venerdì 26 luglio 2013

Paranoid Black Sabbath (Vertigo Records/EMI 1970)












A volte il destino sa essere davvero strano se si pensa che una canzone pensata, scritta ed interpretata in poche ore, giusto per riempire il minutaggio di un disco, diventi un hit di successo mondiale, ma anche il manifesto di un genere musicale che sarebbe ancora dovuto venire.
Si perchè Paranoid, con due accordi basilari è diventata la canzone più famosa dei Sabbath, nonchè lo start up di tutto quel movimento heavy metal che si sarebbe sviluppato  nel decennio successivo.
In origine questo album, il secondo per la band inglese, si sarebbe dovuto chiamare War Pigs, chiara invettiva contro i governi, in particolar modo quello americano colpevole della guerra in Vietnam. Ma per evitare la scure della censura, il management dei Sabbath cercò un escamotage e sentendo le potenzialità di Paranoid stravolse tutto rinominando l'album e trasformando la copertina con un immagine sfocata di un "samurai-cosmico" che brandisce una spada, quando all'origine il personaggio in questione avrebbe dovuto avere una maschera da maiale.
Ad ogni modo quello che viene consegnato alla storia è un disco fondamentale, capace di creare un suono nuovo, lontano dagli stilemi blues e folk di altre grandi band dell'epoca come Deep Purple e Led Zeppelin.
L'opener War Pigs, nonostante tutto, rimane una delle più belle canzoni della band, dove Ozzy si autoproclama gran cerimoniere recitando i suoi salmi carichi di odio contro i governi militaristi dell'epoca, mentre Iommi macina grandiosi riff saturi ed assoli di pregevole fattura, senza mai strafare,ma sempre calibrando le giuste note ed armonie.La batteria di Ward è scarna ed essenziale ma tellurica allo stesso tempo.
Generals gathered in their masses
Just like witches at black masses
Evil minds that plot destruction
Sorcerer of death's construction
In the fields the bodies burning
As the war machine keeps turning
Death and hatred to mankind
Poisoning their brainwashed minds, oh lord yeah!

L' altra perla dell'album è Iron Man, caratterizzata da un riff granitico di Iommi, che da solo farà da nave-scuola a tutte le successive bands doom e stoner dei due decenni successivi. La voce di Ozzy è distorta e robotica nei secondi iniziali per poi lasciarsi andare nella narrazione fantastica di un viaggiatore del tempo, che, essendo stato nel futuro ha visto la fine del genere umano.
Tornato nel suo passato per avvertire la gente, entra in un campo magnetico la sua pelle diviene d'acciaio (Iron Man) e lui perde l'uso della parola .Deriso dai suoi simili impazzisce ed in cerca di vendetta distrugge il genere umano facendo avverare cosi ciò cheha visto nel futuro.
Aldilà della storia inventata di sana pianta da Butler, da sempre appassionato di horror e sci-fi, la denuncia sociale è evidente, in un contesto teso per la Guerra Fredda ed il Vietnam, visto da ragazzi che uscivano dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale
Nobody wants him 
He just stares at the world 
Planning his vengeance 
That he will soon unfurl 

Now the time is here 
For Iron Man to spread fear 
Vengeance from the grave 
Kills the people he once saved


Il resto dell'album offre altre perle come la ipnotica e sognante Planet Caravan oppure la schizofrenica Electric Funeral, cronaca di un ecatombe nucleare che si alterna tra parti lente ed altre più sostenute.
Su Hand of Doom, troviamo tanti spunti che verranno sfruttati negli anni a venire ( lo stesso termine "Doom" la dice lunga...), mentre il finale è affidato alla delirante Fairies Wear Boots, forse la canzone più leggera del disco, ma non di meno interessante.
A conti fatti questo è uno dei capisaldi della storia della musica rock che, oltre a regalare grandi pezzi ha dato vita ad uno dei generi musicali più popolari di sempre: l'heavy metal, con tutte le sue sfumature.
Più avanti i Sabbath sperimenteranno nuove soluzioni diventando sempre più i leader di un certo tipo di hard rock e guadagnandosi il rispetto incondizionato dei fans per i successivi 40 anni.
www.black-sabbath.com
spotify:album:714ndVxSx8lIWhQxdbcXIs
















mercoledì 17 luglio 2013

All Hell Breaks Loose Black Star Riders (Nuclear Blast 2013)












