock si sta esaurendo per tornare a covare la sua rabbia nelle viscere della terra ed i Ramones si trovano alle prese con un disco nuovo, dopo il successo di Rocket to Russia e del tour successivo, immortalato nello storico It's Alive. Perdipiù Tommy, il batterista lascia l'attività live, stanco della vita on the road, per dedicarsi alla produzione dietro la consolle.
Con queste premesse nasce il quarto lavoro della band, Road to Ruin, un album controverso, caratterizzato da luci ed ombre, ma che sarà fondamnetale per il nuovo corso dei Fast Four,che li proietterà negli anni 80, facendoli sopravvivere al punk rock da loro stessi inventato.
Dietro la batteria si siede Mark Bell, subito ribattezzato Marky Ramone, fondamnetale tassello che seguira la band per i successivi vent'anni. creando uno stile unico,più dinamico e orientato verso l'hard rock.
Infatti nei solchi di RtR troviamo un sound differente rispetto i primi tre dischi, un sound più orientato verso il rock, come nei riffoni potenti di It's a Long Way Back e tante concessioni al pop, nell'eterna ricerca della hit immortale, dato che Joey e soci sono ben consci delle possibilità di creare splendidi gioielli melodici.
Ed allora ecco Don't Come Close e She's the One, veloci e sbarazzine, cosi come la cover di Needles and Pins, del repertorio dei Searchers, tributo agli ann'60 tanto amati da Joey Ramone, che grazie alla sua splendida voce rende questo pezzo un vero capolavoro, uno dei primi pezzi acustici dei Ramones.
Inoltre troviamo una delle canzoni più tristi che i "Brodders" abbiano mai scritto, Questioningly, l'epilogo di una storia d'amore che lascia profonde ferite
Questioningly her eyes looked at me
And then she spoke aren't you someone I used to know
And weren't we lovers a long time ago?
Looked at her close forced her into view
Yes, I said, you're a girl
That I once may have knew
But I don't love you anymore
Why do you want to talk to me for?
You should have just let me walk by
Memories make us cry

Le rasoiate punk rock non possono mancare anche se, seppur belle, sono leggermente inferiori agli inni del passato: I'm Against It è un manifesto nichilista con il suo rifiuto totale di tutto, in piena ottica punk rock
I'm against it
Well I'm against it
I'm against it
I don't like politics
I don't like communists
I don't like games and fun
I don't like anyone

mentre Go Mental  tocca il tema della pazzia, elemento che ha contaddistinto parecchie canzoni dei Ramones!
I'm going mental...
Staring at the goldfish bowl
Poppin' phenobarbitol
Life is so beautiful
I've gone mental
Mental..

Ad ogni modo il pezzo forte dell'album è I Wanna Be Sedated, due minuti di ritmo e melodia, una cantilena perfetta che si incastra in testa e non ne esce più. I wanna be... è il primo pezzo pop-punk della storia, palestra su cui i vari Green Day e Blink 182 hanno iniziato a strimpellare e sognare ed è forse il pezzo che i Ramones hanno davvero consegnato ai posteri.
Nella loro demenzialità hanno voluto mettere in musica la stressante vita on the road, il su e giù da un palco, l'incessante frenesia città, albergo, aereoporto ripetuta centinaia di volte.
Twenty-twenty-twenty four hours to go I wanna be sedated
Nothin' to do and no where to go-o-oh I wanna be sedated
Just get me to the airport put me on a plane
Hurry hurry hurry before I go insane
I can't control my fingers I can't control my brain
Oh no no no no no


In conclusione Road to Ruin può essere tranquillamente considerato il primo album del nuovo corso dei Ramones, è il primo tassello della loro evoluzione che li porterà attraverso gli anni Ottanta e Novanta, anche se lo zoccolo duro dei fans sarà sempre affezionato ai primi tre album, vero e proprio manifesto punk rock.
P.S.
Per quel che mi riguarda la copertina di Road to Ruin è uno dei più belli artwork di sempre!!!!!!!
http://www.ramonestory.it/  (portale italiano sul mondo ramonico)




lunedì 11 luglio 2011

Drunken Lullabies Flogging Molly (SideOneDummyRecords 2002)













Nell'ultimo decennio c'è stato un vero e proprio revival di bands legate al filone Folk Punk di matrice irlandese e tra gli highlights non si possono non citare i Flogging Molly from Los Angeles, California.
Se la band è nata sotto il sole cocente californiano, non si può dire lo stesso del suo leader, Dave King, passaporto irlandese e cittadinanza dublinese, ma come molti suoi connazionali, trasferitosi sin da piccolo negli States.
i Mollys vantano una lunga discografia ed una solida reputazione live ed uno dei capitoli più belli della loro discografia è questo Drunken Lullabies del 2002.
Se bands come i Dropkick Murphys hanno un background punk con influenze folk, non si può certo dire la stessa cosa dei FM, dove il loro retaggio è principalmente legato alla musica tradizionale irlandese, rivista in una versione più elettrica, veloce e moderna: una sorta di Pogues a stelle e strisce.
Ma relegare cosi la band di Dave King è davvero riduttivo: i Mollys hanno la loro personalità ed un suono ben marcato ed in costante evoluzione, un songwriting ricco e testi mai banali, con tematiche forti e di carattere sociale.
L'opener che da il titolo al disco in questione è ormai uno dei pezzi da novanta della loro discografia, cosi come uno dei pezzi più gettonati dal vivo:l 'intro di banjo da il via ad un intensa cavalcata "irish punk" con un ritornello catchy che ti si stampa in testa al primo ascolto.
E poi via via il resto del disco prosegue che è un piacere tra pezzi tirati e splendide ballate (su tutte If I Ever Leave This World Alive) impregnate di scariche di chitarra elettrica, ma ben supportate da strumenti tradizionali come il violino ed il thin whistle.
Mi sembra doveroso soffermarsi anche sui testi, composti da King: il classico intellettuale folkish irlandese che tra una Guinness e l'altra dispensa nozioni e concetti in un fiume di parole degno del ben più illustre James Joyce.
L'ironia ed il sarcasmo tipico irlandese sono il marchio di fabbrica del songwriting di King che, raccoglie l'eredità delle classiche pub songs, mescolando fatalismo, malinconia ed una forte presa di coscienza sociale senza mai sfociare nel banale.
Tra gli highlights, oltre alle già citate Drunken Lullabies e If I Ever...segnalo anche Rebels of The Sacred Heart, degna dei migliori Pogues,mentre la conclusione dell'album viene affidata ad una triste e riflessiva ballad intitolata The Son Never Shines(on Closed Doors).
Se i Murphys calarono il jolly con la cover di Fields of Athenry, i Flogging Molly rispondono alla sfida virtuale con il loro asso nella manica, pescato dalla produzione di Pete St.John, coverizzando la sua "The Rare Ould Times", anche qui rifatta in una versione adrenalinica.
Da qui in poi la band califoniana inizia una progressiva evoluzione,incrementando sempre di più la matrice rock a discapito del lato più puramnete folk, sempe però rimanendo fedele alla sua tradizione.
A mio avviso questo è uno dei lavori meglio riusciti della prima parte della loro carriera, un'ottimo trampolino di lancio per farli conoscere ad un bacino d'utenza più ampio.
http://www.floggingmolly.com/
www.myspace.com/floggingmolly
www.facebook.com/floggingmolly