In principio ci fu una reunion con lo storico monicker THIN LIZZY, che vedeva il chitarrista superstite Scott Gorham, Brian Downey alla batteria e Darren Warthon alle tastiere, insieme ad altri musicisti, portare in giro per il mondo un tributo alla band irlandese ed al suo leader Phil Lynott, scomparso nel 1984.
Con tutti i pro e contro del caso, in primis, l'utilizzo del nome storico per una tribute band vera e propria, diciamo che l'interesse per i Thin Lizzy si è ridestato ritrovando fans vecchi e nuovi che piano piano hanno affollato  le svariate venues dove i nostri si esibivano.
Della partita hanno preso parte l'ex Almighty Ricky Warwick, il bassista Marco Mendoza ed in seguito Jimmy DeGrasso(batteria) e Damon Johnson (chitarra) e tra un tour e l'altro ecco prendere vita l'ipotesi di scrivere pezzi nuovi per far rivivere il mito Thin Lizzy, senza però utilizzare di nuovo il monicker storico, ma dando vita ad una seconda incarnazione denominata appunto Black Star Riders.
Fatto il giusto preambolo vado diretto al sodo e quello che mi appresto a recensire è davvero un gioiello di puro hard rock, semplice diretto e live, con pezzi che sono destinati ad entrare in testa ( e speriamo nella storia) già dopo pochi ascolti.
Il filo diretto che lega il passato ed il presente è davvero unico, con il songwriting di Warwick che si cala alla perfezione nel mito di Lynott, senza però mai cadere nel banale, ma celebrando il giusto tributo.
Basta ascoltare la tripletta iniziale con la rocciosa titletrack che da il nome all'album, la spettacolare ed anthemica  Bound for Glory ( ..and he knows he can never win/ he's just trying to lose a little more slowly ..questa si che è una melodia fuorilegge!), oppure Kingdom of the Lost, con il suo incedere folkeggiante che rimanda ai ricordi della natia Irlanda.
I testi di Warwick sono spettacolari e raccontano storie di vita borderline, cosi come il suo cantato che si avvicina al calore di Lynott.
La band gira davvero a mille, Scott Gorham snocciola riff granitici e superbi assoli che non possono non far felici coloro che sono cresciuti con l'hard rock sanguigno e vigoroso dei Seventies.
Kissin the Ground è melodica e ruffiana al punto giusto, mentre Someday Salvation mi ricorda i Thin Lizzy più scanzonati e festaioli.
Di Rimando viene esaltato il lato più cupo del songwriting con Hey Judas e la tetra e sinuosa Hodoo Voodoo, mentre il finale è affidato ad una lunga digressione in territori blues ( Gary Moore docet) con l'intensa Blues ain't so Bad.
In conclusione i BSR sono la logica evoluzione e prosecuzione di quel pezzo di storia chiamato Thin Lizzy, tanta è l'attitudine e le coordinate musicali che coinvolgono i musicisti. Ritengo giusto lo scegliere un nome nuovo e proseguire cosi una carriera parallela, ma sempre ben distinta.
Consigliato a chi vuole ascoltare dell'ottimo e sincero hard rock, che non inventerà nulla...ma fa stare dannatamente bene!!
www.blackstarriders.com
www.facebook.com/BlackStarRidersOfficial
spotify:album:2jtBDBKJG9UqjEpK9hOH6P






giovedì 4 luglio 2013

Carry On Rebels Bay (Indelirium Records 2012)












Social Distorsion...Rancid...Clash...The Gaslight Anthem...ecco se vi luccicano gli occhi solo a sentir nominare queste band, date un ascolto ai Rebels Bay, band italiana di recente formazione, ma ben rodata sui palchi nostrani ed europei, che con questo EP vuole ritagliarsi la sua fetta di pubblico nella scena punk rock attuale.
La band ha come base le rive del lago di Garda, ma la sua line up ha subito qualche stravolgimento con membri che provengono da svariate parti d'Italia e da Berlino. Dopo due tour in giro per il continente, la Indelirium Records licenzia il loro primo EP, sulla scia dei veterani One Trax Mind.
Senza troppi giri di parole in questa mezz'ora di musica troviamo un ottimo condensato di punk rock, sudore,tatuaggi e la giusta attitudine da strada che traspare dalle spettacolari liriche che ci raccontano storie di cuori spezzati, amicizie sincere e di vite in salita, perennemente in cerca del giusto riscatto.
"I've got scars deep inside my heart"... ecco l'opener di questo cd e con parole cosi forti si capisce subito che i ragazzi non scherzano e seguono la scia di Mike Ness e dei suoi Social D., tra l'altro citati  in My Friend and My Family ( I'm driving my car down the boulevard while the sun is going down/empty streets in front of me and the radio is playing an old Social D.) vero manifesto del pensiero della band.
Wild Hearts and Broken Bones è il pezzo scelto per il video promozionale, irresistibile anthem punk rock, mentre la successiva Billy's Legend, a metà tra Clash e Gaslight Anthem è una storia di riscatto e di speranza di chi non smette mai di inseguire i propri sogni.
California Smile è solare come unpomeriggio d'estate passato tra tavole da surf, spiagge e la ragazza dei tuoi sogni , mentre la conclusiva Rebel Love è una malinconica ballad dal ritmo folkeggiante che fa molto busker.
In definitiva questo Carry On è un ottimo biglietto da visita per una band che si è fatta le ossa sui palchi di mezza Europa e che non deluderà di certo i fan dei Social Distorsion e del punk più stradaiolo.
www.facebook.com/Rebelsbay
Indelirium Records
spotify:album:1dI3PG6lKHxkTHnmDS0eAf